
Il monologo che segue nasce dalla fatica di continuare a portare il ministero senza smarrire il desiderio originario. Non mette in questione la vocazione, né l’obbedienza, né la fedeltà ecclesiale. Mette in questione qualcosa di più profondo e più fragile: il cuore del presbitero quando non è in servizio.
Nicodemo è qui assunto come figura speculare del nostro ministero. Uomo credente, stimato, competente, inserito nelle strutture religiose del suo tempo, eppure costretto a cercare Gesù di notte. Non per codardia, ma perché alcune domande non reggono l’esposizione pubblica. Anche noi conosciamo quella notte: non come scandalo, ma come stanchezza, solitudine, senso di sproporzione, paura di non essere fecondi, di aver trasformato il Vangelo in mestiere.
Questo testo dà voce a ciò che spesso resta muto tra noi. A ciò che raramente trova parola nei presbiteri riuniti, perché ciascuno teme di essere l’unico a sentire così. È invece un’esperienza condivisa, anche se non dichiarata: il peso di dover essere sempre “padri” senza concedersi di restare figli; la tentazione di controllare tutto per non perdere senso; il rischio di sopravvivere spiritualmente, più che vivere.
Il monologo non va ascoltato per identificarsi in ogni parola, ma per riconoscere ciò che risuona. Non tutto sarà vostro; qualcosa, però, vi riguarderà. Lì fermatevi. Lì non scappate. Lì lasciate lavorare il silenzio.
Questo è un testo da leggere lentamente, senza prendere appunti, senza preparare risposte. È pensato appunto per quando il ministero può finalmente tacere e l’uomo può tornare a parlare davanti a Dio.
Se accadrà che, durante l’ascolto, qualcuno riconosca la propria notte, non la scacci. Non è il segno di un fallimento, ma forse l’inizio di una rinascita. Perché, come per Nicodemo, anche per noi la notte può diventare il luogo in cui il Signore non toglie il ministero, ma lo rigenera dall’alto.
Nel grembo della notte
È tornato il silenzio. Quello vero.
Quello che resta quando anche l’ultima luce artificiale
smette di fingere il giorno e la città si arrende alla notte.
Sono rientrato tardi in canonica.
Ho lasciato la stola piegata sulla sedia,
come se potesse ancora custodire qualcosa di me.
Ma la verità è che ciò che porto addosso questa notte
non si appende a un attaccapanni. Non riesco a dormire.
E non perché domani mi aspetta un’agenda piena
— quella, ormai, la so reggere — ma perché sono stato guardato.
Come allora.
Come Nicodemo quella notte.
Come me, stanotte.
Sono un presbitero.
Uno di oggi.
Con studi alle spalle, competenze pastorali,
riunioni, scadenze, problemi di bilancio,
progetti educativi, verbali da firmare
e omelie da non ripetere.
Sono uno che sa.
O almeno, che dovrebbe sapere.
Eppure stasera mi sento esattamente come quell’uomo del Vangelo
che va da Gesù di notte:
competente, rispettato… e tremendamente disarmato.
La notte serve a questo:
a toglierti il ruolo.
A spogliarti delle frasi giuste.
A farti restare con una domanda sola, che non riesci più a zittire.
Che cosa desidero davvero?
Non cosa faccio.
Non cosa mi chiedono.
Non cosa si aspettano da me.
Ma cosa desidero, nel punto più vero, quello che non mostro a nessuno.
Ricordo una frase che dissi anni fa a un ragazzo in oratorio, una sera d’estate. Mi chiese perché Dio parlasse così spesso di notte.
Gli risposi con parole simili a quelle di D’Avenia:
che il buio serve a vedere ciò che il giorno nasconde,
che alcune cose sono troppo belle per essere esposte alla luce.
Allora mi sembrava una risposta poetica.
Stasera mi accorgo che era una confessione.
Perché io, la notte, la conosco.
Non quella romantica.
Quella reale.
È la notte della delusione pastorale.
Quando prepari, sogni, investi tempo e cuore…
e poi non viene nessuno.
