
Nelle ultime settimane negli Stati Uniti si è svolto un dibattito vivace e acceso sulla moralità dell’avvio e del proseguimento della guerra contro l’Iran.
La dottrina morale cattolica è stata al centro di questo dialogo nazionale, e le dichiarazioni di papa Leone XIV sulla guerra con l’Iran sono state accolte con favore da molti cattolici, reinterpretate da alcuni e totalmente respinte da altri.
Poiché la guerra è una questione altamente delicata nella nostra società polarizzata, è particolarmente importante che la dottrina cattolica sia chiara e ben compresa mentre cerchiamo di avanzare verso la pace.
Per questo motivo, è essenziale identificare e respingere tre principali distorsioni della dottrina cattolica su guerra e pace che si sono insinuate nel nostro dibattito nazionale.
Prima distorsione
La prima distorsione è l’affermazione secondo cui la tradizione della guerra giusta costituisce la posizione fondamentale nei confronti della guerra nella dottrina cattolica.
In realtà, la posizione fondamentale della Chiesa nei confronti della guerra è che essa deve essere evitata. Papa Giovanni XXIII proclamò in Pacem in terris che «è difficilmente immaginabile che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia». Papa Paolo VI si recò alle Nazioni Unite per supplicare il mondo: «Mai più la guerra, mai più la guerra!».
Papa Giovanni Paolo II ha insegnato che la guerra non è mai un modo appropriato per risolvere le controversie tra i popoli: «Non lo è mai stata e non lo sarà mai».
Al momento della sua elezione, il cardinale Joseph Ratzinger ha scelto il nome Benedetto XVI per legare il suo intero pontificato a quello di papa Benedetto XV, che cercò di porre fine a tutte le guerre. E papa Francesco ha scritto in Fratelli tutti che «non possiamo più pensare alla guerra come a una soluzione, perché i suoi rischi saranno probabilmente sempre maggiori dei suoi presunti benefici. In considerazione di ciò, è molto difficile al giorno d’oggi invocare i criteri razionali elaborati nei secoli passati per parlare di guerra giusta. Mai più la guerra».
È in questa luce che dobbiamo considerare le affermazioni di papa Leone secondo cui «Dio non benedice alcun conflitto. Chiunque sia discepolo di Cristo, il Principe della Pace, non è mai dalla parte di coloro che un tempo brandivano la spada e oggi sganciano bombe».
La strenua opposizione di papa Leone alla guerra in ogni sua forma non è un prodotto del suo particolare pontificato o del suo punto di vista personale, ma riflette piuttosto la parola costante dei papi degli ultimi 60 anni. È una parola che affonda le sue radici nel comando fondamentale rivolto ai discepoli di essere operatori di pace e di agire sulla base della convinzione che la guerra è sempre antitetica al Vangelo. Ed è una parola che ha trovato nuova urgenza a causa dell’enorme potere distruttivo delle armi moderne, capaci di annientare intere civiltà e, di fatto, l’umanità stessa.
Seconda distorsione
Una seconda affermazione che distorce il dialogo sull’insegnamento cattolico e la guerra in Iran è l’asserzione che i principi della guerra giusta siano meramente euristici – cioè una scorciatoia mentale o una regola empirica –, piuttosto che un insieme oggettivo di criteri rigorosi per determinare se una guerra sia moralmente legittima in circostanze estreme.
L’insegnamento della Chiesa sulla guerra giusta è secondario rispetto all’insegnamento secondo cui la guerra è antitetica al Vangelo di Gesù Cristo. Essa deriva dal riconoscimento che, in casi straordinari e rari, la forza militare può essere necessaria per respingere il male travolgente nel mondo. Ma la dottrina cattolica insiste sul fatto che il ricorso legittimo alla guerra, anche in queste circostanze, è limitato da condizioni precise e sostanziali per l’impegno in un conflitto militare.
La dottrina contenuta nel Catechismo della Chiesa Cattolica lo chiarisce: «Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale» (n. 2309). In particolare, il danno inflitto dall’aggressore deve essere duraturo, grave e certo; tutti gli altri mezzi devono essersi rivelati vani; devono esserci serie prospettive di successo; deve esserci la retta intenzione di ripristinare esclusivamente la pace e la giustizia; e il ricorso alla guerra non deve produrre mali più gravi di quello che sarà eliminato dalla guerra.
Tutti questi requisiti devono essere soddisfatti contemporaneamente affinché il ricorso alla guerra sia legittimo. Il Catechismo osserva che l’immensa distruttività della guerra moderna deve essere pienamente riconosciuta nel valutare i mali che la guerra scatenerà.
