Reazioni al messaggio del cardinale Repole

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Non è passato inosservato il messaggio per il 1° Maggio dell’arcivescovo di Torino sulla presenza dell’industria bellica in diocesi e in Piemonte.

Col suo messaggio indirizzato ai lavoratori, agli imprenditori e alle loro famiglie in occasione del 1° Maggio di quest’anno, il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, ci chiede di restare “inquieti”, di non abituarci all’economia di guerra quale unico destino.

Ha partecipato a noi il suo turbamento mentre «le guerre seminano morte nel mondo» e mentre, nella sua diocesi e in Piemonte, queste rappresentano «un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione».

Con le sue parole ha sollevato una questione etica – economica e industriale – ineludibile, chiedendosi se la città, dopo il passato legato all’auto, voglia essere l’hub dell’industria bellica, ponendo i fedeli e i cittadini tutti davanti all’interrogativo: vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?

Ma il suo “j’accuse” non è rivolto contro qualcuno – «nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena» –, ma è piuttosto un invito a fermarsi e a «riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi». Perciò offre la sede della Chiesa locale, col suo ufficio di Pastorale del lavoro, «come luogo di incontro, confronto e approfondimento».

Una questione etica oltre che industriale

Dalle prime reazioni colte sui media da parte di esponenti della politica e delle istituzioni, di rappresentanti del mondo industriale e sindacale, pare che ci sia interesse al confronto – almeno io lo auspico – posto che la città di Torino è oggi un crocevia tra la drammatica crisi dell’automotive e la crescita dell’industria militare.

Solo un dato. Sull’asse Torino-Cameri si sta riversando una montagna di soldi pubblici (sottratti ad altre voci di spesa) – ben 31,2 miliardi di euro – così suddivisi: € 7,4 mld per 24 nuovi caccia eurofighter, € 7,0 mld per altri 25 caccia-bombardieri F-35, € 16,8 mld per la fase di progettazione e sviluppo del nuovo caccia di sesta generazione Gcap.

Ma, di fronte a quest’ordine di grandezze, le ricadute occupazionali – verificate sul territorio negli ultimi anni e quelle attese nei prossimi – sono molto contenute, sicuramente irrilevanti se rapportate alle perdite dei posti di lavoro nell’automotive, un settore abbandonato e deprivato delle poche risorse pubbliche già stanziate per la transizione ecologica.

Mi occupo di industria militare ormai da mezzo secolo, come sindacalista, attivista e ricercatore. Ho cercato di tenere sempre in tensione l’etica con l’azione sindacale, di coniugare l’utopia con la pratica del possibile.

Mi ha aiutato il fatto che, negli anni’70 e ’80, l’obiettivo del disarmo, della riduzione delle spese militari e del controllo dei trasferimenti di armi nel mondo, facevano parte della linea sindacale della FLM e della mia CISL.

In tale prospettiva, la diversificazione e riconversione nel civile dell’industria militare costituivano il corollario per «non disgiungere la pace dal lavoro»: perciò il messaggio del cardinale è arrivato, a me, come una “ventata di aria pura” che ancora mi aiuta a respirare e a sognare da giovane, nonostante l’età.

Le reazioni

Ho letto sui giornali numerose reazioni, che vale la pena qui riportare.

Nel ragionamento del sindaco di Torino, Stefano Russo, il passaggio da una storica vocazione automotive a nuovi ambiti produttivi è inevitabile, ma non riducibile ad una sola dimensione: il settore della difesa, anche alla luce del contesto internazionale, sta assumendo un peso crescente, ma «non possiamo né dobbiamo considerarlo l’unico orizzonte possibile».

Il sindaco ha insistito sulla necessità di mantenere una visione industriale diversificata, capace di coniugare innovazione, sostenibilità e tutela del lavoro, senza smarrire i valori fondamentali, come quello della pace.

Più vicina alle preoccupazioni espresse dall’arcivescovo, la posizione di Andrea Russi, capogruppo del M5S in consiglio comunale, contrario a legare il futuro produttivo della città all’incremento della spesa militare e ai conflitti globali: una scelta profondamente politica nel senso del modello di città e di società che vogliamo; da cui l’espressione di volontà di raccogliere l’invito di Repole ad una riflessione collettiva.

Sul versante opposto, Ferrante De Benedictis, vicecapogruppo comunale di Fratelli d’Italia, che ha considerato le parole del cardinale «discutibili», poiché non si dovrebbero demonizzare le realtà industriali che offrono opportunità lavorative ai giovani.

Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte, ritiene che sia doveroso ascoltare il pensiero del cardinale, senza però disgiungerlo da quello del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in merito ad una “politica di difesa nell’Unione Europea”. Sulla stessa lunghezza d’onda l’assessore regionale alle Attività produttive, Andrea Tronzano: «L’appello è giusto e condivisibile, […] Ma non confondiamo l’industria bellica con quella della difesa».

Per il presidente di Confindustria Piemonte, Andrea Amalberto: «Nessuno vuole la guerra, ma non possiamo essere impreparati. […] Investiamo in difesa e sicurezza, non produciamo semplicemente armamenti».