Quando senti che parli, ma le parole scivolano
addosso come pioggia su vetro.
Quando ti domandi se stai ancora annunciando il Vangelo
o solo amministrando una struttura che resiste per inerzia.
E poi la notte della solitudine non detta.
Quella che non si può confessare, perché “un prete non è mai solo”.
Eppure lo sei, eccome se lo sei.
Solo con decisioni che pesano.
Solo quando sbagli.
Solo quando non puoi permetterti di essere fragile,
perché sei tu quello a cui gli altri chiedono forza.
E poi c’è la notte in cui il corpo parla senza maschere.
Di giorno sappiamo essere dottori della Legge,
presbiteri ordinati, uomini misurati.
Di notte tornano le domande vere.
E torna il corpo.
Perché il corpo non smette di desiderare quando riceviamo l’ordinazione.
Non diventa docile per decreto.
Non si spiritualizza con una formula.
C’è una stagione – che pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce –
in cui la sensualità è recrudescente,
ritorna con forza, a volte con violenza.
Non come perversione, ma come grido di vita.
Come domanda di contatto, di essere visti, riconosciuti, desiderati.
Nicodemo lo sa.
Sa che la notte non è solo il luogo del dubbio teologico,
ma anche della carne inquieta.
E allora chiede:
«Come può rinascere un uomo quando è vecchio?»
Come si fa a ricominciare quando il corpo
non obbedisce più ai nostri progetti spirituali?
La castità del presbitero non è l’assenza di desiderio.
È il luogo più fragile del desiderio.
È una lotta quotidiana per non ridurre l’altro a compensazione,
per non usare il ministero come anestetico,
per non trasformare Dio in un alibi.
Ci sono notti in cui la solitudine pesa più della croce.
Notti in cui la tenerezza manca più del successo.
Notti in cui il corpo chiede ciò che l’anima non riesce a nominare.
E qui avviene la tentazione più sottile:
non quella di trasgredire,
ma quella di indurire il cuore,
di spegnere il desiderio invece di convertirlo,
di diventare funzionali anche nel sentire.
Ma Gesù non dice a Nicodemo: sopporta.
Dice: nasci dall’alto.
E nascere dall’alto non significa negare la carne,
ma lasciarla attraversare dallo Spirito.
La castità non è repressione.
È integrazione faticosa.
È imparare che il desiderio non va eliminato,
ma orientato, custodito, abitato senza possederlo.
Quando la castità diventa solo controllo, prima o poi esplode.
Quando diventa solo rinuncia, inaridisce.
Quando diventa solo disciplina, disumanizza.
La castità evangelica è una forma alta di relazione:
non possiedo, non consumo, non uso.
Resto.
Mi espongo.
Accetto la mancanza senza colmarla con surrogati.
Nicodemo capisce che la rinascita passa da qui:
dal lasciare che anche il corpo entri nella relazione con Dio,
senza vergogna e senza idolatria.
Forse una delle cause più profonde del burnout presbiterale
non è solo il troppo lavoro,
ma il desiderio non ascoltato,
la sensualità non accompagnata,
la carne lasciata sola nella notte.
E allora Gesù dice ancora:
«La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre».
Non perché la notte sia cattiva,
ma perché lì nessuno ci vede.
Eppure proprio lì, nella notte del corpo,
può nascere una castità più vera:
non quella dei puri,
ma quella degli uomini riconciliati.
E poi c’è la notte del confronto impietoso.
Quando scopri che non sei il prete che pensavi di essere.
Che altri riescono meglio.
Che qualcuno è più ascoltato, più seguito, più amato.
E tu, che avevi giurato di non cercare riconoscimenti,
ti scopri ferito proprio lì.
E poi c’è la notte più buia. Quella dell’errore.
Quando sbagli davvero.
Quando fai male, anche senza volerlo.
Quando ti accorgi che il tuo ministero non è solo parola e sacramento,
ma potere reale sulla vita delle persone.
E quel potere, a volte, pesa come una colpa.
È in questa notte che capisco Nicodemo.
Non come personaggio evangelico.
Ma come fratello.
Anch’io vengo da Te di notte, Gesù.