Queste non sono parole di un approccio euristico. Sono condizioni morali rigorose che devono essere oggettivamente soddisfatte affinché qualsiasi ricorso alla guerra sia moralmente legittimo. Presentare queste rigide condizioni come se avessero l’elasticità di un’euristica significa svuotare di sostanza morale e di rigore le norme attraverso le quali la Chiesa cerca di limitare la guerra.
Naturalmente, queste rigide condizioni devono essere applicate a una particolare situazione di guerra in modo da richiedere un sano giudizio prudenziale. Ma tale sano giudizio cerca di massimizzare la fedeltà alla norma, piuttosto che inventare un’elasticità che si discosta dalla norma.
Terza distorsione
Una terza affermazione riguardo all’insegnamento morale cattolico che distorce il nostro attuale dialogo nazionale è l’asserzione che, mentre porre le questioni morali centrali su una guerra spetta legittimamente alla Chiesa, l’applicazione di quelle norme e la determinazione della legittimità morale di entrare in guerra spettano esclusivamente ai leader del governo.
Questa affermazione è emersa per la prima volta in relazione alla decisione americana di invadere l’Iraq nel 2003. Papa Giovanni Paolo II fu chiaro nell’insistere sul fatto che la guerra non era moralmente legittima. Prima della guerra, inviò l’arcivescovo Pio Laghi a comunicare personalmente al presidente George W. Bush la convinzione del papa che l’invasione prevista sarebbe stata un disastro morale. E il papa autorizzò il cardinale Ratzinger ad affermare specificamente che l’invasione non soddisfaceva i requisiti della dottrina cattolica sulla guerra giusta.
È in questo contesto che Michael Novak, studioso dell’American Enterprise Institute, ha scritto un articolo nel 2003 mettendo in discussione la legittimità dei leader della Chiesa nel fare dichiarazioni definitive riguardo alla moralità di particolari guerre.
Novak ha avanzato due affermazioni centrali nel suo articolo. La prima è che, poiché sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino hanno proposto che la valutazione morale della guerra non «comincia con una presunzione contro la violenza», nemmeno la dottrina cattolica dovrebbe farlo. Ma, come abbiamo visto, tutti i papi moderni hanno affrontato la guerra con la convinzione che, in quanto discepoli di Gesù Cristo che ci chiama a essere operatori di pace in un’epoca di violenza e distruzione massiccia, dobbiamo assolutamente affrontare ogni guerra con la presunzione contro la violenza. Qualsiasi analisi etica che non lo faccia non può essere considerata fedele alle attuali dichiarazioni del magistero cattolico.
Il secondo argomento di Novak nel suo dibattito con papa Giovanni Paolo II afferma che i leader di governo hanno una legittimità esclusiva nel determinare se i requisiti morali della dottrina della guerra giusta siano soddisfatti in una data situazione. A sostegno di questa posizione, ha citato una frase del Catechismo che afferma che «la valutazione di queste condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudenziale di coloro che hanno la responsabilità del bene comune». Novak ha sostenuto la sua conclusione affermando che il capo del governo ha accesso a informazioni segrete che altri non hanno e che ha anche la responsabilità primaria di proteggere il suo popolo.
Ci sono diversi problemi con questa conclusione. Il primo è che coloro che hanno la responsabilità del bene comune in materia di guerra vanno ben oltre il presidente. Essi includono direttamente il Congresso; e anche i leader religiosi e culturali, i media, i gruppi civici, sindacali e dei veterani.
Entrare in guerra è un passo epocale che spesso porta conseguenze inaspettate che gravano sull’intera società. Per questo motivo, la valutazione della moralità di una data guerra deve estendersi alla più ampia schiera di leader che, secondo l’insegnamento cattolico, hanno il compito di valutare il bene comune della società.
Ancora più importante, coloro che ci conducono verso la guerra sono spesso i meno in grado di valutare oggettivamente se i criteri della guerra giusta siano stati effettivamente soddisfatti, poiché sono già impegnati in una posizione, per ragioni politiche o strategiche, che prevarrà su qualsiasi preoccupazione etica.
L’esclusione della Chiesa da qualsiasi ruolo sostanziale nella valutazione della legittimità morale delle decisioni di entrare in guerra, così come l’esclusione di altre fonti di saggezza e intuizione nella nostra società, è una strada che porta a decisioni amorali sulla guerra, non morali. Papa Giovanni Paolo II lo ha affermato quando Michael Novak lo propose per la prima volta nel 2003, e noi cattolici dovremmo affermarlo ora.