E Marco Gay, presidente dell’Unione industriali di Torino: «La difesa è un’esigenza ineliminabile delle democrazie occidentali. […] l’Europa sta facendo bene ad attrezzarsi per rinforzare i propri sistemi di difesa. Inoltre, dal punto di vista delle industrie di casa nostra, la ricerca militare e aerospaziale ha sempre avuto ricadute importanti in settori del tutto estranei al comparto (militare)».

Per Giovanni Cortese, segretario generale della UIL Piemonte e di Torino, si deve prendere atto che, in questa fase, per il distretto aerospaziale e della difesa torinese, la domanda più forte riguarda proprio le produzioni militari.

Giuseppe Filippone, segretario generale della CISL di Torino-Canavese, condivide le preoccupazioni di Repole sul modello di sviluppo che si vuole costruire a Torino, ma giudica esagerata una condanna sul piano etico dell’industria aerospaziale (che occupa migliaia di lavoratori).

L’unico che appare pensarla come il cardinale è Federico Bellomo, segretario generale della CGIL di Torino: «Il paradosso è che, al di là delle interpretazioni etiche, se uno pensa che il futuro di Torino sia l’industria degli armamenti, allora sta di fatto immaginando un modello di economia di guerra, quasi auspicando che le guerre continuino». Pensare così, per Bellomo, è inoltre un modo per accettare passivamente la fine dell’automotive e di qualsiasi progetto di mobilità davvero sostenibile.

Aprire lo spazio del confronto

Dal mio personale punto di osservazione, è sbagliato tirare frettolose conclusioni e, di fatto, chiudere già lo spazio di incontro, confronto e approfondimento offerto dal cardinale. Il punto di partenza è la conoscenza del settore aerospaziale e della difesa nel contesto economico e industriale della realtà torinese e piemontese.

La prima cosa da fare è ricostruire il numero e il profilo delle aziende – prodotti, tecnologie, ricavi suddivisi tra mercato civile e militare, numero di occupati ecc. – che fanno realmente parte del settore aerospaziale e della difesa. Non si possono, per esempio, fare propri i dati accorpati forniti da Leonardo sulla filiera piemontese – circa 400 aziende – senza analizzare la tipologia di beni e servizi che ciascuna apporta; o prendere quelli, quanto meno approssimativi, dettati da Confindustria Piemonte, che quantifica la presenza del comparto aerospaziale in regione in 400 imprese, 35 mila addetti e 8 miliardi di euro di fatturato (dati rilanciati acriticamente dai media senza verifica di attendibilità).

L’AIAD – la Federazione di Confindustria che accoglie nel proprio ambito la quasi totalità delle imprese operanti in Italia per progettazione, produzione, ricerca e servizi nei comparti aeronautica civile e militare, spazio, navale e terrestre militare, sistemi elettronici, cyber e sicurezza – conta, invece, a livello nazionale, solo 253 aziende, di cui il 75% piccole e medie imprese.

La seconda cosa da fare, secondo me, è superare narrazioni fuorvianti, come quella che immagina un’exit strategy dalla crisi dell’automotive grazie alla riconversione al militare.

La terza cosa da farsi è l’avvio di una riflessione sul “cosa si produce” (civile, militare, dual-use, per la difesa preventiva, per la guerra ecc.) e “per chi si produce”, cioè a chi vengono vendute queste armi.

Se sul “cosa si produce” – o si dovrebbe produrre – permarranno, sempre, divergenze riconducibili alle varie posizioni e sensibilità politiche – oltre che di interesse – sul “per chi si produce” dovremmo riuscire a trovare almeno un minimo comune denominatore di accordo.

Anche coloro che, senza esitazione, sostengono la necessità di produrre di più per rafforzare la difesa europea e le dotazioni delle Forze Armate italiane, dovrebbero convenire sul divieto di importazioni, esportazioni, transito di materiali d’armamento “da e verso” Paesi in guerra e/o che violano il rispetto del “diritto umanitario”, come previsto dalla Legge 185/90, oltre che dai Trattati internazionali firmati dall’Italia.

È questo il punto da cui iniziarono le lotte della FLM nel 1976, attraverso il coordinamento nazionale dei Consigli di fabbrica dell’industria bellica, per bloccare il trasferimento di armi ai Paesi dell’apartheid (Sudafrica e Rhodesia), ai Paesi latino-americani governati da efferate dittature militari (Brasile, Cile, Argentina, Uruguay ecc.) e ai molteplici Paesi africani e asiatici coinvolti in conflitti armati.

Anche allora, fu un altro torinese, Alberto Tridente segretario nazionale della Fim-Cisl e responsabile dell’Ufficio Internazionale della FLM, ad avere l’intuizione di far partecipare sindacalisti e lavoratori di quei Paesi alle assemblee dei lavoratori delle fabbriche che vendevano armi ai loro Governi, alimentando guerre e violazioni dei diritti umani fondamentali. In questo modo si creò quella compassione nei riguardi delle vittime, che si tradusse in solidarietà concreta, con azioni dirette di boicottaggio: quello “spirito” che ritrovo ancora oggi nell’azione dei portuali e di altri lavoratori della logistica che rifiutano di far circolare armi, ma che faccio fatica a vedere nei lavoratori delle nostre fabbriche.

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