Non perché non creda.
Ma perché credo troppo per espormi alla luce senza tremare.
Non vengo a chiederti soluzioni.
Vengo a chiederti se posso ancora rinascere.
Perché, dimmelo Tu:
è possibile rinascere quando sei già “maestro”?
Quando sei già dentro un ruolo?
Quando sei già etichettato come uno che “ce l’ha fatta”?
Tu mi rispondi come rispondesti a lui.
Non mi rassicuri.
Non mi semplifichi la vita.
Mi spiazzi.
“Devi rinascere dall’alto”.
Dall’alto.
Non dalle mie strategie.
Non dalla mia efficienza.
Non dalla mia bravura.
Dall’alto, cioè da dove non controllo.
E allora capisco:
il mio desiderio più profondo non è avere successo nel ministero.
Non è essere apprezzato.
Non è vedere risultati.
Il mio desiderio è tornare figlio.
Smettere, almeno per un istante, di essere solo padre, guida, riferimento.
Lasciarmi generare di nuovo.
Capisco che il mio desiderio più vero non è fare di più, ma credere di più.
Credere che Dio non mi ha mandato qui per giudicare il mondo
— né tantomeno me stesso — ma per salvarlo.
Credere che anche io sono incluso in quel “mondo tanto amato”.
E allora la notte cambia volto.
Non scompare.
Ma smette di farmi paura.
Come per Abramo, anche per me la notte diventa luogo di paternità.
Non perché vedo tutto chiaro, ma perché alzo lo sguardo.
“Guarda il cielo e conta le stelle”.
Non le opere riuscite.
Non i numeri. Non i risultati. Le stelle.
Cioè le vite che mi sono affidate.
Gli incontri casuali.
Le domande non dette.
I giovani che non bussano alla porta della chiesa,
ma mi incrociano per strada.
Le storie che mi sfiorano senza chiedere permesso.
Forse è lì che Tu continui a nascere.
Di notte.
Lontano dai riflettori.
Nel silenzio.
E io, Nicodemo di oggi, presbitero con le tasche piene di appunti
e il cuore pieno di crepe, ti dico solo questo:
Non smettere di abitare la notte.
Perché è lì che io vengo a cercarti.
Ed è lì che, ancora una volta, mi fai rinascere.
La notte non arriva all’improvviso.
La notte si prepara.
Si annuncia piano, come una verità che non vuoi ascoltare ma che insiste. Prima è stanchezza, poi irritazione, poi una strana aridità nel petto.
Infine silenzio.
Non quello che scegli, ma quello che ti resta.
È tardi.
La canonica dorme.
I muri trattengono voci antiche,
passi di altri preti, preghiere dette di fretta,
rosari sgranati per dovere, pianti mai confessati.
Ogni casa abitata a lungo diventa una specie di memoria vivente.
Anche questa.
Ho spento la luce dello studio, ma non quella dentro.
Quella no, non si spegne.
Quella continua a illuminare proprio ciò che vorrei non vedere.
Mi siedo.
Non per pregare — almeno non come so fare —
ma perché il corpo non regge più la posizione del giorno.
Di giorno sto in piedi, in mezzo, davanti.
Di notte mi siedo come uno che ha smesso di recitare.
E allora mi accorgo che sono stanco di essere forte.
Stanco di dover avere sempre una parola.
Stanco di dover tenere insieme tutto:
le persone, le tensioni, le attese, le delusioni.
Stanco di dover essere “segno”,
quando io per primo non mi sento più leggibile.
La notte fa questo:
ti restituisce a te stesso senza mediazioni.
Di giorno sono “don”.
Di notte torno a essere un uomo che cerca di capire se ha scelto bene,
se sta amando davvero,
se non ha tradito qualcosa di essenziale lungo la strada.
Non il celibato.
Non l’obbedienza.
Ma il desiderio originario.
Quando ho smesso di chiedermi se sono ancora innamorato di Dio?
Non se credo — quello sì, continuo a credere — ma se lo desidero ancora.
Perché il desiderio è più pericoloso della fede.
