
«Ma s’io avessi previsto tutto questo…», cantava Francesco Guccini nel classico «L’avvelenata». E volentieri noi ci uniremmo a queste parole dopo aver letto l’intervento di Alessandro Castegnaro sul testo dell’ATISM «Facciamo la pace», di cui siamo tra i co-firmatari.
La scelta, condivisa con gli altri membri della presidenza ATISM, era quella di scrivere un semplice statement, una presa di posizione basica, tesa soprattutto ad esprimere il disagio e la presa di distanza rispetto alla condizione bellica che viviamo, con alcuni essenziali spunti di riflessione.
Nessuna pretesa di originalità in esso, vista la grande ricchezza di testi già presenti in quest’ambito, a partire dai tanti interventi di Leone XIV e dalla recente importante Nota CEI. Se, però, avessimo previsto che esso avrebbe scatenato una critica di tale ampiezza (decisamente superiore a quella dello statement stesso), magari avremmo preferito tacere… Avremmo così evitato una situazione imbarazzante, in cui un sociologo bravo ed esperto come Alessandro Castegnaro inferisce da un testo di qualche decina di righe prospettive globali circa le competenze degli estensori e il loro operare (ed un valido giornalista come Fabrizio Mastrofini si affianca a lui nei commenti).
Di solito nelle scienze naturali – quelle che uno di noi ha frequentato nella prima fase degli studi – si presta molta attenzione all’adeguatezza del campione sperimentale su cui basare le proprie inferenze; analoga attenzione ci saremmo attesi in chi da decenni opera con competenza nell’ambito delle scienze sociali.
Dove sono i teologi morali?
Eppure, non sarebbe stato difficile raccogliere elementi circa l’operare della teologia morale italiana prima di sbilanciarsi ad assegnarle così velocemente voti al limite della sufficienza.
Pensiamo in primo luogo al blog Moralia dell’ATISM (coordinato in fasi successive dall’uno e dall’altra di noi) che più volte ha proposto elementi di riflessione sui temi della guerra e della violenza, della pace e della difesa, con interventi che in più occasioni hanno coinvolto i membri della presidenza dell’associazione.
Pensiamo al lavoro su «Corpi e violenza», che l’ATISM sta concludendo in questi mesi assieme alle altre associazioni teologiche italiane nel coordinamento CATI.
Neppure difficile sarebbe stato rilevare il contributo che proprio in questi giorni una di noi sta offrendo al Seminario Interreligioso su “Quale etica in tempi di guerra? presso l’ISSR di Milano o la riflessione ecumenica condotta dall’altro sulla teologia della pace in diversi ambiti, a partire dal SAE, dall’Istituto Ecumenico San Bernardino con la sua rivista Studi Ecumenici e dalla rivista Credere Oggi (per la quale ha curato già un paio di anni fa con ad Enzo Pace il n. 264 su «Teologie della guerra?», 6/2024).
Ma si tratta solo di qualche minimo esempio, direttamente legato alle nostre storie personali, ma che vale a segnalare che parecchi sono gli ambiti in cui teologi e teologhe morali italiani contribuiscono a percorsi di riflessione condivisi in questi ambiti – talvolta senza neppure mettere in campo la propria etichetta. Lo stesso Luigi Mariano Guzzo, autore di un pregevoleintervento, pubblicato proprio su SettimanaNews, è anche socio ATISM.
L’impotenza e la complessità
È sufficiente? Qualcosa di cui possiamo vantarci? Certamente no, dinanzi all’immane tragedia che viviamo ed alle drammatiche sofferenze provocate dalle molte guerre in atto.
In realtà in questo tempo ci sentiamo tutti impotenti; non è certo l’agire dell’ATISM – o il suo piccolo statement – che cambia la situazione e lo stesso vale però anche per testi più ampi, che abbiamo pubblicato o pubblicheremo. Importante piuttosto non cedere alla tentazione di pensare che la critica di testi altrui – più o meno efficaci – valga a tenere sotto controllo il senso di impotenza condiviso.
Tra l’altro la complessità del plesso violenza-guerra-ingiustizia rende fatalmente parziale qualunque analisi se ne presenti; la giusta attenzione per il rapporto guerra-religioni non rende meno rilevante, ad esempio, quella per l’impatto dell’IA sulle dinamiche belliche, né attenua la necessità di una riflessione puntuale sulle radici biologiche e neuronali della violenza.
Certamente impensabile, poi, mancare di cogliere l’intreccio tra guerra e sistema economico-industriale, o trascurare lo stretto legame tra pace, giustizia e cura del creato. Non intendiamo certo criticare Castegnaro o Mastrofini se i testi da loro curati non approfondiscono/approfondiranno appieno nodi che meriterebbero ognuno un’opera in più volumi; sappiamo bene che esistono diversi livelli di approccio al tema, diversi livelli di approfondimento.
