
Alberto Cairo coopera in Afghanistan dal 1990 con Croce Rossa Internazionale e la ONG italiana Nove Caring Humans nella assistenza sanitaria e sociale di donne e persone disabili poverissime. Si trovava in Italia sino a poche settimane fa: è tornato in Afghanistan dopo le prime notizie dei bombardamenti a opera del Pakistan. Ci risponde da Kabul a due giorni dal bombardamento che ha prodotto quasi 200 morti, oltre a molti feriti nella capitale afgana.
- Caro Alberto, cosa è accaduto a Kabul due giorni fa, la sera del 16 marzo?
Non è stata la prima volta di una bomba: sul Paese e anche sulla capitale talvolta arrivano aerei pakistani che sganciano su obiettivi vari e presunti. In questo caso è stato colpito un Centro di recupero per persone tossicodipendenti. In Italia si è parlato di un ospedale come di un posto molto affollato da pazienti.
In realtà si trattava di una specie di prigione-ospedale, un ambito chiuso, effettivamente molto affollato, fatto di prefabbricati poveri in materiali infiammabili, legno e plastica. Più della bomba hanno fatto morti le fiamme: molti sono, presumibilmente, arsi vivi. Sì, il Governo parla di morti, tra i 150 e i 200, con circa 250 feriti, tutti civili.
- Si è trattato di un «incidente»? Il bersaglio era un altro?
Non penso potesse essere quello l’obiettivo militare. Il Centro è situato in quello che era «Campo Fenix», una vasta area in passato utilizzata dalle forze militari di occupazione americana. Si trova non molto distante da postazioni militari talebane.
- Dalla tua abitazione, hai avvertito cosa stava accadendo?
Vivo in un’altra zona e non ho sentito gli aerei arrivare, né ho avvertito il botto della bomba, ma ho poi chiaramente avvertito la reazione della contraerea afgana.
- Cosa hai saputo dalla gente del posto?
L’incendio è durato per ore. C’è stato un continuo andirivieni di ambulanze e mezzi di soccorso, quelli che sono a disposizione qui.
- Ma ora la gente ha più paura?
Anche se, in qualche modo, la gente c’è abituata, il fatto ha colpito molto, soprattutto perché è avvenuto durante il Ramadan. Il Pakistan è un Paese musulmano come l’Afghanistan, e si pensa che un Paese musulmano non possa mai fare queste cose durante il Ramadan.
Il 19 marzo è iniziata la Festa dell’Id e la gente è stata nel bazar per cercare di comprare qualcosa per celebrare degnamente la festa. Il problema più grande per questa gente – che in gran parte vive di un’economia di sussistenza – sono i prezzi, più della guerra, percepita a «bassa intensità», dopo averne passate tante altre. La guerra aggrava i loro problemi economici e sociali.
- Quando è iniziata questa nuova guerra e perché?
I bombardamenti sono iniziati circa tre settimane fa, in febbraio, sporadici, qua e là, non tutti i giorni. Ma le ostilità tra i due Paesi non sono certo una cosa nuova. Il Pakistan accusa il Governo dei talebani afghani di ospitare e spalleggiare i talebani pakistani nelle loro incursioni oltre confine, in territorio pakistano. Il Governo afgano nega risolutamente. È difficile capire «chi ha ragione» nel clima di ostilità e di propaganda in essere. Gli scontri avvengono già da diversi mesi nella zona di confine. Ora anche Kabul e Kandahar sono state attaccate.
- È una guerra tra due, ovvero c’è, anche, una questione geopolitica?
È noto il triangolo Pakistan-Afghanistan-India: Pakistan e India sono, «da sempre», colossi rivali tra loro; l’Afghanistan – molto più debole – si trova «in mezzo». Considera poi che si tratta di Paesi poco avvezzi a praticare le vie diplomatiche.
- Stavi dicendo delle conseguenze economiche e sociali per la gente: quali sono?
A causa degli scontri, le frontiere tra Pakistan e Afghanistan sono chiuse, mentre molti dei beni di consumo per vivere stavano arrivando proprio dal Pakistan. I prezzi delle cose sono così enormemente cresciuti. I prezzi degli alimentari sono triplicati, e la gente non ha soldi. Coi nuovi prezzi dei materiali le aziende fanno ancor più fatica a lavorare.