La fede la puoi amministrare.
Il desiderio no: o ti brucia o si spegne.
Nicodemo lo sapeva.
Per questo va di notte.
Non perché ha paura degli altri, ma perché ha paura di sé stesso.
Di ciò che potrebbe scoprire se davvero ascoltasse.
Anch’io vengo di notte, Signore.
Non con domande teologiche, ma con un nodo alla gola.
Vengo perché non posso più fingere di sapere tutto.
Vengo perché la mia competenza non mi consola più.
Ho passato anni a spiegare la rinascita agli altri.
A dire che Dio fa nuove tutte le cose.
A predicare che la grazia precede, accompagna, sostiene.
Ma stasera mi chiedo, senza sconti:
E io? Io sono ancora in cammino o sto solo mantenendo una posizione?
C’è una forma di morte che non fa rumore. Non è il peccato clamoroso.
Non è lo scandalo. È l’assuefazione.
È quando smetti di aspettarti qualcosa da Dio,
perché hai già imparato come “funziona”.
Quella è la vera notte.
Quella in cui non chiedi più nulla.
Io invece stanotte chiedo.
Non ad alta voce.
Non con parole ordinate.
Chiedo con l’inquietudine.
Chiedo se è normale sentire questo vuoto
proprio mentre annuncio la pienezza.
Chiedo se è normale provare invidia — sì, invidia —
per chi ha una fede semplice, non professionale, non esposta.
Chiedo se è normale desiderare, a volte,
di essere uno qualunque che può dubitare senza sentirsi in colpa.
Mi guardo dentro e non vedo un eroe della fede.
Vedo un uomo che ha paura di fallire.
Paura di non essere all’altezza.
Paura che un giorno qualcuno dica:
“Ha parlato bene, ma non ha generato vita”.
E allora capisco che la mia notte non è solo stanchezza.
È paura di non essere fecondo.
Come Abramo.
Come Nicodemo.
Come tutti quelli che Dio chiama
quando hanno già accumulato abbastanza anni
da sapere che non tutto è possibile.
Vengo di notte, Signore,
perché la fedeltà non è mai rumorosa.
Non è l’eroismo dei forti,
ma la perseveranza dei feriti che non se ne vanno.
Sono rimasto.
Non perché tutto fosse chiaro,
ma perché la tua voce, un giorno,
ha cambiato l’orizzonte della mia vita
e da allora, anche quando non la sento più,
continua a orientarmi.
La fedeltà non è restare uguali.
È lasciarsi convertire senza fuggire.
È tornare ogni giorno a quel primo “seguimi”,
quando il ministero pesa,
quando il corpo protesta,
quando la fraternità manca
e la missione sembra sterile.
Tu non mi chiedi una fedeltà di pietra,
ma una fedeltà che genera futuro.
Una fedeltà che non conserva il passato,
ma custodisce la promessa.
Che non difende ruoli,
ma resta discepola anche quando è pastore.
Ho capito, Signore,
che non posso portare frutto se mi separo da Te,
se vivo il ministero senza memoria della chiamata,
se servo senza lasciarmi servire dal tuo sguardo.
Rinascere dall’alto
è questo:
non smettere di essere chiamato,
anche quando sono stanco di rispondere.
E forse il futuro della Chiesa
non nasce da chi resiste di più,
ma da chi resta fedele
lasciandosi continuamente rifare da Te.
Tu mi parli di rinascita.
E io, dentro, reagisco come Nicodemo:
“Come può accadere questo?”
Come può rinascere uno che ha già una storia?
Uno che ha già sbagliato?
Uno che ha già deluso e si è deluso?
Come si rinasce quando non puoi cancellare il passato, ma solo portarlo?
E Tu non mi dai istruzioni.
Non mi dici “fai questo”.
Mi dici: lasciati fare.
Ed è qui che tremo.
Perché lasciarsi fare significa perdere il controllo.
Significa accettare che la mia identità non è tutta nelle mie mani.
Significa ammettere che anche il mio ministero non è una conquista,
ma un dono continuamente da ricevere.
Capisco allora che il mio problema non è la notte.
