
C’è una scritta sul dollaro statunitense: “In Dio noi confidiamo” (In God We Trust). Avrebbe potuto trovarsi senza alcuna problematicità anche sulla valuta iraniana dell’era khomeinista. È necessaria però un’appendice: per molti in America il motto “In Dio noi confidiamo” è una semplice dichiarazione di fede, per altri è la sintesi di una fusione tra religione e Stato, tra valori religiosi e politica internazionale, tra teologia ed economia. È in questo senso che avrebbe potuto apparire sulla valuta iraniana.
L’America che ha scelto la quarta Guerra del Golfo, la precedente è stata quella dei bombardamenti dell’Iran nel 2025, ha fallito i suoi obiettivi; non è tutta l’America che conosciamo, è quella che con Lyman Stewart crede nei “Fondamentali”, il suo famosissimo testo di nascita del fondamentalismo evangelicale con il quale un pezzo importante di integralismo cattolico si è alleato, contribuendo all’affermarsi dell’amministrazione Trump.
Questa a sua volta si è alleata con il sionismo religioso, quello che vede Israele non come uno Stato in dati confini, ma come lo Stato definito dai confini indicati da Dio e in quanto tali non passibili di partizione. Come dice il titolo di uno splendido volume dello storico Tom Segev, “One Palestine. Complete”. L’idea, capovolta, è stata alla base della “resistenza islamica” ispirata da Teheran.
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Leggendo il fondo teologico e politico di questo mondo, è chiaro che gli Stati Uniti sono una nazione benedetta da Dio, e ha come nemici ovviamente i comunisti, i modernisti, gli hippy, i gruppi femministi, i musulmani. Questa forse è la chiave con cui il trumpismo tenterà di vincere diverse elezioni europee. Se vogliamo scendere nel localismo possiamo collocare qui dentro l’ex generale Vannacci, la cui “sporca dozzina” (quella che ha richiamato per definire i suoi seguaci) sembra una rilettura fondamentalista dei dodici apostoli.
C’è un testo decisivo per orientarsi nel fiume trumpiano, da rileggere con gli occhi di oggi. È il saggio pubblicato nel 2017 su La Civiltà Cattolica da padre Antonio Spadaro e Marcelo Figueroa e intitolato: “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo”. È un testo di sorprendente attualità per orientarsi; vorrei partire da alcune sintetiche citazioni: “Per sostenere il livello del conflitto, le loro esegesi bibliche si sono sempre più spinte verso letture decontestualizzate di testi veterotestamentari”; “non si considera il legame esistente tra capitale e profitti e la vendita di armi”; “spesso la guerra stessa è assimilata alle eroiche imprese di conquista del Dio degli eserciti”; “ i disastri naturali… sono segni che confermano la loro concezione non allegorica delle figure finali del libro dell’Apocalisse e la loro speranza in cieli nuovi e terra nuova”.
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Il sapore di un’Armageddon imminente, la resa dei conti tra Bene e Male, ci porta alla visione apocalittica khomeinista, dove i martiri non muoiono, salgono nell’intratempo dell’immaginale – in arabo “malakut” (regno) – e lì rendono testimonianza davanti a Dio sospingendo così il mondo verso il ritorno dell’imam che in quell’intratempo vive nel nascondimento da secoli, nell’attesa di poter tornare per la vittoria finale.
Spadaro e Figueroa ci parlano diffusamente di Rousas John Rushdoony (scomparso nel 2001), che ha molto influenzato Steve Bannon, e intendeva sottoporre lo Stato alla Bibbia. Parole di casa per chi fosse ancora khomeinista a Teheran. Non è possibile proseguire prima di aver citato il pastore Norman Vincent Peale, che amava esprimersi con frasi come “se ripeti Dio è con me, chi è contro di te?”
Se proviamo a leggere con occhi apocalittici, il senso di questo pensiero per i diseredati è evidente: scegliendolo si può morire, ma la vittoria è assicurata, è scritto che il Bene trionferà sul Male. Nonostante i riferimenti apocalittici, espliciti ai tempi di George W. Bush, molti avranno ritenuto che questa guerra ha condotto l’esercito di Dio a determinare prezzi della benzina troppo alti. È per questo che Trump è impegnato nella sua difficilissima corsa a presentare la sua (parziale) resa come una vittoria? Complicato.
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Qui sarà decisivo vedere come si comporterà il regime iraniano nel teatro libanese. Agirà in chiave nazionalista o in quella chiave apocalittica per cui il tempo è fatto da urti che bisogna aggravare per avvicinare l’urto finale, Armageddon. Una reazione militare diretta di Teheran contro Israele, che con i suoi bombardamenti vorrebbe travolgere tutto l’accordo, andrebbe nella direzione del vecchio impianto apocalittico.
Ma l’autorevole sito al-Monitor ci dice in queste ore quale sarebbe l’alternativa che va emergendo dopo aver accantonato (per ora) una risposta militare: “I funzionari iraniani e i loro alleati libanesi guardano alla fase politica che seguirebbe a un accordo. Diverse fonti diplomatiche ben informate sulle discussioni regionali affermano che nel periodo postbellico è probabile che si riaprano i dibattiti su governance, rappresentanza, accordi di sicurezza e distribuzione più ampia del potere in Libano. Teheran considera il futuro di Hezbollah, la posizione della comunità sciita all’interno del sistema politico libanese e l’equilibrio tra istituzioni statali e attori non statali come parte della stessa equazione strategica”.
