Fare teologia quando si sta bene senza Dio

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Benjamin Dahlke descrive un fenomeno difficile da negare: la teologia cattolica sta perdendo i propri lettori. Il calo del numero di studenti, le tirature in diminuzione e l’erosione della cultura del dibattito rappresentano per lui un pericolo reale – non solo per la pastorale, ma per la teologia stessa in quanto disciplina scientifica.

La sua preoccupazione è fondata. Se si scrive sempre di più e si legge sempre meno, una disciplina scientifica finisce per perdere il suo spazio di risonanza nel lungo periodo.  

Rispetto a questa situazione, la mia tesi è la seguente: non si tratta solo di una crisi delle pubblicazioni della teologia accademica, ma di una crisi più profonda di collocazione e plausibilità della religione in generale e della sua forma ecclesiale in particolare 

Scrivo a partire dalla prospettiva della mia attività in un programma di trasformazione di una diocesi della Germania occidentale, che da molti anni è fortemente segnata da processi di trasformazione sociale. Chi vuole plasmare il cambiamento nella Chiesa, o almeno renderlo possibile, impara in fretta che ogni dibattito serio sul futuro deve partire da uno sguardo lucido sul presente religioso.

A questo presente appartiene anche la constatazione, tanto semplice quanto significativa, che le fondamenta religiose della nostra società sono in fase di erosione. La diagnosi rimane quindi a metà strada se viene letta soprattutto come un problema della cultura della pubblicazione e della lettura di testi impegnativi.

Infatti, attualmente alla teologia non mancano innanzitutto i lettori; le manca, in misura crescente, il luogo in cui è ancora attesa come forma necessaria di interpretazione del mondo e della fede.‎ 

“Apateismo” come segno dei tempi 

Quando si cita un libro come quello di Jan Loffeld Wenn nichts fehlt, wo Gott fehlt/Quando non manca nulla dove manca Dio a esempio di una monografia che, in controtendenza, è riuscita a suscitare un dibattito, si rimanda implicitamente anche a questo livello più profondo del problema.

Infatti, il punto centrale di Loffeld non è solo che gli ambienti ecclesiastici si stanno indebolendo o che la pratica religiosa è in declino. La sua diagnosi va più in profondità: in ampie parti della società contemporanea la religione non è solo controversa, ma per molte persone, soggettivamente, semplicemente non è più necessaria.

La questione di Dio non viene più sollevata come cosa ovvia. Ciò che in realtà è inquietante non è la contraddizione religiosa, ma l’indifferenza religiosa o anche il semplice disinteresse – definito da Jan Loffeld “apateismo”. 

Se questo è vero, bisogna valutare in modo diverso il problema di partenza di Dahlke. La domanda non è innanzitutto: perché i libri teologici vengono letti sempre meno? Ma piuttosto: perché la teologia dovrebbe apparire ancora necessaria in una situazione culturale in cui a molti non sembra mancare nulla se manca Dio? Il calo dei lettori teologici non è quindi la vera causa della crisi, ma il suo sintomo visibile. 

Ciò non sminuisce l’osservazione di Dahlke, ma la rende più incisiva. Perché ovviamente ha ragione quando sottolinea la situazione precaria delle pubblicazioni teologiche: tirature ridotte, cerchie ristrette di acquirenti, un mercato interno accademico in cui molte cose circolano senza avere un effetto reale. Anche il suo desiderio che si legga di nuovo più di quanto si scriva tocca un punto dolente. 

Ma la speranza di poter risolvere il problema soprattutto attraverso formati migliori, una maggiore visibilità o una cultura del dibattito più vivace è probabilmente insufficiente. La visibilità non è la stessa cosa della plausibilità. E una presentazione di un libro ben riuscita non sostituisce ancora l’esperienza che il discorso teologico abbia effettivamente un significato per la propria vita. 

Vita senza Dio, ma non senza senso 

Proprio per questo la diagnosi di Loffeld è così utile. Ci costringe a rinunciare a quel presupposto tacito su cui si sono a lungo basate le autoaffermazioni ecclesiastiche e teologiche: ossia, che la questione di Dio emerga spontaneamente nel profondo di ogni persona prima o poi; e che la Chiesa debba solo essere pronta a rispondere.

Chi osserva più da vicino la realtà religiosa odierna dovrà constatare con maggiore lucidità che molte persone vivono la propria vita come significativa, moralmente orientata e soggettivamente appagante, senza sentire la mancanza di Dio, della fede o della Chiesa come una perdita. 

Ciò ha conseguenze di vasta portata per la teologia. Infatti, una disciplina che per secoli ha potuto contare ampiamente sul fatto che il suo oggetto fosse culturalmente dato per scontato, si trova ora di fronte al compito di riflettere proprio su questa perdita di ovvietà. Ciò significa che oggi la teologia deve essere non solo precisa nei contenuti, ma anche veritiera nella diagnosi della situazione.

Non può accontentarsi di attribuire la colpa alla mancanza di attenzione, di disciplina nella lettura o di mediazione accademica. Deve affrontare la scomoda consapevolezza che il suo problema è più profondo: il suo oggetto non è più urgente per molti. 