Stiamo parlando di un Paese poverissimo. La gente sente soprattutto questo, più che le bombe sopra la testa.
- Ne abbiamo parlato l’anno scorso (https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/afghanistan-un-paese-dimenticato/): quindi non è cambiato nulla in Afghanistan, anzi va peggio?
Proprio così. Questo Paese continua a rimanere isolato e marginalizzato a livello internazionale. Intrattiene qualche rapporto di scambio solo con Uzbekistan, Tagikistan e… Cina.
Ora è sopraggiunta la guerra conclamata anche nell’altro grande Paese confinante: l’Iran. Anche se il confine con l’Iran non è attualmente chiuso, è divenuto più difficile il passaggio, sia di persone che di merci. I controlli sono severissimi. La zona del confine non è sotto attacco, perché gli impianti militari e nucleari sono in altre parti dell’Iran, ma la situazione è comunque molto pericolosa pure da quella parte, verso l’Afghanistan.
Tieni conto, poi, di un fattore aggravante lo stato economico e sociale verificatosi dal 2023 al 2025: oltre quattro milioni di afgani sono stati fatti rientrare a forza nel loro Paese, determinando un incremento del 10% circa del totale; 2 milioni sono tornati dal Pakistan e 2,5 milioni dall’Iran, ove molti vi vivevano da più di vent’anni. Sono stati letteralmente cacciati.
Il problema della «remigrazione» è un problema grande anche qui, perché questo Governo non ha la capacità di riaccogliere e di dare una sistemazione ai poveri. Questo fiume di persone deve perciò arrangiarsi come può. I pashtun dal Pakistan sono per lo più ritornati nelle loro zone rurali – devastate e ulteriormente impoverite dai più recenti terremoti − mentre gli sciiti dall’Iran si sono per lo più riversati in città come Herat o Kabul incrementandone il sovraffollamento. Tra loro la solidarietà è grande, ma i problemi − cito solo quello dell’acqua potabile − sono enormi. La disoccupazione è altissima e tanta parte della gente fa lavori di pura sopravvivenza.
- La questione femminile è sempre la stessa?
Sì, l’istruzione femminile è sempre negata. Il problema viene contenuto dal fatto che ci sono ancora ragazze che hanno potuto andare a scuola prima del ritorno dei talebani al governo. Ma prima o poi avverrà un ulteriore tracollo dovuto al mancato apporto femminile all’economia generale.
- Nella sanità e nella assistenza – cioè in ciò di cui più ti occupi – come vanno le cose?
La sanità pubblica è sempre più stretta, con operatori che, per garantirsi salari sufficienti, vanno nella sanità privata, quella che c’è. I più poveri, naturalmente, ne pagano le maggiori conseguenze. Nell’ambito della disabilità, del quale mi occupo da anni, viviamo la crisi che stanno vivendo tutte le organizzazioni non governative che non ricevono più fondi e sostegni, per portare avanti, in specie, la riabilitazione fisica.
- Come se la cava, quindi, «Nove», la tua organizzazione?
Partecipiamo ai bandi di concorso delle grandi Organizzazioni internazionali e a quelle dello Stato italiano per il sostegno ai progetti internazionali di aiuto e sviluppo: realizziamo i progetti approvati e ne portiamo avanti quanti più possibile in base alle nostre possibilità.
Sono scemate di molto le donazioni da privati, dall’Italia e da altri Paesi occidentali. Tu ricordi i tagli operati dalla Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo (U.S. Aid), la principale nel mondo. Sai poi bene quali altre crisi umanitarie affliggono il mondo. Sta di fatto che l’Afghanistan è ormai dimenticato. La gente dell’Afghanistan è dimenticata.
Mi sono sentito dire, «voi fate e costruite a vantaggio dei talebani»: no, noi lavoriamo per gli afgani e le afghane – disabili e non – che sono sempre molto poveri. È un’accusa sciocca e irritante.
- Vuoi presentare un proposito che hai in animo, e rivolgere un appello?
Nove ha in progetto di realizzare un palazzetto dello sport a Jalalabad, perché siamo testimoni del bene che può fare lo sport per tante persone disabili e non disabili, uomini e donne, col gioco, per la socializzazione di tutti.
Per sostenere il progetto:
Intestatario: Nove ETS
IBAN: IT50G0306909606100000069519
BIC/SWIFT: BCITITMM
Causale: Progetto La Forza dello Sport





