Iran: alternative non percorse

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Jalal Al e Ahmad.

A Teheran è l’ora dei falchi. Il meccanismo che sembra prevalere non è quello che in alcune dichiarazioni aveva auspicato Trump, ossia ottenere migliori interlocutori. Le scelte militari potrebbero aver determinato, a parere di molto esperti, interlocutori peggiori, i più duri.

È questo il punto di arrivo, attualmente, di un percorso rivoluzionario cominciato a metà del secolo scorso e che prioritariamente puntava a tutt’altro nel campo religioso che alla teocrazia.  Forse l’obiettivo lo possiamo chiamare una “teologia della liberazione islamica”, pensata da chi detestava l’occidente materiale ma si abbeverava con piena consapevolezza alle sue grandi correnti culturali; teologia,  ma non certo dell’establishment.

Sono due i nomi che spiccano, due i motori che hanno sedotto grandi masse di iraniani, soprattutto i giovani di quel tempo, offrendo pensieri forti, densi di fascini, forze, problemi e rischi.

Ispiratori della rivoluzione

Il primo nome è quello di Jalal Al e Ahmad che morì nel 1969, il secondo è quello di Ali Shariati che morì nel 1977. Dunque non hanno conosciuto gli esiti della rivoluzione che hanno ispirato, presto deragliata nella teocrazia khomeinista.

Shariati poco prima di morire lo aveva intuito, visto che prima di lasciare il Paese, appena uscito dalle prigioni dello scià, disse ai suoi amici: “Sembra che voi non vi rendiate conto di quanto sta accadendo. I nemici dell’islam stanno isolando e scacciando tutti coloro che difendono il vero islam. Con l’aiuto dei custodi della religione ufficiale e dei mercanti del paradiso stanno tentando di forgiare una religione che ripugnerà alle nuove generazioni, spianando la strada a dottrine islamiche devianti”.

Secondo i nostri parametri si potrebbe dire che siamo davanti a un binomio che unisce laico e credente, affratellati dalla causa degli oppressi; ma c’è di più, ritengo. I due venivano da storie diverse, convergevano nella lotta alla monarchia imposta dai colonialisti e repressiva, per loro piegata a un’idea di sviluppo coloniale.

Il fatto sorprendente è che quel processo rivoluzionario ebbe anche, se non soprattutto grazie a loro, la capacità di coinvolgere ambienti politici estremamente diversi.

Letti nell’oggi

Oggi che gli eventi portano alla ribalta l’ala più fanatica ed estrema dei guardiani apocalittici della rivoluzione, a discapito non solo delle opposizioni ma anche all’interno del sistema attuale delle ali capaci comunque di pragmatismo, e dei riformisti di un regime che non vuole riformarsi, credo importante tentare di fare qualche accenno a un incontro, profondo nella sostanza,  di cui poco si parla, ma che dice ancora molto.

Non si tratta certo di beatificarli, molti hanno sottolineato gli oggettivi rischi. Ma nella polarizzazione dell’oggi è utile capire cosa abbia unito, creato un pensiero ibrido, un movimento plurale; mentre oggi sembra possano affermarsi solo il bianco e il nero.

Questo incontro tra il predicatore sciita Ali Shariati, definito l’islamo-marxista e un marxista laico che si era allontanato dalla religione, Jalal al e Ahmad, che si rifiutò di compiere studi religiosi, che in gioventù militò in partiti laicisti, anti sciiti e poi fu definito “l’ultimo intellettuale musulmano”, va capito nella sostanza di ciò che li avvicinò: non sarà una teologia della liberazione islamica?

Uno studioso di vaglia come Simone Ruffini, specializzato in cultura iraniana, letteratura persiana e studi islamici, ha saputo aiutarci trovando le parole perfette per introdurci Jalal Al e Ahmad, parlando di ciò che lo avvicinava a Pasolini. Questo accostamento, oltretutto, è particolarmente prezioso perché ci aiuta a capire, pensando con la nostra nostra storia.

