Interrogativi a partire dalla «scelta»

ravagnani

Mi sembra importante ritornare sul tema La scelta del prete, commentata da Anita Prati (qui), con riferimento ad Alberto Ravagnani, ai suoi video, alla sua «scelta» e conseguente libro esplicativo, di lasciare il sacerdozio.

Molte le domande che ha suscitato. Oltre ai video presenti in Rete, mi sembra importante un riferimento a quanto Alberto Ravagnani ha scritto, lui stesso, su Facebook il 10 febbraio, (qui), commentando i commenti e lamentando una «cattiveria» di fondo, una Rete incline al giudizio sommario, con tanto di mondo cattolico pronto ad accodarsi troppo velocemente. E così possiamo prendere in considerazione un altro punto di vista. Se «tiriamo un filo» dalla vicenda, quali problematiche possiamo estrarre?

Consideriamo Ravagnani un personaggio «paradigmatico». Non nel senso di additarlo come esempio positivo, ma nel senso di un personaggio pubblico dal punto di vista ecclesiale per l’impatto che ha e per quanto ha costruito nel tempo. Anche se non avesse lasciato il sacerdozio, il «filo» andava tirato lo stesso.

Quali problematiche si intravedono? E quali domande si potrebbero porre ad Alberto Ravagnani?

Primo. Come è diventato sacerdote? È diventato sacerdote molto giovane, molto prima dei 30 anni. I suoi superiori in seminario, il padre spirituale, erano tutti d’accordo? Non è un’età troppo giovane per diventare sacerdoti? Erano tutti sicuri della saldezza della scelta? Le procedure, l’iter di studio, gli accertamenti sulla maturità umana e spirituale: tutto bene? Nessun dubbio da parte del vescovo? A giudicare dall’esito, forse c’era stato qualche segnale ignorato. Sarebbe interessante saperlo.

Secondo. Il ministero sui social media. Era stato approvato? Ci sono state delle tappe di verifica? Sono stati messi a punto dei criteri, delle tematiche da trattare, oppure tutto è frutto dell’ispirazione e del momento? C’era un percorso, una proposta di evangelizzazione chiara e coerente? La teologia espressa era sicura, verificata, ben solida, al di là del linguaggio affabile e coinvolgente? Il tema dei «missionari digitali» è affascinante e nuovo – anche se è un settore un po’ «selvaggio», senza regole, come è senza regole il mondo dei social media, dove l’unica regola è acchiappare followers e dunque avere visibilità con un possibile ritorno economico.

Terzo. La visibilità non scatena un certo narcisismo? Sicuramente sì e qui si annida il pericolo di innamorarsi di sé stessi e di pensarsi un po’ al di sopra degli altri. Quando era ancora sacerdote, don Alberto ha fatto notare che il rito della messa gli era sembrato stantìo, non in grado di attirare giovani, e lui stesso ripeteva frasi e formule – ha detto – di cui stentava a cogliere il significato nella vita reale.

Ecco la domanda: ammettiamo che sia così. Come fare allora, come innovare, quali frasi e significati alternativi proporre? E sono – erano – sarebbero, corretti? Non da manuale di teologia, ma almeno per non produrre confusione. E se la visibilità può alimentare una forza mediatica, un sentirsi «di più», è la vita in comunità, la relazione con il presbiterio, con il vescovo, a costituire un antidoto alle «schegge impazzite». C’era tutto questo?

Quarto. Alberto Ravagnani aveva e ha un ampio seguito. Non era difficile immaginare che la sua «scelta» avrebbe provocato un effetto molto forte, molto sentito, da diversi punti di vista. Così in diocesi, davvero hanno pensato che sarebbe bastata la comunicazione stringata e tutto sommato non chiara del Vicario generale (qui) del 2 febbraio, a chiudere la vicenda? Poiché si trova pubblicata sul sito dell’arcidiocesi, va considerata una nota ufficiale. Ma a leggerla non si capisce niente, o poco. Non sarebbe stato meglio dare una comunicazione più esauriente? E dal 2 febbraio più niente? Con il caos che si è scatenato?

Quinto. Sembra – sembra, ripeto – che alla fine il «problema» sia sempre lo stesso: la fatica di rispettare il celibato e vivere in castità. Sarebbe importante una riflessione abbastanza accurata in merito, che coinvolga le scienze psicologiche e non solo la teologia. Facendo parlare e ascoltando le persone coinvolte.

Sesto. Ma sarebbe il primo: i soldi. Intorno a un influencer ci sono interessi economici. Sponsorizzazioni (ci sono state), persone che lavorano per produrre contenuti da inserire in rete. Come vengono pagati? Chi paga? E come vive adesso Alberto Ravagnani? Serve trasparenza, trasparenza assoluta. Magari Alberto Ravagnani potrebbe considerare di rispondere alle domande. Prendiamolo come un tentativo di intervista.

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12 Commenti

  1. Maria 15 febbraio 2026
  2. Lorenzo M. 15 febbraio 2026
    • Anna Rita Tracanna 2 maggio 2026
  3. 68ina felice 14 febbraio 2026
  4. Francesco 14 febbraio 2026
  5. Adelmo Li Cauzi 14 febbraio 2026
  6. Cristina 14 febbraio 2026
  7. Don Paolo Andrea Natta 14 febbraio 2026
  8. Elide Siviero 14 febbraio 2026
  9. Non credente 14 febbraio 2026
    • Lorenzo M. 15 febbraio 2026
  10. Fabio Cittadini 14 febbraio 2026

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