In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». (Gv 3,16-18)
Nella prima domenica che segue il tempo pasquale, la liturgia ci fa celebrare la solennità della SS. Trinità, come se ci domandasse di fare sintesi dei giorni precedenti e di ritornare di nuovo alla meta della Pasqua: la salvezza di Dio che conduce l’uomo a una vita divina.
Il brano del vangelo di Giovanni, a una prima lettura non sembra parlare della Trinità, non compare infatti lo Spirito e il discorso insiste molto sui dei motivi particolari. È un testo tra i più belli e insieme complessi del IV vangelo, è considerato la continuazione dell’incontro con Nicodemo, anche se questa figura è ormai scomparsa e probabilmente le parole di Gesù sono rivolte più direttamente a noi lettori.
Dio ha tanto amato il mondo
Ci accorgiamo subito che i versetti sono collegati uno con l’altro attraverso la ripetizione di alcuni termini o di alcuni concetti, come se ogni versetto rappresentasse un passo in più nella spiegazione di quanto Gesù sta dicendo. Alcuni vocaboli poi sono presenti quasi in ogni frase, come «Figlio», «credere in», «condannare». Possiamo dire che il discorso ruota attorno al tema della relazione tra credere e condannare, svolti in rapporto al Figlio.
Le parole di Gesù inizierebbero propriamente con un «infatti» e questo evidentemente vuol dire che continuano quanto ha detto nei versetti appena precedenti, dove ha affermato la necessità che «il Figlio sia innalzato, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Qui allora si precisa il motivo di tale necessità e ribadisce la finalità. Inizio assoluto di tutto è il fatto che «Dio ha tanto amato il mondo». L’affermazione potrebbe non sorprenderci, perché si sa che Dio ama, invece in questa espressione ci sono degli aspetti straordinari.
Innanzitutto per l’oggetto dell’amore – il mondo – e non i discepoli (come sarà nel resto del vangelo), o il popolo (come è nell’AT); «mondo» in Giovanni è un temine che spesso ha un significato non del tutto positivo, perché esprime l’insieme di ciò che si oppone al Signore. Non è detto che qui ci sia una tale sfumatura, e tuttavia il lettore di Giovanni ha in mente anche questa accezione.
Dunque, nell’amore di Dio per il mondo c’è un aspetto di assoluta gratuità e libertà, perché è un amore che rischia di essere rifiutato, è un amore che accetta la possibilità di incontrare forze che si opporranno a lui fino alla morte.
L’espressione inoltre non è soltanto «Dio ha amato il mondo», ma «Dio ha tanto amato il mondo da dare…». L’amore di cui si parla non è astratto, ma si rivela in un gesto concreto, quello di dare il Figlio.
Credo che quanto Giovanni dica qui sia ripreso, anche se in termini diversi, all’inizio del racconto dell’ultima cena, dove si dice che Gesù «dopo aver amato i suoi li amò fino alla fine». «Tanto da dare» e «fino alla fine» sono due espressioni che alludono alla potenza e alla profondità estrema a cui questo amore originario è giunto.
Lo scopo dell’amore
Un secondo motivo di sorpresa che cogliamo all’inizio è dato dalla finalità, che è una manifestazione e un’espressione del tanto amore. Dio, infatti, non chiede amore per sé, anzi, non chiede niente per sé; lo scopo dell’amore e dell’invio del Figlio è che chi crede in lui abbia la vita eterna, cioè abbia la sua stessa vita divina.
Lo scopo dell’amore di Dio è che il mondo possa partecipare alla sua stessa vita, vale a dire che il mondo possa entrare in comunione con Lui.
È così importante questa finalità che viene ribadita ancora con altri termini. Viene introdotto il verbo «condannare», che appartiene al linguaggio giuridico. Dunque – precisa Gesù – il Figlio non è venuto per un giudizio di condanna; ma per salvare.
Ora, «salvare» non è esattamente l’opposto di «condannare»; attraverso questo verbo che manifesta l’intenzione originaria dell’amore di Dio, siamo condotti nuovamente in un campo non di tipo legale, ma personale, di relazione, di comunione. «Salvare» è sinonimo di «dare la vita eterna». Non c’è altro motivo nell’invio di Gesù.
Che cosa renda possibile il compiersi di questa salvezza, che cosa renda possibile avere la vita eterna è detto ripetutamente attraverso l’espressione «credere in».
“Credere in”
Ora, il verbo credere si può costruire in molti modi; Giovanni sceglie qui la preposizione «in» che esprime un movimento, un andare verso. Non si tratta perciò di credere in una serie di contenuti, ma di entrare in una relazione personale di affidamento, di fiducia, si tratta di affidare la propria vita al Signore. Credere in Gesù perciò è già avere la salvezza, la vita eterna, è cioè già partecipare alla vita di Dio, essere in una relazione di comunione con Lui.
Non c’è salvezza che in Gesù, per questo chi non crede in lui è già stato giudicato, cioè non entra nella relazione che salva e, di conseguenza, perisce.
Mi sembra evidente che le parole di Gesù alludano alla Trinità, che è relazione di comunione nell’amore e dall’amore. Giovanni qui non parla dello Spirito, è vero; tuttavia possiamo pensare che sia lo Spirito diffuso a Pentecoste che ci permette di affidarci senza paura a Gesù (cf. Gv 14ss) e che la vita eterna, che ci è già data nella fede in Gesù, sia vita nello Spirito.