La citazione che fa di Pasolini è questa: “Ho detto, e lo ripeto, che l’acculturazione del Centro consumistico, ha distrutto le varie culture del Terzo Mondo (parlo ancora su scala mondiale, e mi riferisco dunque appunto anche alle culture del Terzo Mondo, cui le culture contadine italiane sono profondamente analoghe): il modello culturale offerto agli italiani (e a tutti gli uomini del globo, del resto) è unico”.

Da parte sua Jalal al e Ahmad, ci fa presente Ruffini con questo prezioso parallelismo, scriveva: “Il punto è questo, che noi paesi in via di sviluppo non siamo produttori delle ‘macchine’. Tuttavia a causa dell’economia e della politica di questo conflitto tra povertà e ricchezza, siamo costretti a essere docili e arrendevoli consumatori dei prodotti dell’industria occidentale, o al massimo assemblatori obbligati, sottomessi e malpagati dei beni che provengono dall’occidente. Solo questo, ha richiesto la conformazione dei nostri governi, delle nostre culture e delle nostre vite quotidiane all’ordine delle macchine”.

Dopo le citate militanze, dopo essersi iscritto al partito comunista iraniano, Tudeh, Jalal al e Ahmad ne uscì, profondamente disilluso e si orientò verso diversi partiti di stampo socialista, ma soprattutto, a mio avviso, cominciò a cercare un nuovo incontro con lo spirito del suo popolo; ricerca che lo avvicinò ad Ali Shariati, che conobbe personalmente.

Attrazioni e ostilità verso l’Occidente

Entrambi ostili all’Occidente, entrambi erano da quell’Occidente fortemente attratti. Basta considerare i maestri che cita Shariati, che li conobbe a Parigi quando studiava alla Sorbona, e quelli che cita Jalal Al-e Ahmad, molto spesso gli stessi. Non erano maestri sempre concordi tra di loro, basti dire che per entrambi sono stati fondamentali i duellanti Sartre e Camus. E in questo, tra queste polarità in contrasto, è molto importante Frantz Fanon. Essendo l’autore de I dannati della terra è per loro un riferimento chiaro, indiscutibile.

Ma, sottolinea Homa Katouzian nell’ampia recensione della biografia di Jalal Al e Ahmad scritta da Hamid Dabashi, “in una lettera Fanon scrisse a Shariati che sebbene la mia via sia diversa ed evidentemente opposta alla vostra, sono convinto che i nostri sentieri si incroceranno nel cammino verso la destinazione dove l’umanità vive una vita migliore”.

E allora, proseguendo nell’indispensabile sottolineatura delle influenze esterne, come non sottolineare che Jalal al e Ahmad fu chiaramente influenzato da Georges Bernanos, da quel cattolicesimo attento alle campagne, mentre per Ali Shariati fu decisivo il grande professore con il quale studiò l’islam, il cattolico Louis Massignon. Trovo qui una traccia molto importante.

È importante che Ruffini citi di Bernanos l’idea di “dominio dei numeri”, che eliminano spirito e umanità. È un filo che ritengo colleghi i due pensatori di cui parliamo. Ecco a mio avviso il frutto che occorre presentare, sottolineare. Scrive Ruffini al riguardo del collegamento di Al e Ahmad e Shariati: “Con quest’ultimo, negli ultimi anni della sua vita Al e Aḥmad ebbe diversi contatti e condivise l’opinione che solamente attraverso una cooperazione tra il clero sciita e gli intellettuali si sarebbe potuto verificare un sollevamento delle masse iraniane che avrebbe ribaltato la condizione di oppressione vissuta dal paese. Nell’elaborare questo pensiero, l’autore era certamente stato influenzato anche dall’esempio della Rivoluzione Algerina, in cui idee legate all’Islam e al nazionalismo erano state fatte confluire nella causa di liberazione con successo. Questo tema, fu ampiamente trattato nel saggio pubblicato postumo Dar va Khiānat-e Rowshanfekrān (Sul servizio e il tradimento degli intellettuali, 1979), in cui Āl e Aḥmad si rifece anche al pensiero di Gramsci sulla formazione degli intellettuali, includendone una parziale traduzione persiana. L’autore illustrò infatti come in Iran i membri del clero fossero i veri intellettuali “organici” in rapporto alle masse rurali del paese, e pertanto realmente peculiari al contesto nativo iraniano, al contrario di altre categorie di intellettuali come scienziati, professori e ingegneri, che egli riteneva invece funzionali al colonialismo. Solo con l’aiuto del clero, si sarebbe potuto quindi sollevare le masse contro il regime monarchico e neocoloniale e dare vita ad una nuova egemonia”.

