La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». (Gv 20,19-23)
Per la solennità di Pentecoste la liturgia propone la lettura di una brevissima sezione del capitolo 20 di Giovanni. La scelta è significativa: con questa festa termina il tempo pasquale e la Chiesa ci riporta al primo giorno della settimana, quello di Pasqua, come se i cinquanta giorni trascorsi non siano stati che la dilatazione dell’unico giorno, il giorno per eccellenza. Così, attraverso questo lungo tempo, abbiamo avuto la possibilità di entrare e accogliere l’evento e il mistero della risurrezione.
Il dono della pace
I versetti che leggiamo erano parte del racconto evangelico della seconda domenica di Pasqua. Anche questa ripetizione liturgica ci consente di guardare all’intero tempo pasquale come a un’unità e di ritornare a questo testo di Giovanni, riconoscendo che vi è espresso il fondamento della nostra speranza e del nostro agire.
La manifestazione di Gesù risorto ai suoi discepoli avviene di sera, mentre essi hanno chiuso le porte del luogo in cui si trovavano, perché hanno paura.
La descrizione iniziale ci trasmette l’immagine e la sensazione dello smarrimento e del timore che attanagliano il cuore dei discepoli: sono soli e smarriti, chiusi loro stessi nella paura, come lo spazio che occupano, e avvolti nelle tenebre della notte imminente, che sembra riflettere quanto hanno nell’animo.
In questa situazione viene Gesù e si ferma. Il suo ingresso è come l’irrompere della luce nelle tenebre.
Il silenzio della paura è rotto dalla parola che porta la pace e dal gesto che, mostrando i segni della crocifissione, invita a credere non soltanto nella verità di colui che si sta manifestando, ma anche nel significato della sua morte, nella vittoria sulla morte del suo amore giunto fino alla fine.
Il dono della pace permette di superare il timore e questo superamento è una vittoria della fede.
Parola e gesto
Il Signore Gesù, giungendo risorto in mezzo ai suoi, trasforma in consolazione una situazione vicina alla desolazione. Non lo fa magicamente, ma mediante la parola e il gesto, così come avveniva prima della sua morte. Ascoltare la Parola si rivela così rimedio alla desolazione che prende il cuore, prima ancora del gesto che fa vedere. La Parola porta la pace, la parola annunzia che le tenebre e il peccato sono già sconfitti.
La Parola si ripete e dà nuovo significato al gesto del mostrare i segni della passione. In tal modo la pace è accompagnata dal gesto e mostrando i segni della passione Gesù dona la pace.
Le parole che seguono sgorgano da qui, hanno in questo legame tra Parola e gesto il loro fondamento. A uomini pacificati, che possono vincere la paura, è affidata la missione. L’oggetto dell’invio o i destinatari non sono specificati. Ciò che conta, invece, è riconoscere e ricordare il legame con Gesù e la sua missione; quella degli uomini ne costituirà un prolungamento e uno sviluppo, ma non sarà altra, non sarà diversa; se lo fosse, non è quella affidata dal Signore.
Per poterla svolgere è necessario ricevere lo Spirito, essere creati di nuovo; per questa ragione Gesù soffia sui discepoli perché possano ricevere lo Spirito. Il Signore lo aveva già consegnato al momento della morte, ora quel dono giunge a pieno compimento, perché è finalmente ricevuto.
L’ultima parola sembra dare contenuto all’invio e fa tutt’uno con quanto precede. Il potere di rimettere i peccati accompagna, infatti, il gesto con cui Gesù mostrava le piaghe della passione: il ministero del perdono permetterà di rendere attuale il sacrificio di Cristo e la sua salvezza.
Morte e peccato sono vinti
Questa sorta di “autorità” del Signore sul peccato era stata la prima rivelazione che avevamo avuto di lui leggendo il vangelo di Giovanni. Al primo capitolo il Battista, vedendo venire Gesù, lo rivela come «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» e a questo annuncio segue il racconto della discesa dello Spirito dall’alto.
Nel giorno della resurrezione, quando i discepoli sono inviati, ritornano le medesime modulazioni, ma in ordine inverso. Prima i discepoli sono raggiunti dallo Spirito di Gesù, poi, in forza del dono del Risorto, saranno in grado di rimettere i peccati, manifestando nel tempo la vittoria del loro Signore sul peccato e sulla morte.
Sta ai discepoli decidere che il peccato sia perdonato o non perdonato. Per questo hanno bisogno dello Spirito del Risorto per poter discernere e per poter agire come il loro Maestro.
Il dono dello Spirito è perciò creazione di un cuore che sa perdonare, ed è il dono che permette di vivere la vita del Risorto. Realizzazione concreta di ciò è il proseguimento della missione di Gesù. Il perdono è possibile solo nell’accoglienza e in forza dello Spirito di Gesù.
Lo Spirito è dato per quella remissione dei peccati che sarà il dono di partenza e di arrivo nella missione dei discepoli: portare la pace, come Gesù risorto.





