Francesco e la CEI: franchezza e sinodo

di: Lorenzo Prezzi

Una inusuale franchezza sia nel papa che nella prolusione del card. Gualtiero Bassetti e un contenuto, suggerito e forse preteso, da Francesco, cioè il sinodo della Chiesa in Italia: sono gli elementi che più caratterizzano l’avvio della 73ª Assemblea generale della CEI (Conferenza episcopale italiana; Roma, 20 – 23 maggio).

«Sulla sinodalità, anche nel contesto di un probabile sinodo per la Chiesa italiana – ho sentito un “rumore” ultimamente su questo, è arrivato fino a Santa Marta! – vi sono due direzioni: sinodalità dal basso in alto, ossia il dover curare l’esistenza e il buon funzionamento della diocesi: i consigli, le parrocchie, il coinvolgimento dei laici – incominciare dalla diocesi: non si può fare un grande sinodo senza andare alla base. Questo è il movimento dal basso in alto – e la valutazione del ruolo dei laici; e poi la sinodalità dall’alto in basso, in conformità al discorso che ho rivolto alla Chiesa italiana nel V convegno nazionale a Firenze, il 10 novembre 2015, che rimane ancora vigente e deve accompagnarci in questo cammino».

Difficile non avvertire nelle parole del papa la percezione dell’opportunità di un cambio di passo nella pastorale del nostro paese. Ma anche di un investimento di responsabilità. I sinodi nazionali (Germania, Svizzera, Olanda) degli anni ’60-’70 avevano il compito della recezione del concilio e non ebbero grandi apprezzamenti a Roma. A cinquant’anni di distanza un’eventuale iniziativa italiana potrebbe diventare un esempio trainante anche per altre Chiese nazionali o regionali.

Prossimità, gratuità, celerità

Il secondo tema affrontato da Francesco è stato la riforma dei processi matrimoniali. Già indicata dai motu proprio del 2015 (Mitis iudex Dominus Iesus, Mitis et misericors Iesus), si sviluppava in tre modalità: processo ordinario, breviore e documentale. Il dato più appariscente fu l’eliminazione dell’obbligo della doppia sentenza conforme (tribunale diocesano e tribunale regionale) per ottenere la nullità e l’introduzione del percorso breviore. In presenza  di una domanda congiunta dei coniugi e di argomenti evidenti è il vescovo stesso che può procedere a dichiarare la nullità del matrimonio. Gli indirizzi perseguiti dalla riforma sono quelli della prossimità ai fedeli, della gratuità e della celerità delle procedure. Assai esplicite le critiche del papa sulla non applicazione della riforma nella gran parte delle diocesi e relativamente all’incomprensibile resistenza («di qualsiasi natura o interesse possa trattarsi»), come i proventi per alcuni avvocati o il potere per alcuni vicari giudiziari.

Il terzo tema riprende una preoccupazione spesso evocata dal papa e cioè il rapporto del vescovo coi suoi preti. «Alcuni vescovi, purtroppo, fanno fatica a stabilire relazioni accettabili con i propri sacerdoti, rischiando così di rovinare la loro missione e addirittura indebolire la stessa missione della Chiesa» La comunione gerarchica non è né un potere senza responsabilità, né un’auto-gratificazione. Non vanno privilegiati gli «arrampicatori» e gli adulatori. Un vescovo deve rispondere ai suoi preti «in giornata, al massimo il giorno dopo».

Gli appunti del papa rispondono alla necessità di accelerare e di rendere pratica la riforma ecclesiale, coerenti quindi con il suo magistero e il suo compito. Ma i temi sollevati  coinvolgono molte e contrastanti ragioni. Del sinodo, ad esempio, si è discusso nel recente Consiglio permanente. La dimensione sinodale è da tutti sostenuta, ma la decisione per un sinodo, evocata da alcuni teologi e media, non è ugualmente condivisa. C’è chi, come mons. M. Crociata e il card. G. Betori, la trovano ancora immatura, mentre a favore si espongono i monss. Castellucci (Modena), Pompili (Rieti), Zuppi (Bologna) e Lorefice (Palermo). Concorde è la percezione dell’esaurimento del modello dei convegni nazionali, ma ci si interroga sui contenuti del sinodo e sulle sue forme. Il Codice parla di un concilio locale che può essere regionale o nazionale ed è riconosciuto soggetto unitario. Mentre nei sinodi diocesani l’unico legislatore è il vescovo, l’eventuale sinodo-concilio potrebbe legiferare come assemblea. È probabile che le discussioni in merito si accendano e i progetti, sostenuti da una significativa riflessione già viva nelle facoltà teologiche, si mettano in opera. Magari prevedendolo entro il  quinquennio (2020-25), che è l’orizzonte temporale di progettazione CEI (interrompendo il precedente ritmo decennale).

