
In questi giorni, alla vigilia della visita di Leone XIV in Spagna, si moltiplicano le analisi e le riflessioni sulla situazione del Paese e della Chiesa cattolica che papa Prevost si troverà di fronte. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le sensibilità. Impossibile sintetizzarle, tanto più pretendendo di farlo con neutralità. Mi risparmio il compito.
Preferisco invece soffermarmi su due tipi di migrazioni — quelle delle persone e quelle «religiose» — che attraversano la Chiesa spagnola e sulle quali, presumibilmente, il Vescovo di Roma avrà modo di intervenire.
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La prima e più importante di queste migrazioni è quella delle persone. All’origine di questo viaggio vi è il desiderio di papa Francesco di visitare le Isole Canarie per riportare all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale il dramma di quanti, fuggendo dalla fame o da persecuzioni di ogni genere, rischiano la vita per raggiungere quella nuova terra promessa che è il mondo sviluppato.
Con questo viaggio, Leone XIV dà pieno compimento a tale desiderio di Bergoglio. Lo fa ben consapevole delle diffidenze e dei conflitti suscitati dalla chiara e decisa scelta a favore dei migranti, sostenuta sia dalla Chiesa cattolica sia da numerose realtà politiche e sociali. Come Francesco, egli ha ben chiara la priorità di chi, costretto dalla fame o dalla persecuzione, cerca una vita migliore, indipendentemente dalla sua nazionalità o provenienza.
Una posizione che mantiene ferma anche di fronte a quei gruppi che cercano di risvegliare i fantasmi di una presunta invasione islamica, di un altrettanto presunto seppellimento laicista della tradizione cattolica e di una sottrazione di opportunità ai giovani e ai cittadini del Paese, più immaginaria che reale. L’aspro e reiterato scontro di Vox con la Chiesa cattolica su questo tema ne costituisce una prova evidente.
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Andando però un po’ oltre, mi augurerei che, oltre a sostenere la Chiesa e le realtà sociali e politiche impegnate nell’accoglienza degli stranieri, Leone XIV incoraggiasse anche i cattolici a riflettere sull’opportunità di prendere le distanze dal rifiuto — quando non dall’odio — verso lo straniero, come sta facendo la Chiesa tedesca.
Quest’ultima ha infatti deciso, non molto tempo fa, di escludere dagli organismi di governo ecclesiale tutti i cristiani notoriamente militanti in organizzazioni xenofobe, di qualunque orientamento esse siano. E ha scelto di assumersi anche i prevedibili costi di una possibile ritorsione qualora tali gruppi dovessero un giorno conquistare posizioni di potere, come è plausibile che accada il prossimo autunno nella Germania orientale.
In particolare, in Sassonia-Anhalt, sia la Chiesa cattolica sia le Chiese evangeliche sono oggetto di continui attacchi da parte dell’AfD, il partito tedesco equivalente a Vox. Secondo Gerhard Feige, vescovo di Magdeburgo, gli esponenti di questo partito «cercano di appropriarsi e strumentalizzare i valori cristiani, mentre al tempo stesso diffamano le Chiese accusandole di essersi allontanate da Dio», arrivando persino a minacciare tagli ai finanziamenti pubblici: «Se ci comportiamo bene — afferma mons. Feige — riceveremo denaro; se invece assumiamo posizioni diverse da quelle dell’AfD, non riceveremo nulla o riceveremo meno».
Coloro che avanzano simili minacce — conclude il vescovo di Magdeburgo — ignorano che la Chiesa può compiere la propria missione in qualunque circostanza. Basta ricordare il suo recente cammino durante gli anni della Repubblica Democratica Tedesca.
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Suppongo inoltre che sia molto probabile che papa Leone XIV affronti una seconda forma di migrazione: quella religiosa. L’espressione «migrazione» o «migrazioni religiose» è presa in prestito dal pensatore statunitense William T. Cavanaugh.
Secondo questo autore, nell’Europa occidentale — e dunque anche in Spagna — non si assiste a un processo di secolarizzazione, bensì a diverse migrazioni del cattolico e del cristiano verso altri assoluti, quali lo Stato, la Nazione, la Patria, il Denaro, il Consumo, il Corpo, il Benessere, la Qualità della vita, la Squadra di calcio e così via.
Si tratta di «migrazioni» definite «religiose» perché si radicano in questi o in altri assoluti. Esse convivono — come osservano altri studiosi — con una crescente indifferenza («quando nulla manca, manca Dio») e con un numero sempre maggiore di sorprendenti forme di ibridazione tra persone non religiose e credenze di carattere spirituale o religioso. Non manca neppure il ritorno di gruppi che trovano conforto nella tradizione. Si tratta di realtà che, a differenza delle precedenti, ricevono spesso un’attenzione particolare da parte di alcuni mezzi di comunicazione e di determinati ambienti ecclesiali.
Sarebbe auspicabile che, una volta conclusa questa visita papale, la Chiesa spagnola cercasse di valorizzare i molti residui di cultura cattolica ancora esistenti, trasformandoli in minoranze creative capaci di dialogare e intrecciare relazioni con altri gruppi portatori di differenti sensibilità religiose e appartenenze ecclesiali, senza escludere quanti vivono nell’indifferenza religiosa.
E che, naturalmente, rafforzasse il proprio impegno nell’accoglienza e nell’accompagnamento della prima delle migrazioni, quella delle persone che bussano alle nostre tavole dell’abbondanza, accettando di pagare il prezzo che alcuni «cattolici culturali e xenofobi» potrebbero chiederle per la sua coerenza evangelica.





