Zuppi (Bologna): seminare e far crescere

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«Non possiamo dimenticare… “Pensavamo di potere vivere sani in un mondo malato”. Credevamo che il virus riguardasse altri, i poveri oppure solo alcuni (qualcuno si era sentito sollevato perché si ammalavano “solo” i vecchi!) e invece ci ha coinvolto tutti». È la scoperta della nostra fragilità, il ridimensionamento di una pseudo onnipotenza quello che emerge nell’inizio della Nota Pastorale del card. Zuppi di Bologna diffusa il 3 settembre e intitolata «Ecco il seminatore uscì a seminare» per il biennio del “crescere” (2020-2022). «Peggio di questa crisi – diceva papa Francesco nell’omelia di Pentecoste, riportata come cappello introduttivo – c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi».

Fare tesoro

Tutto il messaggio dell’arcivescovo di Bologna è teso a fare tesoro di quella che in apparenza potrebbe sembrare una sconfitta, un momento di arresto, mentre al contrario può e deve diventare una chance di conversione, un’opportunità positiva per “crescere” insieme come credenti e come Chiesa, segno di speranza e lievito di novità nel mondo.

In effetti ritornano anche nei titoli espressioni come “opportunità da non perdere”, “umiliati dobbiamo diventare umili”, “conversione pastorale e missionaria”, costruire comunità e solidarietà e, appunto, seminare e far crescere.

Il quinquennio in cui si colloca questa nota è il 2019-2024 che ha come filo conduttore: Vedere, crescere, cambiare. Un itinerario dunque di quella conversione pastorale e missionaria che papa Francesco continua a proporre come linea guida a tutta la Chiesa. E che con la “crisi” che ci è piombata addosso potrebbe anche mandare in crisi il tutto se non trasformata in opportunità di cambiamento e di crescita qualitativa dei credenti tutti.

Seminare

Se il virus ci ha privati di relazioni, è ora il momento di seminare relazioni, di essere non tanto presi dalla paura, ma audaci e creativi – come insiste la parte finale della nota. E si tratta di portare il Vangelo nelle case, di prendere a cuore il mondo degli adulti e della formazione (Lectio, gruppi della Parola, ministeri …) e, non ultimo, di sfruttare al meglio anche l’accoglienza del nuovo Messale e di valorizzare la stessa pietà popolare.

Non sono che alcuni esempi e spunti ripresi dall’insieme della Nota, che non fa che riproporre il messaggio del Concilio e l’urgenza di una Chiesa in uscita, segno di speranza in un mondo impaurito. In una parola: dal rischio di bloccarsi per paura o del “si salvi chi può” al coraggio di osare, seguendo l’esempio del seminatore e del suo uscire a seminare ancora.

Se la pandemia ha messo in risalto le nostre fragilità è tempo ora di acquisire un sano realismo che ne scopre le conseguenze di povertà e sa costruire concreta solidarietà; le risposte di prima non bastano più e occorre combattere “narcisismo, vittimismo e pessimismo”, nemici individuati da papa Francesco nella citata omelia di Pentecoste 2020.

Tempo dello Spirito

«Questo tempo della pandemia e del dopo pandemia – si legge nella Nota – è davvero tempo dello Spirito, nel quale farci condurre dall’amore di Gesù. Lasciamoci prendere dal suo amore e affidiamoci a questo, senza cercare tutte le risposte, ma iniziando a volere bene, a metterci a disposizione, a ricostruire come possiamo quei legami che si sono interrotti e quelli che abbiamo visto che non c’erano e che hanno lasciato tanti in solitudine … Lo Spirito ci aiuterà a trovare le risposte nuove. Come il seme: sappiamo che in esso c’è qualcosa che produce vita, che esso contiene già il frutto anche se oggi non lo vediamo».

L’individualismo esasperato è stato ridimensionato, la superficialità smascherata anche se tende sempre a riprendersi la scena con valutazioni “di pancia”, il nostro stesso considerarci “esperti in umanità” s’è sgonfiato e ci mette al livello di un’umanità provata.

Ora, più che mai, scopriamo che «Il Vangelo parla nella storia e ci apre a questa». È tempo di umiltà e di costruire fraternità. «Abbiamo lasciato tante cose inutili e possiamo ripartire dall’essenziale». È la sfida che ci è davanti, dopo un tempo sospeso, in questi tempi nuovi.

«La pandemia ci ha fatto comprendere – annota Zuppi – quanto è decisiva la prospettiva dell’Evangelii Gaudium, con la sua urgenza di avvicinare gli altri non come una minoranza che ha paura di confondersi e si difende dal mondo, ma come il lievito e il sale che si perdono nella massa … Abbiamo capito che siamo tutti deboli, che non siamo diversi e che gli altri non sono diversi da noi … La sfida è essere davvero cristiani attraenti e pieni di amore per il prossimo … Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo … non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile».

Sfide

Tra le sfide nuove che ci stanno davanti c’è quella della solidarietà di fronte all’esplodere di nuove povertà: è qui che la Chiesa deve dimostrarsi e reinventarsi davvero come madre. «Lo Spirito come un vento forte ha aperto le porte e ci ha trascinato fuori, liberandoci dalle nostre paure e dall’affannosa ricerca di sicurezze previe per vincerle, donandoci una sicurezza nuova che troviamo solo “uscendo” e iniziando, diversa da quella del nostro protagonismo perché frutto dello Spirito».  In questo tempo abbiamo riscoperto le famiglie, quasi ritornando agli Atti degli Apostoli. La Chiesa non è organizzazione, ma nuova fraternità da costruire, lievito anche di una nuova umanità. I compiti pratici del biennio del crescere vengono così delineati: rivisitazione delle proposte agli adulti  per un “risveglio alla vita cristiana che parta dalla pandemia”; e poi (2021-2022) attenzione all’iniziazione cristiana.

L’icona del seminatore era stata scelta prima della pandemia ed è provvidenziale. Infatti “semina chi ha fiducia” … ,  sa che non raccoglie subito, impara la pazienza di Dio. «Ci affidiamo alla forza del seme che ci è stato messo tra le mani: gettiamolo nella terra e darà frutto!». Nel mondo di oggi – anche colpito dalla pandemia – c’è molta sete di Dio che non va delusa. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indichino la via verso la Terra promessa e così tengono viva la speranza” (EG 86).

L’inizio dell’anno pastorale è segnato dalla beatificazione di don Olinto Marella, grande testimone di solidarietà, scandito dalle tappe del Padre nostro e orientato ad una vera “rinascita dall’alto” nello spirito del lieto annuncio più che semplice ripartenza.

Bisogna fare i conti con la distanza di tanti adulti dalla fede e iniziare nuovi percorsi: il Vangelo nelle case, i gruppi della Parola, un dialogo tra Vangelo e vita. È forse questo il segreto per sbloccare antiche consuetudini e prendere spunto dalla crisi perché sia opportunità, anche valorizzando la pietà popolare, e vera crescita. Nella convinzione biblica che «chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà». E nella logica del seme buono lanciato a piene mani nelle zolle dell’umanità di oggi dal buon seminatore e dalla sua Chiesa.

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