Stanchi e puntuti

Qualche difficoltà dei vescovi è percepibile anche nei confronti della riforma dei processi matrimoniali. Non solo per la difficoltà delle diocesi più piccole di avere le competenze per istituire o alimentare i tribunali ecclesiastici, ma anche per la non facile compresenza del vescovo in un ruolo ad un tempo di padre e di giudice.

Il tema del prete e il suo rapporto con il vescovo torna in quasi tutti gli incontri del papa con la CEI, ma è anche assai presente ai vescovi che ne hanno a lungo trattato fra il 2013 e il 2017. Una ricerca che spostava l’attenzione dal rapporto personale vescovo-presbitero al rapporto vescovo-presbiterio: non c’è un presbiterio perché c’è un vescovo, ma c’è un vescovo perché c’è un presbiterio. La sistematica ripresa del tema denuncia un disagio permanente e non risolto.

Nella prolusione il card. G. Bassetti parte da un sentimento condiviso di «stanchezza», ma non si sottrae ad affrontare tre punti che hanno una significativa valenza politica.

Il primo è la riforma del terzo settore avviata dal governo e che penalizza tutta una serie di servizi alla persona e ai ceti disagiati. «In una società libera e plurale questo spazio dovrebbe essere favorito e agevolato in ogni modo. Per questo non si può che rimanere sconcertati vedendo che al paese intero si manda un segnale di segno opposto, intervenendo senza giustificazione alcuna per raddoppiare la tassazione sugli enti che svolgono attività non commerciali. Al governo chiediamo non sconti fiscali o privilegi, ma regole idonee e certe, nel rispetto di quella società organizzata e di quei corpi intermedi che sono espressione di sussidiarietà».

Se l’attuale governo è il primo interessato alla critica, la burocrazia e i suoi molti inceppi è l’oggetto della seconda critica: la situazione del post-terremoto nel Centro-Italia. Per la ricostruzione delle chiese come di tutto il resto: «È decisivo che le ordinanze siano rese operative, che le procedure concordate per la ricostruzione trovino attuazione, che i fondi stanziati si traducano in interventi concreti».

La terza preoccupazione si chiama Unione Europea. «È vero che oggi l’Europa è sentita come distante e autoreferenziale, fino al punto da far parlare di una “decomposizione della famiglia comunitaria”, su cui soffiano populismi e sovranismi. Lasciatemi, però, dire – forse un po’ provocatoriamente – che il problema non è anzitutto l’Europa, bensì l’Italia, nella nostra fatica a vivere la nazione come comunità politica». «Il nostro è un patrimonio che va rivitalizzato, anche per consentirci di portare più Italia in Europa. Dobbiamo essere fino in fondo italiani – convinti, generosi, solidali, rispettosi delle norme –, perché anche l’Europa sia un po’ più italiana». Del tutto coerente con la visione europeistica il progettato Incontro di riflessione e spiritualità per la pace, deciso per il 19-23 febbraio 2010 a Bari. La funzione di ponte fra Europa e sponde a Sud del Mediterraneo è il compito proprio dell’Italia e della sua Chiesa.

La riformulazione delle Linee guida relativamente agli abusi e la progettazione sulla missionarietà, che sembrano gli unici temi all’orizzonte, si sono arricchiti di molti altri imperativi. Forse alcuni vescovi percepiranno il tutto come un sovraccarico, producendo una disaffezione. Ma le urgenze sono reali e le sfide vanno affrontate.

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2 Commenti

  1. Nuccio Viglietti 22 maggio 2019
  2. Alfonso Librale 21 maggio 2019

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