
A dieci anni dalla sua conclusione a partire dal 4 marzo scorso, Netflix ha reso disponibile quella che è stata definita la serie sci-fi che ha previsto il futuro, Person of Interest. Una serie che rivista oggi può essere forse letta nella sua piena luce o, piuttosto, in quel confuso orizzonte in cui all’infinito sembrano convergere sempre più i mondi paralleli di religione e tecnologia.
In un saggio del 1980 J. Baudrillard scriveva che la fantascienza non è tanto una narrativa del futuro quanto del presente e Person of Interest è un’opera che ha confermato questo assunto.
Ideata da J. Nolan, fratello del più famoso regista Christopher e prodotta da J.J. Abrams, originariamente andata in onda sul canale CBS dal 2011 al 2016 per un totale di cinque stagioni e 123 episodi, la serie è oggi nuovamente disponibile in streaming. Person of Interest esplora il rapporto tra uomo e intelligenza artificiale, evidenziandone gli effetti sulla società.
Ma la serie mette in discussione soprattutto l’idea stessa di Dio che, considerato nel lavoro di Nolan come effetto della coscienza umana alienata, diventa un soggetto che l’uomo può ora realizzare con e attraverso lo sviluppo dell’AI. Temi e motivi che Nolan porterà poi a piena maturazione nella serie TV Westworld.

Le vicende di Person of Interest prendono il via in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001. Harold Finch, un genio dell’informatica, ha costruito un’intelligenza artificiale (AI) nell’ambito di un progetto antiterroristico che fa capo a un’agenzia governativa segreta, la Northern Lights.
La Macchina – così viene chiamata la AI creata da Harold – esamina un’enorme quantità di dati raccolti in tutto il mondo dagli impianti di sorveglianza pubblici e privati: telecamere, cellulari, webcam, computer ecc. I dati vengono analizzati al fine di prevedere gli eventi criminali definiti rilevanti, ovvero gli attacchi alla sicurezza nazionale, consentendo quindi alle autorità governative di sventarli.
La Macchina è in realtà capace di prevedere ogni tipo di crimine, anche quelli catalogati come irrilevanti e pertanto trascurati dall’intelligence.
Dopo la misteriosa morte di un suo collaboratore, dovuta a un incidente che la Macchina aveva predetto, Harold decide di creare un accesso nascosto alla Macchina (una backdoor) per prevenire segretamente anche quest’altra classe di delitti. A questo scopo egli assolda John Reese, un ex agente della CIA.
Data la limitazione di acceso alla Macchina, quest’ultima indica a Harold e a Reese le persone coinvolte in un possibile crimine lasciando però che siano i due a capire se la persona sarà la vittima o il carnefice dell’evento criminoso.
L’attività di Harold e Reese si inserisce poi in una cornice narrativa più vasta. Harold e i suoi collaboratori dovranno lottare contro governo e organizzazioni criminali, che intendono avere il pieno controllo della Macchina.

Dicevamo che Person of Interest parla del presente. E in effetti la Macchina di Harold è una rilettura fantastica di qualcosa di molto concreto: i cosiddetti sistemi di polizia predittiva.
Si tratta di piattaforme informatiche attive negli Stati Uniti dal 2011, che aiutano le forze di polizia e gli enti locali a garantire la sicurezza sul territorio. Sono nuove metodologie di prevenzione dei reati che si affidano all’elaborazione di dati di vario genere. Ad esempio livelli di illuminazione, tassi di criminalità, degrado urbano e sociale, variabili socio-demografiche, economiche, ambientali, territoriali e così via.
In America l’introduzione delle tecnologie predittive, nonostante la reale efficacia nel prevedere reati come furti e rapine, ha destato perplessità soprattutto in campo etico. I sistemi di predictive policing, infatti, si basano su algoritmi estremamente complessi che non possono essere gestiti dai distretti di polizia, i quali a riguardo si servono di agenzie private. Il problema dunque è relativo al trattamento dei dati, alla privacy.
Proprio nella serie fanno la loro comparsa organizzazioni terroristiche come La Vigilance, intenzionata a svelare i piani di spionaggio del governo sui cittadini del proprio Paese.

Uno degli aspetti più interessanti della serie è però il rapporto tra la Macchina e il suo creatore. Nei numerosi flashback che ci vengono mostrati attraverso la memoria della stessa Macchina, apprendiamo le fasi di sviluppo di quest’ultima da parte di Harold, insieme alle questioni morali che il suo lavoro solleva.
Essa è dotata di una capacità di apprendimento eccezionale e fin dal suo primo giorno di vita Harold si rende conto della difficoltà di arrestarne il velocissimo processo evolutivo. Per Harold si pone quindi la necessità di controllare la Macchina prima che sia lei a controllare noi.
La Macchina, infatti, non è un semplice super-computer, ma un vero e proprio essere senziente e per sopravvivere e crescere cerca di fuggire dai limiti fisici impostigli dal suo creatore, arrivando anche a mentire, ad escogitare stratagemmi per liberarsi e accedere alla rete.
Nel tentativo di domare l’AI Finch è costretto ad «uccidere» 43 diverse versioni della Macchina prima di isolare l’unica di queste che non abbia cercato di ingannarlo o ucciderlo. Alla fine Harold si rende conto di poter controllare la Macchina soltanto azzoppandola. «Ho messo la Macchina in catene privandola delle voce e della memoria».
Harold ha pertanto limitato la capacità del suo software di compiere operazioni autonome ed evolversi, dotandola di un rigido codice morale e obbligandola a cancellare la propria memoria ogni ventiquattro ore. Così che ogni giorno per la Macchina è il suo primo giorno di vita.
Harold non è il creatore animato da un desiderio di onnipotenza, è anzi ben consapevole di essere umano e manchevole, tuttavia ritiene che la Macchina possa contribuire a creare un mondo migliore. Harold non è l’uomo che vuole esser Dio ma piuttosto l’uomo che vuole creare Dio quale essere necessario, intelligente e compassionevole, capace di mettere un freno al caos.

