Sul ministero ordinato: toppa vecchia o vestito nuovo?

di:

preti

Tra le tante reazioni alla lettera con la quale il card. Petrocchi ha trasmesso al papa la «Sintesi della Commissione di Studio sul Diaconato Femminile», vorrei segnalarne una che mi pare possa cogliere il dato positivo (escludendo il rischio di considerarlo un rinvio sine die) di quel documento. In esso si afferma infatti che «appare indispensabile, come condizione previa per successivi discernimenti, incentivare un rigoroso e allargato esame critico condotto sul versante del “diaconato in sé stesso”, cioè sulla sua “identità” sacramentale e sulla sua “missione” ecclesiale, chiarendo alcuni aspetti “strutturali” e pastorali che attualmente non risultano interamente definiti».

Mi pare che questa richiesta possa essere estesa a tutto il sacramento dell’ordine. La cosa è sicuramente necessaria tanto che la stessa Associazione Teologica Italiana dedica a questo sacramento, anche quest’anno, il suo corso annuale di aggiornamento, dopo che se ne era già occupata appena 5 anni fa.

A conferma di tutto questo basta considerare che, nell’ultimo secolo, il magistero stesso si è autocorretto diverse volte. Infatti Pio XII con la costituzione apostolica «Sacramentum ordinis» (1947) ha modificato il rito essenziale del sacramento dell’ordine, un cambiamento dogmatico di grande significato. Successivamente, il Concilio Vaticano II ha riconosciuto la sacramentalità dell’episcopato (LG 21), anche questa una novità dogmatica (fatta già intravedere da Pio XII) che si accompagna a quel «ab antiquo» (LG 28) che descrive l’origine della tripartizione del ministero ordinato. Trento aveva preferito sottolinearne l’origine divina (Sess. XXIII can. 6) .

Anche di recente Giovanni Paolo II prima, Benedetto XVI poi, hanno modificato il Catechismo della Chiesa cattolica, e di conseguenza il Codice di diritto canonico, affermando prima, e negando poi, che il diacono agisce in persona Christi capitis. Anche la differenza tra tutto il Popolo di Dio e i ministri ordinati, che nella Lumen gentium veniva descritta come «essentia et non gradu tantum», diventa nel Catechismo della Chiesa cattolica «essentia tantum».

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La proposta di ministero che incontriamo nella Chiesa di oggi nasce in un lontano passato, lontano non solo temporalmente ma soprattutto diverso, se confrontiamo il contesto sociale e culturale in cui tale proposta è nata e le riflessioni che la Chiesa oggi fa su sé stessa e la sua missione.

Il Concilio e la riflessione teologica successiva hanno modificato i rapporti tra Chiesa e mondo e anche i rapporti interni alla Chiesa. Da una fortezza inespugnabile la Chiesa si è riscoperta sacramento universale di salvezza, essa non ha nemici da condannare, ma una umanità a cui annunciare il Vangelo, perché i cristiani vivono in un mondo che non è più madrelingua cristiano. Ma soprattutto ai duo genera christianorum viene sostituito il Popolo di Dio nel quale non c’è chi insegna e chi impara (la distinzione tra Chiesa docente e Chiesa discente), ma la ricerca di quella singularis conspiratio (DV 10) tra ministri ordinati e fedeli che è garanzia di autenticità per la Chiesa.

È dentro a questo nuovo contesto che va ripensato tutto il ministero, non solo il diaconato, come chiave di volta di una complessa realtà che è la Chiesa corpo di Cristo nella quale tutti i battezzati, con i carismi e i ministeri di cui lo Spirito li ha resi partecipi, contribuiscono alla sua missione di salvezza.

Ecco perché Sacrosanctum concilium 7 presenta la liturgia come esercizio del sacerdozio di Cristo il quale «associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima». Se è così, è ancora possibile riservare la ripresentazione di Cristo al solo ministero ordinato? È sufficiente distinguere tra Cristo corpo e Cristo capo per dire lo specifico del ministero? E la sinodalità come si concilia con il ministero? La successione apostolica, introdotta dal Concilio come un’interpretazione del ministero, potrebbe trovare una sua centralità?

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Nuova è la Chiesa non perché la Chiesa sia cambiata, ma perché, grazie al dinamismo dello Spirito, essa è capace di ripensare la propria vita, ministeri e missione nei diversi cambiamenti d’epoca. A questo serve il sinodare e il ministero ordinato.

«Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo» (Lc 5,36).

In realtà non è questo che sta succedendo, ma piuttosto il contrario. Stiamo togliendo da un vestito vecchio un pezzo di stoffa cercando di metterlo sul vestito nuovo: così accade che il pezzo vecchio «non si adatta» al nuovo, creando difficoltà sia al vestito nuovo che al pezzo di stoffa vecchia.

Questo mi pare oggi il rischio nel rapporto tra Chiesa e ministero ordinato, un rischio che può diventare sofferenza per tutti. Il ministero così come è stato concepito in un lontano passato mal si adatta alla Chiesa di oggi. Ne soffrono le comunità, ne soffrono i ministri. Riflettere sul ministero oggi non è sicuramente tempo perso, perché lo Spirito possa tessere oggi la Chiesa «senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo» (Gv 19,23).

Don Giovanni Frausini, laureato in Medicina e Chirurgia, è presbitero della diocesi di Fano. Ha conseguito il dottorato in Teologia all’Istituto di Liturgia pastorale Santa Giustina di Padova. Attualmente coniuga il ministero pastorale con l’insegnamento di Liturgia e di Teologia Sacramentaria all’Istituto Teologico Marchigiano e all’Istituto Teologico di Assisi.

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9 Commenti

  1. Paolo 2 gennaio 2026
    • Angela 2 gennaio 2026
  2. Stefano Fanelli 2 gennaio 2026
    • Paolo 2 gennaio 2026
  3. Giovanni Salmeri 2 gennaio 2026
  4. Fabio Cittadini 2 gennaio 2026
  5. Emanuele Castelli 2 gennaio 2026
  6. Giuseppe Guglielmi 2 gennaio 2026
  7. Una donna 2 gennaio 2026

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