Paradossalmente, però, proprio in questo potrebbe risiedere un’opportunità. Infatti, se Dio non “cavalca più” la sua ovvietà sociale, allora il discorso teologico viene liberato da false certezze. Non deve più fingere di poter contare su un bisogno religioso latente, che deve solo essere gestito meglio. Può diventare più sobrio, più libero e forse anche più sincero.

Non attenuando il proprio oggetto, ma nemmeno caricandolo di significati funzionali. Un Dio che fosse interessante unicamente perché rimedia alle mancanze umane sarebbe, in fin dei conti, solo una costruzione religiosa di supporto. Il riferimento di Loffeld alla non-necessità di Dio non è quindi semplice disfattismo, ma potenzialmente una correzione teologicamente salutare. 

Ecco perché il testo di Dahlke è importante – ma dovrebbe essere approfondito con maggiore coerenza nella direzione che egli stesso accenna. È espressione di uno spostamento più profondo: la teologia sta perdendo lo spazio di risonanza culturale in cui le sue domande un tempo erano plausibili. A questo si può reagire a livello giornalistico; ma è necessaria soprattutto una sobrietà intellettuale e spirituale che riconosca la gravità di questa situazione. 

Imparare di nuovo a parlare teologicamente 

Allora la conclusione appropriata non sarebbe forse solo che la teologia deve riconquistare più lettori. Ma, piuttosto, quella che essa deve imparare di nuovo a parlare teologicamente in condizioni di indifferenza religiosa – in modo che il suo discorso non viva di ovvietà del passato, ma della forza di prendere sul serio un presente privo di un’apparente necessità religiosa. 

Ciò avrebbe delle conseguenze immediate – non solo per la pastorale, ma anche per il modo in cui la teologia accademica intende se stessa. Nei processi di trasformazione, uno dei primi e al tempo stesso più dolorosi passi da compiere è rendersi conto che non si cambia la situazione raccontandola in modo più bello.

Chi lavora con team, comitati e responsabili locali se ne accorge presto: l’attrito decisivo non nasce dove le persone sarebbero “in realtà religiose” ma sono difficili da raggiungere, bensì dove la religione come quadro di riferimento semplicemente non può più essere data per scontata. Questo cambia tutto: obiettivi, linguaggio, formati, logiche temporali – e anche l’aspettativa di cosa significhi in realtà “forza di persuasione”. 

Forse è comunque possibile abbozzare una prospettiva cauta su come la teologia accademica potrebbe riconquistare un posto nella vita di un pubblico interessato – ma solo con una riserva: la domanda sulle soluzioni è forse essa stessa già parte della sintomatologia descritta. 

Laddove la teologia si interroga principalmente su impatto, portata e capacità di connessione, rischia di sottomettersi inavvertitamente a un funzionalismo che in realtà dovrebbe riflettere criticamente. Proprio per questo un primo passo non sarebbe una migliore strategia di comunicazione, ma una consapevole autodisciplina: praticare la teologia pubblica non come marketing, ma come forma di ospitalità intellettuale – cioè in modo tale che non si limiti a commentare le vere questioni del tempo, ma le accolga nella loro profondità, le chiarisca concettualmente, le interpreti spiritualmente e riveli anche i propri punti ciechi.

La visibilità non nasce quindi dal volume, ma dall’affidabilità: attraverso testi e formati che trasmettono l’impressione che qui qualcuno non voglia solo avere ragione, ma comprendere la realtà. 

Serietà anziché opportunismo 

Se – dal punto di vista della trasformazione – esiste una traccia pratica, allora forse è questa: la percezione delle proposte interpretative religiose e della teologia si realizzerà solo laddove esse siano correlate a temi sociali e movimenti di ricerca ampiamente percepibili – non in modo opportunistico, ma con serietà.

Nella visione del futuro del programma di trasformazione della mia diocesi, questo è formulato in modo sobrio: “L’obiettivo è quello di offrire, in un mondo prevalentemente secolare, la fede cristiana come un’opzione per vivere insieme in modo appagante, solidale e pacifico in un mondo limitato e conflittuale”. 

Proprio questa logica – opzione anziché presupposto, offerta anziché ovvietà culturale – segna a mio avviso la direzione: non teologizzare ogni tema, ma intervenire là dove molte persone sono già in un percorso “metafisico”, senza chiamarlo così: nelle questioni relative alla vulnerabilità e alla colpa, alla giustizia e alla paura, all’appartenenza, alla finitezza, alla speranza di fronte a crisi reali.

La teologia accademica dovrebbe investire maggiormente nel lavoro di traduzione: meno comunicazione interna, più forme di argomentazione pubblica (dibattiti, conferenze pubbliche, formati digitali) che mantengano l’esigenza di integrità scientifica e allo stesso tempo rimangano “consumabili”. 

L’atteggiamento è fondamentale: non come autorità che colma una lacuna, ma come interlocutrice che offre un’interpretazione senza pretese. Forse la teologia non riconquisterà così un vecchio spazio di risonanza, ma potrebbe aprirne uno nuovo: non perché «manca Dio», ma perché la realtà non si esaurisce in ciò che già funziona. 

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2 Commenti

  1. Angela 26 marzo 2026
  2. Fabio Cittadini 26 marzo 2026

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