
( Foto Matteo Secci / LaPresse )
Saper sognare è un’arte di cui non tutti sono capaci. È un’arte che richiede cuore e immaginazione, cioè qualcosa che ha a che fare con l’innocenza e con la capacità di conferire senso al mondo. È l’arte in cui sono maestri i bambini e le bambine – che sanno cucinare torte con sabbia e fiori e suonare pezzi di legno come fossero chitarre.
A guardarlo, questo nostro mondo brutalizzato dai potenti secondo un copione vizzo e stantio tanto è stato replicato senza variazioni da secoli infiniti, a guardare le violenze, i disastri ambientali, le iniquità sociali, le guerre, la brama di consumo che oggi sembra ossessionarci tutti, l’immaginazione pare che sia definitivamente scomparsa dalla faccia della terra: siamo un mondo di replicanti passivi che concorrono spensieratamente all’autodistruzione – l’importante è che non manchino cialde nelle macchinette del caffè e che, insieme allo shopping settimanale, ci venga garantito un qualche burger con salsa e patatine.
Qui, nel regno del fast food, dove le patate sono rigorosamente tutte uguali e la monocultura colonizza le menti prima ancora che le terre, immaginare un altro mondo, un mondo più buono da vivere e mangiare, è sogno e profezia di poche anime belle.
Quando, quarant’anni fa, Carlo Petrini diede vita a Slow Food, nei suoi occhi c’era un sogno. Contro gli imperativi della velocità, il fast life e il fast food, l’usa e getta, il take away, l’omologazione dei sapori, le manipolazioni genetiche, l’industrializzazione dell’agricoltura e dell’allevamento, Carlin ha iniziato a tessere il sogno della lentezza.
Vivere, mangiare, viaggiare, lavorare, pensare – all’insegna della lentezza. Recuperare un rapporto umano con il tempo e con i luoghi di questo nostro effimero dimorare sulla terra, restituire consapevolezza al gesto del mangiare e del bere – a partire dal quotidiano e dalle piccole scelte di ogni giorno. Cose piccole, ed eversive. Assaporare il profumo del caffè che sale borbottando dalla moka, stendere una piada col mattarello, raccogliere piantaggine e grespino nel prato di casa, «curare le erbe» e poi cucinarle.
Il sogno ha preso la forma di Slow Food e del Salone del Gusto di Torino, e poi di Terra Madre, una rete mondiale che unisce contadini, pastori, pescatori, cuochi, accademici e consumatori nel comune obiettivo di difendere il diritto dei popoli alla sovranità alimentare e alla biodiversità. Poi, siccome chi sogna fa sempre sul serio, è nata l’università degli Studi di Scienze Enogastronomiche di Pollenzo, «il primo corso di laurea al mondo interamente dedicato ai sistemi alimentari e cibo di qualità».
Da qui l’amicizia con papa Francesco, la prefazione all’enciclica Laudato sii, la partecipazione al Sinodo sull’Amazzonia.
Il sogno di Carlo Petrini, con la chiocciolina divenuta simbolo di Slow Food, continua a ricordarci che mangiare non è solo soddisfare un bisogno fisiologico – immettere nel corpo il quantitativo di calorie necessario per mantenerlo vivo e farlo funzionare. Mangiare è ogni volta tornare a nutrirsi al seno della vita, per suggere, insieme al latte, rassicurazione e ben-essere e gioia.
Proprio da questa conferma di senso e da questo appagamento profondo, sgorga il significato eucaristico del mangiare, il rendimento di grazie che trasforma il cibo in occasione di condivisione e di festa.
Di questo significato fondamentale e profondamente gioioso dell’atto del mangiare e del suo legame col seno materno sono state da sempre artefici e custodi le donne.
Mentre nel mondo del fast life anche la cucina si fa performance agonistica dominata dal protagonismo maschile, la chiocciolina di Carlin è lì a ricordarci la bellezza e la forza dei gesti lenti di una sapienza culinaria tramandata di generazione in generazione, di madre in figlia, dalle donne. Donne che sono state, ad ogni latitudine, le vere depositarie della conoscenza della terra, dei suoi ritmi e della stagionalità dei suoi frutti, e di quel sapere che rende ogni volta speciale il gesto di sedersi insieme a tavola per condividere il pasto.
Grazie, Carlo.





