Intelligenza artificiale come interlocutrice

di:

dimatteo-ia

Poniamoci per un istante in ascolto del filosofo del Québec Charles Taylor: «È in questo senso che un essere solo non può essere un io. Se sono un io è soltanto in rapporto con certi interlocutori: in un senso, in rapporto con quei partner di conversazione che condizionano il raggiungimento, da parte mia, della mia autodefinizione; in un altro senso, in rapporto con coloro la cui presenza è ora cruciale perché io continui a padroneggiare i linguaggi dell’autocomprensione – e naturalmente si tratta di due classi che possono benissimo intersecarsi. Un io esiste solo all’interno di quelle che io chiamo ‘reti di interlocuzione’»[1].

Una prospettiva, questa, non troppo distante da quelle strutturaliste e lacaniane. Volte tutte a superare l’enfasi propria della (prima) modernità sul soggetto, inteso come individuo agente e pensante, come una sorta di “io puntiforme” che dispone di sé e degli “oggetti” interni ed esterni.

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Il concetto di identità, per Taylor, non può che sgorgare da tale «situazione originaria». I singoli, alcuni più di altri, possono tendere a scostarsi, per dir così, dal milieu nel quale si trovano. «Ma», nota il pensatore, «è importante rendersi conto del fatto che questo atteggiamento che, indipendentemente dalla maggiore o minore coerenza con cui lo perseguiamo concretamente, è diventato per noi un ideale molto forte, pur modificando la nostra posizione all’interno della situazione originaria della formazione della nostra identità, non ce ne esclude assolutamente. Anche di questi eroi continua a esser vero che definiscono se stessi, non solo in senso genetico, ma anche per quello che sono nel presente, mediante la conversazione con gli altri»[2].

Tali “altri/e”, ovviamente, possono essere individui mai incontrati direttamente, magari di luoghi o tempi remoti, conosciuti per il tramite delle loro opere o, al giorno d’oggi, del web.

Ecco, la mia ipotesi è che quella che definiamo intelligenza artificiale è e sempre più sarà costitutiva di queste “reti di interlocuzione”. Accanto, dunque, a partner umani, ciascuno/a di noi ha e, soprattutto, avrà interlocutori non umani, legati ad algoritmi e “percorsi elettronici” o “bionici”.

Ogni essere umano, inoltre, scaturirà sempre più, emergerà in misura crescente da una sorta di sfondo caratterizzato anche da intelligenze non umane, quali quelle artificiali (e tale sfondo potrà coinvolgere in misura maggiore altre intelligenze animali non umane e le stesse intelligenze vegetali).

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Torniamo ad ascoltare Taylor: «Anche quando, sulla condizione umana, credo di aver individuato una verità mai vista prima da nessuno – una situazione a cui, a volte, sembra essersi accostato Nietzsche – ciò può avvenire soltanto sulla base della lettura che do del pensiero e del linguaggio degli altri. Colgo la ‘genealogia’ della loro moralità e perciò ritengo che anch’essi, senza saperlo e senza volerlo, attestino la validità della mia visione. In qualche misura, mi tocca affrontare una sfida: so quello che sto dicendo? Sono veramente certo di quello che sostengo? E questa sfida posso affrontarla solo confrontando il mio pensiero e il mio linguaggio con il pensiero e le reazioni degli altri»[3]. Dove tali “altri” saranno sempre più i non umani.

E subito si pone un altro dilemma: come rapportare pensieri, logiche, linguaggi, biologici e non, ai corpi? E ancora: per corpo è da intendersi solo quello biologico? Se così non fosse, come definire un “corpo”? Cosa dovremmo davvero intendere per dimensione corporea? A me pare, di nuovo, che le elaborazioni “comunitariste” ragionevoli (quelle alla Taylor), “strutturaliste” e “lacaniane” possano intersecarsi: vi è un nesso intimo, pur se articolato, complesso e difficile da definire, quasi sfuggente, tra linguaggi, corpi, pensiero.

I corpi si situano nei linguaggi, con tutta la complessità semantica di tali vocaboli; essi sono avvolti nei linguaggi e, al tempo stesso, rappresentano l’intorno dei linguaggi stessi. Pensiero-corpo-linguaggio come tre articolazioni di uno stesso fenomeno; si tratta della coappartenenza delle tre dimensioni, in maniera analoga a un solido, costituito da altezza, larghezza e profondità.

Solo che i pensieri, i corpi e i linguaggi, con i loro intimi nessi, disporranno sempre più di “matrici” non solo umane e non solo biologiche.


[1]C. Taylor, Sources of the Self. The making of the Modern Identity, Harvard University Press, Cambridge MA 1989; trad. it. di R. Rini, Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, Feltrinelli, Milano 1993, p. 54, corsivo mio.

[2] Ivi, p. 55.

[3]Ibidem, corsivi miei.

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