Due uffici che mancano alla Chiesa

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banksy

Murale di Banksy in Piazza Girolamini a Napoli (foto dal portale Arte.it)

Le istituzioni hanno una soluzione elegante per molti problemi: creare un ufficio all’uopo.

Quando un fenomeno diventa persistente, prima o poi nasce una commissione; quando la commissione sopravvive abbastanza a lungo, si trasforma in un ufficio stabile.

La Chiesa cattolica, che pure custodisce duemila anni di tradizione, non fa eccezione a questa discreta legge dell’organizzazione umana. Basta sfogliare un annuario diocesano per incontrare una flora sorprendente di uffici pastorali: giovanile, familiare, missionaria, sociale, liturgica… Una vera e propria cartografia pastorale, talvolta persino ridondante, non si sa poi se così meritoria.

Ed è proprio leggendo quegli elenchi che nasce un piccolo sospetto: due uffici molto necessari non sono ancora stati inventati. Nondimeno, probabilmente intercetterebbero bisogni più reali di molti altri già esistenti.

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Il primo potrebbe chiamarsi «Sportello per i feriti dalla Chiesa».

Perché esiste, ed è più diffusa di quanto si voglia ammettere, una vera e propria categoria ecclesiale dei feriti «senza giusta causa». Una categoria sommersa, raramente nominata nei documenti ufficiali, ma ben conosciuta nei corridoi delle curie e nei racconti sottovoce delle comunità.

Non si tratta soltanto di suscettibilità personali o di incomprensioni minori, umorali. Ci sono sacerdoti allontanati dal ministero con decisioni brusche e opache; religiose e religiosi improvvisamente rimossi da incarichi svolti con dedizione; figure di laiche e laici impegnate nella vita ecclesiale congedate o licenziate in tronco senza spiegazioni, quasi fossero ingranaggi sostituibili di una macchina amministrativa.

Talvolta si assiste perfino a una sorta di spoil system ecclesiastico – non dichiarato, ma perfettamente riconoscibile: cambiano i vertici e, con essi, vengono silenziosamente «avvicendate» persone che hanno lavorato per anni con fedeltà.

In altri casi circolano accuse sussurrate, allusioni velenose, imputazioni di presunte «nefandezze» che nascono non da prove, ma da invidie, rivalità o giochi di potere. Basta poco perché una voce diventi sospetto, e un sospetto diventi marchio infamante.

In un contesto simile, la reputazione può essere ferita senza appello e la dignità personale annientata, lasciata senza difesa. La dinamica è antica quanto il mondo, ma quando accade nella Chiesa lascia un retrogusto particolarmente amaro.

Non si tratta di casi marginali. Chi frequenta davvero la vita ecclesiale sa quanto queste storie siano frequenti – e quanto spesso restino senza ascolto, senza mediazione, senza riparazione.

Molte di queste vicende finiscono semplicemente nell’archivio invisibile delle ferite ecclesiali.

Eppure il Vangelo indica un criterio limpido per chi esercita l’autorità: «Io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Luca 22,27). Quando l’autorità dimentica questa misura evangelica, qualcuno rimane inevitabilmente sul ciglio della strada – e non di rado proprio coloro che avevano servito con maggiore dedizione e limpidezza.

Uno sportello pastorale per tali feriti avrebbe un compito semplice e radicale: ascoltare, riconoscere, fasciare. Se non addirittura riabilitare e riparare all’ingiustizia con una ricompensa. Non un tribunale parallelo, ma un luogo evangelico di riconoscimento umano.

Una sorta di piccolo Samaritano istituzionale, potremmo dire, capace di versare olio e vino sulle piaghe spirituali prodotte non dal mondo, ma dalle stesse dinamiche ecclesiali.

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Il secondo ufficio sarebbe invece di segno diverso ma complementare: l’“Ufficio di pastorale del Buonumore”.

Può apparire una provocazione, ma non lo è. In alcune stagioni ecclesiali si respira un’aria sorprendentemente grave: molti prendono sé tessi terribilmente sul serio, come se il Regno di Dio e la salvezza del mondo dipendessero dall’importanza delle nostre agende, dei nostri titoli o delle nostre riunioni interminabili o dalla lunghezza dei nostri verbali.

E così il volto della Chiesa rischia di diventare cupo, irrigidito, quasi incapace di sorridere. Un’idolatria della sua struttura e di sé stessa.

Eppure la tradizione cristiana conosce bene la santità della letizia. Non una leggerezza superficiale, ma una forma spirituale della libertà.

Basta far riferimento a tante figure di pastori, maestri di quella virtù rarissima che è l’autoironia. Essi avevano compreso una verità teologica elementare: la fede nasce dalla Pasqua, e la Pasqua è la più grande confutazione teologica del «muso lungo».

Un “Ufficio del Buonumore” avrebbe dunque una missione salutare: insegnare a ridere un po’ di sé, a sgonfiare le vanità delle vanità ecclesiastiche, a ricordare che la seriosità non è sempre sinonimo di profondità, bensì solo un modo per smascherare l’importanza che attribuiamo a noi stessi. Pur tuttavia, una risata evangelica è salutare, valendo più di molte e interminabili riunioni sinodali.

Del resto, il padre indiscusso della street theology, un certo Groucho Marx, così preconizzò contro gli abusi e le prepotenze delle gerarchie: «Una risata vi seppellirà».

In fondo, l’unico da prendere davvero sul serio è il Signore crocifisso e risorto. Tutto il resto – comprese le nostre piccole battaglie curiali – merita talvolta di essere guardato con una salutare leggerezza.

Il patrono di tale ufficio sarebbe indiscutibilmente san Filippo Neri, oppure – più vicino a noi – il vescovo don Luigi Bettazzi. Due specialisti della gioia cristiana, allergici alle pomposità ecclesiastiche.

Non però san Sebastiano, figura venerabilissima, ma iconograficamente un po’ troppo trafitto per presiedere alla pedagogia del sorriso. O certe raffigurazioni di madonnine sofferenti e insofferenti…

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Forse questi due uffici non entreranno mai negli annuari diocesani; non li troveremo nei decreti episcopali, né nei nuovi organigrammi pastorali.

Ma se ciò restasse anche soltanto una provocazione, conterrebbe già una piccola verità spirituale: la Chiesa ha bisogno insieme di giustizia, misericordia e letizia.

La giustizia per proteggere la dignità delle persone. La misericordia per curare le ferite. E la letizia per ricordare che il Vangelo, prima di essere un peso oneroso e una grave incombenza, è un «carico leggero e un giogo soave». Più ancora: una buona e bella notizia.

Perché, per salvare il mondo e gli umani, Dio non ha affatto bisogno della nostra aria troppo seria e sostenuta, neppure della nostra volontà di coadiuvarlo nell’impresa redentrice.

Con un’ultima aggiunta: una Chiesa capace di curare le ferite inferte al prossimo e di sorridere di sé stessa assomiglia un po’ di più alla comunità che Gesù aveva immaginato.

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