Intossicazione da Occidente

Non mi risulta che Shariati abbia parlato di Gramsci, ma la citazione gramsciana che fa Giacomo Bogo trattando di Jalal Al e Ahmad e riferendosi al suo capolavoro, il cui titolo tradurrei come “Occidintossicati”, mi sembra che potrebbe riguardare profondamente anche Shariati: “Gramsci illustra chiaramente l’errore concettuale commesso dagli Occidintossicati, l’errore dell’intellettuale consiste (nel credere) che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere), cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari […]. Non si fa politica-storica senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione”.

Il successo di questo libro sull’intossicazione da Occidente fu incredibile. Fu subito proibito, poi uscì nella revisione, come furono proibite dal clero sciita le opere di Shariati. Ma il successo del volume di Al e Ahmad fu enorme, tanto che molti lo comprarono e custodirono senza averlo letto, altri lo lessero probabilmente capendo poco.

Homa Katouzian nel citato saggio scrive che “una mia vecchia amica fisica di Londra, che all’epoca studiava informatica a Parigi, mi raccontò che un giornalista francese, scrivendo dei problemi economici che allora affliggevano la Gran Bretagna, aveva affermato che il Regno Unito era diventato sottosviluppato. Ma non appena le chiesi come potesse essere sottosviluppato il primo Paese industrializzato, mi interruppe gridando: gharbzadeh nasho (smettila di farti influenzare dall’Occidente)”. Gharbzadeh è il titolo del volume di Al e Ahmad. “Ma non appena i festeggiamenti del febbraio 1979 furono terminati, Jalal fu dipinto dai suoi critici come un mostro di prima grandezza — ritenuto l’unico responsabile di ciò che essi consideravano gharbzaedgi — nonostante essi stessi avessero preso parte a quella rivoluzione! È probabile, tuttavia, che pochi tra la folla abbiano letto il libro e, se lo hanno fatto, ancora meno ne abbiano compreso il significato e il messaggio”.

Lui temeva che il destino fosse quello di “vedere la nostra economia, cultura e politica cadere nelle mani delle aziende occidentali e degli Stati che le proteggono”. Rischi che sono trasformati e assunti dal regime khomeinista, che ha scavato un solco tra clero e intellettuali, tra città e campagna e fatto dei pasdaran i nuovi cavalieri neri dell’economia.

Ma osservando la società rurale contrapposta a quella cittadina, che egli vedeva come un’espressione del colonialismo, Al e Aḥmad intuì che l’Islam sciita rappresentasse un carattere culturale imprescindibile della propria nazione, dotato tra l’altro di una innata vocazione rivoluzionaria. In questo Shariati svolse un ruolo fondamentale: sempre vestito in giacca grigia e camicia bianca con cravatta, Shariati non prefigurava il governo che poi sarebbe venuto, la teocrazia.

La natura rivoluzionaria dello sciismo che predicava lo collegava alle radici della fede, ma anche al popolo, a certe idee del marxismo, trovando così il modo di avvicinare ambienti lontani e di avvicinare, mischiare, ambienti assai diversi, separati.

