Storie di un’altra America /1: El Paso

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Una volontaria parla con un immigrato presso la Corte di El Paso prima che venga condotto al centro di detenzione.

Dell’America abbiamo oramai una visione schizofrenica: da un lato Trump col popolo MAGA e dall’altro chi si oppone specularmente. Ne viene fuori una narrativa che fa tutta capo alle politiche dell’attuale amministrazione che, proprio grazie alla mera opposizione speculare, ha di fatto il monopolio della rappresentazione globale degli Stati Uniti di oggi. In tutto questo mancano le storie di vita. In un momento come questo, ci sembra importante raccontarle – sono storie piccole, che non fanno clamore e non finiscono sui media. Sono storie che rompono con la mono-rappresentazione che ci viene propinata ogni giorno dagli organi di informazione e dalla bolla digitale. Sono storie, appunto, che raccontano di un’altra America.

«Siamo arrivate per dare una mano negli ostelli che accolgono gli immigrati – dicono suor Leticia ed Elisete – e invece ci siamo trovate a dover accompagnarli nei processi in cui si decide del loro status e soprattutto nei vari momenti della loro deportazione».

Negli Stati Uniti di Trump, seguire la legge è diventato rischioso per gli immigranti: le corti nelle quali essi si presentano si sono trasformate nel luogo del loro arresto da parte degli agenti dell’ICE, che li conducono presso il centro di detenzione federale – dal quale saranno poi espatriati. Non sempre verso il loro paese di origine, e nel loro paese di origine anche se questo mette a repentaglio le loro vite.

Suor Leticia e suor Elisete hanno compreso subito che la Corte per l’immigrazione di El Paso era il luogo cruciale nel destino degli immigrati. Arresti e deportazioni senza preavviso alcuno, lasciavano a sé stessi bambini piccoli, familiari, spose, amici. Era questo il luogo da cui partire con il loro ministero.

Si trattava di essere presenti nei locali della Corte, rendere accessibile un minimo di consulenza legale adeguata, di provvedere alle emergenze dell’arresto – una penna con cui scrivere sul proprio corpo i numeri di telefono dei propri cari; organizzare la cura e custodia dei bambini che aspettano a casa genitori che non troneranno mai; provvedere alla macchina con cui ci si è recati alla seduta della Corte.

Da qui, con l’aiuto di uno sparuto gruppo di volontari, le due suore hanno iniziato a sviluppare una rete di contatti: con gli immigrati detenuti in attesa di deportazione; con le famiglie negli Stati Uniti e nel paese di origine; con dottori e farmacie.

Pian piano, le due suore hanno costruito un rapporto di fiducia anche col personale della Corte che consente loro di interagire con gli immigrati dopo l’arresto prima di essere condotti al centro di detenzione federale (cosa abbastanza rara). «Cerchiamo di costruire buone relazioni con tutti, senza atteggiamenti che possano aumentare le tensioni già alte», dicono suor Leticia ed Elisete.

Altrettanto è riuscito con il personale del centro di detenzione e questo consente al gruppo di volontari guidato dalle due suore scalabriniane di prendersi cura degli immigrati in attesa di deportazione. Di andare a trovarli, portare loro qualcosa da leggere, provvedere alle medicine necessarie, tenere i contatti con le famiglie.

Ma il loro ministero non si interrompe con la deportazione, rimangono infatti in contatto con le persone anche dopo la loro uscita dagli Stati Uniti. In primo luogo, per cercare di capire dove sono state condotte – ed eventualmente aiutarle a rientrare nei loro paesi di origine se lo desiderano.

Il gruppo di volontari che coadiuva suor Leticia ed Elisete ha notato che il numero delle persone disponibili a dare una mano nella nuova situazione è drasticamente diminuito rispetto a quello dei tempi in cui si trattava di gestire accoglienza e prima ospitalità. Ma Leticia ed Elisete non lo vedono come una colpa e non credono che la cosa sia dovuta alla paura. «Il lavoro che ci siamo trovate a dover fare comporta un grave peso emotivo – e non tutti sono in grado di reggerlo».

Con energia, fede, amore, le due suore scalabriniane vanno avanti nel loro ministero in rete, fatto di coltivazione di buoni rapporti con tutti – anche con chi diventa attore di gesti che rasentano l’inumanità. «Le persone che aiutiamo e andiamo a trovare – dicono loro – sono sacre; i luoghi in cui sono rinchiusi sono un terreno sacro». Fa loro eco una volontaria, non praticante e non credente, che è solita dire «vado alla mia messa» ogni volta che si reca nel centro di detenzione federale per incontrare le persone in attesa di deportazione lì rinchiuse.

Gesù è sicuramente d’accordo con lei.

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