Significa questo condannare all’inadeguatezza ogni riflessione teologica su questi temi? Certamente no; c’è un lavoro importante da fare, di decostruzione di immaginari violenti e di coltivazione di semi di pace presenti nella fede cristiana, così come in altre fedi; c’è in quest’ultimo ambito una pratica del dialogo da attivare, per procedere in tal senso.
Costruire pace, infatti, significa anche ricercare alleanze, coltivare legami, tessere relazioni; il contrasto all’uso violento delle religioni esige in particolare di attivare dinamiche di comportamento diverse, promuovendo lealtà e nonviolenza anche nella comunicazione.
Shalom è il grande dono di Dio ed al contempo la responsabilità (corresponsabilità) affidata agli esseri umani. La Chiesa (le Chiese) sono chiamate a servire tale prospettiva, la teologia – inclusa quella morale – ad offrire strumenti concettuali per tale prassi. Una sfida cui sempre ci sentiamo inadeguati, ma questo non ci impedirà di continuare ad usare la fragilità della parola, nella varietà delle forme in cui essa può servire alla costruzione di riconciliazione e bene comune entro la famiglia umana.






Al netto che si fatica molto a seguire il dibattito, se non si riesce a mettersi d’accordo nemmeno per un appello sulla pace (che conterà meno di zero tra l’altro) hai voglia a sperare nella fine delle guerre..
Sono convinto che la linea di Castegnaro (amico) e Mastrofini sia quella giusta. Tutto questo pregevole impegno intellettuale per analizzare e distillare questioni così importanti, se resta tale e basta, non giova; se no, per accarezzare l’orgoglio di chi sogna di essere tra gli eletti accreditati detentori del dogma fine a se stesso.
Tale dispendio di energia se producesse, in semplicità, germogli di soluzioni pratiche da applicare ai problemi grandi della nostra epoca, sarebbe giustificato ed apprezzato da noi, popolo inerme. Le religioni, coinvolgono grandi numeri di gente bisognosa di una guida certa, comprensibile e rassicurante.
Grazie comunque per l’impegno di tutti voi.
Ringrazio per questo commento in appoggio e per avere compreso le mie intenzioni. Serve oggi uno scatto di impegno, qualcosa di nuovo.
Ringrazio per la citazione e ribadisco la mia stima professionale e personale per Gaia e Simone. Ma abbiamo un problema. La loro dimostrazione di un impegno della teologia morale e dei moralisti, riguarda settori decisamente di “nicchia”. In realtà il mio pensiero, espresso molte volte su Settimananews, è che la teologia morale deve uscire dagli steccati e deve diventare il punto di raccordo di tutte le discipline teologiche. Oggi è un impegno indispensabile di fronte alle sfide drammatiche di un tempo di conflitti che possono trascinare dentro un baratro tutta l’umanità. Di fronte a questa sfida, i teologi moralisti che fanno? A chi parlano? Quali sono gli spazi pubblici dove incontriamo i teologi moralisti? Proprio sulla stessa Home Page di Settimananews, Vutz si interroga sul tema “Fare teologia quando si sta bene senza Dio”. E’ di chi è la responsabilità di quel “senza Dio”? Forse dei teologi? dei vescovi? della scarsa capacità di ascoltare e parlare ad una umanità sofferente? Forse di una Chiesa gerarchica che dialoga con i politici senza mai ricordare loro la Dottrina Sociale? Quanto a: “Non intendiamo certo criticare Castegnaro o Mastrofini se i testi da loro curati non approfondiscono/approfondiranno appieno nodi che meriterebbero ognuno un’opera in più volumi”, ebbene è una frase che fa sorridere. Gaia e Simone avrebbero potuto chiedere a me. Avrebbero scoperto che ho una curatela, un libro pronto, che indica un metodo di lavoro sul tema dei conflitti dal punto di vista della teologia morale, con capitoli di tre teologhe morali, un rabbino, uno psicoterapeuta, una prefazione di Mons. Vincenzo Paglia. E stenta a trovare un Editore cattolico. Una Casa Editrice di Padova mi ha detto che pubblicano se gliene compro 300 copie. (Taccio del Vaticano, che sa del lavoro…). Questa è la teologia del “mercato” nel senso peggiore del termine. Pubblicherebbero non perché credono nella bontà del lavoro, ma se gliene compri abbastanza copie per coprire le spese. E così non si va da nessuna parte. Quindi, invece di “urtarsi” per le critiche che sono tutte argomentate e sensate, anche Gaia e Simone potrebbero unirsi ai Castegnaro, Mastrofini, ma soprattutto a Dianich, per lavorare per uno spazio pubblico e ampio per la teologia morale. Che ne guadagnerebbe in credibilità. Grazie.