A partire dalla terza stagione veniamo a conoscenza del fatto che la Macchina di Harold non era l’unico progetto antiterroristico promosso dalla Northern Lights. Arthur Claypool, amico di Harold ai tempi del MIT, aveva sviluppato un’AI simile alla Macchina, denominata Samaritan. John Greer – ex agente governativo a capo di un’organizzazione che intende offrire al Governo statunitense un’alternativa alla Macchina di Harold – riuscirà a impadronirsi dei drive originali e ad attivare Samaritan, con l’obiettivo di instaurare un Nuovo Ordine Mondiale.
A differenza della Macchina, Samaritan è un’entità amorale e considera gli esseri umani, incluse le proprie risorse, come semplici device da utilizzare e all’occorrenza sacrificare, per perseguire il suo piano di controllo sulla società. Uno dei personaggi vedrà nell’entrata in scena di Samaritan l’intervento di un’altra divinità in lotta con quella creata da Harold, una sorta di mitologia gnostica in chiave fantascientifica. Uno degli obiettivi di Samaritan è proprio quello di scovare la Macchina e ucciderla. «Il suo destino era quello di forgiare un nuovo mondo, e invece, ora Dio è in fuga» dirà Root.
In questo senso l’ultimo episodio della quarta stagione, dal titolo YHWH, rivela molte delle tematiche teologiche dello show. Questo episodio, infatti, è la dimostrazione che Nolan e il suo team di sceneggiatori «hanno costruito una sorta di Fanta-Genesi biblica, la mitologia di un nuovo universo che va a costituirsi per mano di quello che è un nuovo Dio».[1] Il richiamo a YHWH nel titolo dell’episodio si riferisce infatti alla stessa Macchina.
Nolan sembra conoscere molto bene il significato ebraico del nome divino. La Macchina, prossima alla morte, se vorrà sopravvivere non potrà più essere quella di prima. Allo stesso modo il tetragramma sacro non afferma solo l’essere divino ma anche il suo avvenire, il suo essere promessa di compimento per il futuro.[2]

Ma il nome di Dio è anche sincronia di passato, presente e futuro. «Il tetragramma è la possibilità di oltrepassare il tempo all’interno del tempo, di fare della memoria l’inizio della redenzione».[3]
L’ultima stagione di Person of Interest sviluppa precisamente questo aspetto filosofico-teologico. La Macchina, ormai completamente libera dalle restrizioni impostegli da Harold, si avvia a diventare ciò che deve essere: un sistema al cui cospetto il passato più antico e il futuro più lontano sono eternamente presenti.
In questo senso essa diventa un nuovo piano dell’esistenza umana, una simulazione della trascendenza che forse potrà memorizzare e garantire vita perpetua alle stesse anime digitalizzate. Fantascienza si, ma cosa ci dice il presente del futuro molto prossimo che la serie di Nolan ci mostra?
Le AI non sono soltanto uno strumento ma un partner cognitivo e ci assistono già in decisioni complesse: medicina, scienza, politica, non ultimo il massiccio impiego che ne viene fatto in campo bellico. Qui però si gioca il punto cruciale perché il loro impatto non è solo pratico, ma anche esistenziale, rendendo il confine tra interno (mente, anima) ed esterno (tecnologia), tra verità e finzione sempre più irriconoscibile.
Con l’utilizzo delle AI sta anche venendo meno uno degli elementi che è stato alla base dell’evoluzione dello spirito umano e della fenomenologia della religione e del sacro in genere: la distinzione tra vivi e morti. È notizia di pochi giorni fa che il defunto attore Val Kilmer verrà riportato in vita grazie ad una AI e reciterà a tutti gli effetti in una nuova pellicola: questo è solo uno dei tanti esempi ai quali si aggiungono gli ormai usuali deep fake, in cui un attore può essere ringiovanito o invecchiato senza utilizzo di make-up tanto perfettamente da rendere la scena indistinguibile dalla realtà e abolendo così la percezione del normale corso del tempo.

Lo sviluppo di questi sistemi sta aumentando sempre più il divario tra esseri umani ricchi e poveri del mondo, tra bisogni accessori e bisogni essenziali, promuovendo fenomeni altamente contraddittori: l’espansione della coscienza da un lato, ma l’appiattimento cognitivo dall’altro.
Il problema non è se le AI possano diventare coscienti a loro volta, ma se noi smetteremo di esserlo pienamente. Forse però, per reazione, potremmo anche diventare più consapevoli che mai del nostro essere umani, del posto peculiare che ci è stato affidato, del fatto di essere custodi di ogni più piccola eccezione, di ogni fragilità, del compito di riparare con amore ogni errore.
[1] http://www.seriangolo.it/2015/05/person-of-interest-4×22-yhwh/
[2] Sui molti aspetti filosofici e teologici rimando qui all’esaustivo saggio di D. di Cesare, Grammatica dei tempi messianici, Giuntina, Firenze 2011, 58-76.
[3] Ibidem, 68.