È che ho smesso di fidarmi del buio.
Ho voluto illuminare tutto.
Spiegare tutto.
Chiarire tutto.
Difendere tutto.
Ma Dio non nasce alla luce piena.
Nasce dove non vedi bene.
Dove devi tendere l’orecchio.
Dove puoi solo affidarti.
Forse la notte serve a questo:
a ricordarmi che non sono io a salvare nessuno.
Che non sono io a generare la fede.
Che non sono io il centro.
E questo, stranamente, mi libera.
Perché se non sono io il centro, allora posso anche fermarmi.
Posso anche piangere.
Posso anche confessare che non so.
E nel non sapere, Tu passi.
Non con potenza.
Non con risposte.
Ma con una presenza che non giudica.
“Dio non ha mandato il Figlio per condannare”.
Nemmeno me.
Nemmeno la mia stanchezza.
Nemmeno la mia fragilità presbiterale.
Allora resto qui.
Seduto.
In silenzio.
Non pretendo che la notte finisca.
Non chiedo consolazioni immediate.
Chiedo solo di non indurirmi.
Se devo restare nella notte, fa’ che non diventi cinico.
Se devo camminare nel buio, fa’ che non perda il desiderio.
Se devo rinascere, fa’ che accada dall’alto, anche se fa male.
Perché ora lo so:
la notte non è il contrario della fede.
È il suo grembo.
E io, Nicodemo di oggi, presbitero stanco ma ancora inquieto,
ti affido questo unico desiderio, l’unico che mi resta:
Non lasciarmi diventare uno che ha smesso di cercarti.
Il suono del silenzio
Ora che il monologo è giunto al termine, non affrettiamoci a tornare alle parole. Restiamo un momento nel silenzio. Perché ciò che è stato detto non chiede subito una risposta, ma un’assimilazione lenta, come il pane che deve scendere in profondità per nutrire davvero.
Forse qualcuno di noi si è riconosciuto. Forse altri hanno provato resistenza, distanza, perfino fastidio. È normale. Quando una parola tocca il punto vivo del ministero, non consola subito: prima smuove, scopre, espone. Non difendiamoci da questo movimento. Non siamo qui per dimostrare nulla, ma per lasciarci raggiungere.
La notte di Nicodemo non è un incidente di percorso, né un segno di infedeltà. È una tappa. È il luogo in cui il presbitero smette, per un istante, di reggere il peso della rappresentanza e torna semplicemente davanti al Signore come uomo chiamato per nome. Non come funzione, non come ruolo, non come problema da risolvere, ma come figlio.
Se durante la lettura è emersa una stanchezza che non avevamo il coraggio di nominare, non vergogniamocene. Se è affiorata una domanda che da tempo evitavamo, non soffochiamola. Se abbiamo percepito il timore di non essere fecondi, ricordiamo che la fecondità del ministero non coincide mai interamente con ciò che possiamo misurare o controllare.
Non ci viene chiesto di “fare di più”, né di essere presbiteri migliori secondo criteri di efficienza. Ci viene chiesto qualcosa di più essenziale e più esigente: lasciarci rigenerare. Accettare che anche il nostro ministero presbiterale abbia bisogno di rinascere, non una volta sola, ma continuamente, dall’alto, là dove lo Spirito soffia senza chiedere permesso.
Portiamo con noi, dopo questa lettura, non un programma, ma una vigilanza: quella di non fuggire la notte quando torna, di non riempirla subito di rumore, di non vergognarci di cercare Gesù proprio lì. Perché è in quel buio abitato che il ministero si purifica, il cuore si riallinea, il desiderio viene custodito.
Affidiamo al Signore ciò che questo testo ha smosso in ciascuno di noi. Non tutto va chiarito oggi. Non tutto va risolto. Ma tutto può essere consegnato.
E se stanotte, o in un’altra notte che verrà, qualcuno di noi si sentirà ancora Nicodemo, ricordiamolo senza paura: non siamo fuori dal Vangelo. Siamo, forse, proprio nel punto in cui il Vangelo ricomincia a generare vita.