I due martirii islamici

Forse non si può evitare di ricordare (ancora una volta) le due opposte, incompatibili visioni del martirio islamico –  testimonianza nonviolenta per quella di Shariati, apocalittica e votata alla violenza quello khomeinista -, ma anche ricordare l’urgenza del rapporto tra fede e popolo di Jalal Al e Ahmad.

Dunque in entrambi si doveva percepire la tutela di un motore dialettico, direi di un pensiero che pur contenendo asprezze e rischi fondamentalisti, si caratterizzava come pensiero ibrido. Questo forse vale anche per il marxismo che alla fine dei suoi giorni probabilmente Jalal Al-e Ahmad non sposava più.

Colpisce come questa denuncia dell’intossicazione occidentale facesse costantemente riferimento a intellettuali occidentali, a pensatori dai quali non potevano separarsi. Ali Misrepassi ha scritto pagine importanti sulla loro relazione, pubblicate dalla Cambridge University Press. Questa la sua tesi: “Al e Ahmad formula una forte critica al potere egemonico dell’Occidente, incentrata sul concetto di occidentalizzazione. Tale critica accusa gli intellettuali laici iraniani di essere complici del potere occidentale e incapaci di costruire efficacemente una modernità autenticamente iraniana. Al e Ahmad sostiene che un ritorno a una cultura islamica autentica sia necessario se l’Iran vuole evitare le forze omogeneizzanti e alienanti della modernizzazione socio-tecnologica.

Tuttavia, il ritorno sostenuto da Al e Ahmad era un discorso politico piuttosto complesso. L’Islam populista di Al e Ahmad non avrebbe rifiutato la modernizzazione in quanto tale, ma avrebbe cercato di reimmaginare la modernità in accordo con la tradizione, il simbolismo e le identità iraniane-islamiche. Ali Sharati riprende e amplia la critica di Al-e Ahmad elaborando una teoria positiva dell’ideologia islamica intesa come forza modernizzatrice.

Convinto della necessità di una base ideologica nella lotta per la liberazione nazionale iraniana, Shariati attinge liberamente dal marxismo per costruire un Islam populista e attivista. Shariati esorta i buoni musulmani a rovesciare l’ordine sociale corrotto, un’idea che trovò grande riscontro tra gli studenti e i giovani iraniani. Il discorso di Shariati non cerca di sostenere le dicotomie tra Oriente e Occidente, ma di promuovere un dialogo tra i due al fine di articolare una modernità praticabile”.

Il fallimento della sinistra

Molto interessante la sua tesi sul fallimento della sinistra: “Il fatto che la sinistra abbia liquidato la politica religiosa come un mero strumento, non solo ha trascurato una fonte imponente e fondamentale di forza rivoluzionaria, ma ha anche portato molte organizzazioni e intellettuali di sinistra a sostenere la politica islamica, sulla base dello stesso ragionamento miope. Si può affermare che la sinistra, non diversamente da molte altre forze politiche iraniane, sia stata vittima dell’incapacità generale del modernismo di riconoscere nell’Islam quella fonte di potere forte e violenta che era in realtà”.

Non è stato a suo avviso l’unico errore. Eccone un altro, esterno: “L’approccio orientalista presuppone che le voci dei musulmani contemporanei – a prescindere dal loro orientamento politico – possano avere solo un valore e un’informatività inferiori rispetto a ciò che l’orientalista ha immaginato e presentato in precedenza come la vera essenza della mentalità islamica.

Le voci e la letteratura dei musulmani contemporanei non potrebbero fare altro che conformarsi a ciò che l’orientalista già conosce grazie alla sua competenza. Criticare questo metodo è sicuramente secondario rispetto al metterlo a confronto con le voci reali delle persone, per cui l’inevitabile maggiore complessità della realtà umana prevarrà sulla chimera alimentata dalla tradizione orientalista”.

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