In quel tempo Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore ciascuna per nome e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. (Gv 10,1-10)
Dopo gli episodi appartenenti al ciclo della risurrezione, la liturgia delle domeniche di Pasqua propone alla nostra riflessione alcune parti dei discorsi di Gesù raccolti nel vangelo di Giovanni. Lo scopo è quello di aiutarci a vivere con maggior consapevolezza il mistero pasquale che abbiamo celebrato e di approfondirne il significato.
Nell’orizzonte della Pasqua
L’orizzonte pasquale, perciò, va tenuto presente nella lettura di questa pagina che costituisce l’inizio del discorso di Gesù sul buon pastore. Si tratta di un discorso non semplice che va interpretato come un quadro simbolico in cui non si devono identificare i singoli elementi con determinate realtà, ma si deve cercare di cogliere il senso complessivo e sintetico.
La sezione che leggiamo è suddivisa in due parti, a motivo della ripresa del discorso: «allora Gesù disse di nuovo», in cui Gesù amplifica il discorso e applica a sé alcune delle affermazioni fatte nei versetti precedenti, attraverso l’espressione «io sono la porta».
La prima impressione che si ricava dalla lettura è quella di una forte insistenza, due volte si ripete «in verità, in verità vi dico», e di una viva polemica; non viene descritta una scena idilliaca di pastori e di pecore, ma si mette a tema l’essere o il non essere. L’insieme è dominato da una serie di contrapposizioni, ripetute, che si possono raccogliere in quella del pastore, da un lato, e del ladro e dell’estraneo, dall’altro, a cui corrisponde il comportamento delle pecore nei loro confronti.
Da una parte, perciò, si trovano «ladri e briganti», che non hanno accesso legittimo alle pecore, che non sono ascoltati dalle pecore e che non vengono se non per «rubare, uccidere e distruggere». Dall’altra, si trova Gesù che è l’accesso legittimo alle pecore ed è la porta attraverso cui le pecore possono passare e trovare pascolo.
Alle azioni di Gesù sono inoltre collegate due espressioni tipicamente giovannee, «essere salvato» e «avere la vita».
Nella prima parte domina l’immagine del pastore a cui appartengono le pecore, in contrapposizione al ladro. L’appartenenza è segnata dal fatto che il pastore entra dalla porta dell’ovile, chiama le pecore una per una, le conduce fuori e cammina davanti a loro. Due volte si dice che le pecore ascoltano e conoscono la voce del pastore ed è questo il motivo del loro seguirlo.
Questi elementi suggeriscono due immagini. La prima è quella dell’autorevolezza del pastore a cui il guardiano apre e che guida le pecore, camminando davanti a loro. Le espressioni evocano la figura del re che esce alla testa del suo popolo e che «conduce» la vita del suo popolo, perché possa godere di benessere e di sicurezza.
Subito appare come il pastore sia la figura fondamentale e indispensabile per la vita delle pecore, senza di lui le pecore non saprebbero dove andare, smarrirebbero la strada e, dunque, troverebbero la morte.
I verbi “condurre fuori” e “camminare davanti” evocano anche un altro aspetto fondamentale. Sono infatti i verbi tipici dell’esodo: Dio fa uscire Israele dall’Egitto e lo guida nel deserto verso la terra promessa. Le azioni del pastore, attraverso l’immagine regale, mirano perciò anche a richiamare la memoria dei gesti di liberazione dalla schiavitù.
Familiarità tra pastore e pecore
La seconda immagine è quella della familiarità (le pecore conoscono la voce del pastore mentre non conoscono la voce degli estranei), e di una sorta di reciprocità tra il pastore e le pecore, espressa attraverso il chiamare per nome e l’ascoltare la voce.
L’elemento di mediazione è perciò la parola. La parola detta e ascoltata è fondamento della sequela fiduciosa delle pecore e della guida del pastore.
La parola è quella che chiama per nome, rivelando la conoscenza singolare e personale che il pastore ha di ciascuna pecora ed è una parola dalla quale le pecore, a loro volta, si riconoscono conosciute personalmente, nella loro singolarità.
Per essere riconosciuta e seguita, essa attesta un legame di verità e di amore. La conoscenza che hanno le pecore passa per un’esperienza, quella dell’ascolto e della chiamata che conduce alla libertà.
Le pecore non solo non conoscono la voce dell’estraneo e perciò non lo seguono, ma fuggono da lui. È come se le pecore, abituate ad ascoltare la voce del pastore, avvertissero il rischio, e dunque sentissero paura di chi non è pastore. Da qui l’invito indiretto a educarsi all’ascolto della voce del pastore, per saperla riconoscere e per saper riconoscere la voce che non conduce alla vita, malgrado l’apparenza o la promessa di farlo.
L’immagine della porta
Nella seconda parte del brano domina l’immagine della porta, utilizzata in un duplice significato: Gesù è la porta che dà accesso alle pecore ed è la porta attraverso la quale passano le pecore. All’immagine della porta sono legati due ambiti, quello della libertà, suggerito dall’espressione entrare e uscire, e quello della sovrabbondanza, alla quale fa allusione il trovare pascolo, cioè ciò che fa vivere.
La porta, dunque, è l’ingresso alla vita e alla vita sovrabbondante e libera. Solo Gesù, che è la porta, può condurre a questa vita, solo passando per lui è possibile raggiungerla. Gesù risorto è la vita che ha vinto la morte, compiendo pienamente la sua identificazione con la porta.
C’è inoltre un’altra sottolineatura, che emerge dai versetti in cui si fa riferimento ai briganti e ai ladri che vengono per rubare e uccidere, in contrapposizione a Gesù che è venuto per dare la vita. Il dono della vita è da intendersi qui come mettere a disposizione la propria vita, rischiarla eventualmente fino alla morte, in opposizione al ladro, che intende minacciare e sottrarre la vita delle pecore.
Nella Pasqua, Gesù compie anche questo aspetto del dono della vita. Egli ha dato la vita nel duplice senso del morire per gli altri e del dare, dell’accrescere la vita agli altri. Solo in Lui e attraverso Lui siamo liberati dalla morte, da ciò che minaccia la nostra esistenza, solo in Lui abbiamo vita e salvezza.