È rilevante che l’autore viva a Doha, in Qatar. Eppure è lecito il timore che tutto possa saltare in Libano, per la fermezza sulla sua linea di Israele, ma questo si vedrà.
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Se il meccanismo reggerà al no di Israele, saremo al passaggio dalla logica del conflitto esistenziale a quella del dissidio di potere, come si evince dal testo di al-Monitor? È un discorso che accantonerebbe il terreno apocalittico? Ai neo crociati verrebbe meno il contrappeso jihadista.
Chi illustra bene l’idea di chi crede che questo sia un Memorandum di Fraintendimenti è Karim Sadjapour, nome di punta del Carnegie Endowment: per lui i 300 miliardi di investimenti che gli Stati Uniti promuoverebbero col privato in Iran creerebbero per Washington un regime non più rivoluzionario, mentre per Teheran creerebbero le condizioni per riprendersi e poi tornare alla rivoluzione.
Altri però vedono un Iran più militarista, più in mano ai pasdaran che ai mullah. Una giunta con la quale il nazionalismo diverrà più importante dell’Apocalisse? È questo che significherebbe il pendere verso il dissidio di potere piuttosto che verso il confronto esistenziale?
Non parliamo di soggetti “semplici”: una scelta del genere potrebbe rientrare nella dissimulazione, necessaria in certe fasi del conflitto tra Bene e Male. Il punto da affrontare è perché proprio Trump offra all’Iran la via della normalizzazione, lui, che guida il cartello del Bene in lotta con il Male, che ha minacciato di cancellare per sempre una civiltà. La sua narrazione non funziona più? Vorrebbe uscirne? E la domanda che segue è se possa restare apocalittico, pur volendolo magari, un regime che accetta il ritorno del capitale “imperialista” nel sistema, nel suo spazio, nella sua economia. Perché non aveva alternative? Ma ora dovrà conviverci, con i suoi sistemi e un ulteriore centralismo.
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La perfezione del meccanismo degli opposti analoghi, ci ha tormentato per anni. È stata questa l’intuizione contenuta in un altro saggio fondamentale per capire l’oggi, l’introduzione del professor Massimo Borghesi al suo volume “Il dissidio cattolico”. Vi afferma: “L’11 settembre è l’evento che segna uno spartiacque tra il prima e il poi, rappresenta la crisi dell’era della globalizzazione che si afferma dopo la caduta del comunismo, inaugura il mondo manicheo in cui l’Occidente combatte contro l’asse del male e apre l’era della teopolitica fondata sul contrasto tra amico e nemico. La rinascita del religioso, la desecolarizzazione che caratterizza il nuovo millennio viene iscritta in una concezione militante e guerriera della fede che trova i suoi avversari nel relativismo etico postmoderno e nell’integralismo fanatico dell’islamismo radicale”.
Il cristiano, come osserva Lucio Brunelli, diviene cristianista, cioè si fa un “uso del cristianesimo come vessillo ideologico”.
Il cristianismo è uno dei possibili esiti dell’11 settembre soggiunge Massimo Borghesi, prevedendo molto di questa amministrazione Trump.
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Bin Laden ha impersonato questa contrapposizione apocalittica nel suo duello con George W. Bush, contando su una reazione di pancia araba a decenni di umiliazioni e sopraffazioni (oltre che di errori, ma questo è il mio punto di vista, non quello delle piazze arabe, o non dei più in quelle piazze ai tempi di Bin Laden).
Il suo discorso è stato capito alla perfezione da René Girard: sostituire all’impero globale americano quello islamico, l’impero degli sconfitti che si vendicano. Lui notò che in un discorso sui crimini americani (molti dei quali verissimi) contro i musulmani, Bin Laden inserì anche la bomba di Hiroshima, dove non c’era un solo musulmano. L’impero era davvero globale, contro il male globale.
La trovata inaudita dell’11 settembre è stata quella di “colpire l’impero americano” con i suoi stessi aerei, dando così la dimostrazione di esserne l’apposto analogo. Per questo lo definì una conferma della sua teoria del mimetismo, che trova nell’opposizione tra cristianesimo apocalittico statunitense e islamismo apocalittico khomeinista un’altra sua dimostrazione.
La folle idea trumpiana di distruggere Hezbollah (“tagliagole” nel discorso trumpiano) con i siriani di al Sharaa (“tagliagole” di segno opposto nel suo discorso) lascia attoniti, ma non credo che avrà seguito.
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Noi scopriano ora (esattamente?) cosa ci sia nel Memorandum d’intesa in attesa di firma, anche perché lo stanno ancora definendo. Sappiamo bene che la sua firma, che dovrebbe aver luogo in Svizzera il prossimo venerdì 19 giugno, non aprirà l’era della pace, forse di una tregua, ma potrebbe essere un più durevole armistizio.
Se reggesse, l’epoca del bianco e nero potrebbe scricchiolare per motivi elettorali. Piaccia o non piaccia, il popolo MAGA ha dimostrato di essere incompatibile con i finanziatori più influenti di Donald Trump, legati ad ambienti intransigenti, più vicini all’idea di Netanyahu che alla sua. Il presidente è preso tra i due poli, deve barcamenarsi.
Ma nel suo orto il Dio delle guerre alla pompa di benzina ha dimostrato di costare troppo. Qui potrebbero aprirsi cieli nuovi e terra nuova per un altro discorso cristiano, non cristianista, che potrebbe risultare convincente non solo in America ma anche nelle piazze arabe e iraniana, un discorso che a mio avviso parte dai benefici della pace, dei quali mai si parla e che dovrebbe riprendere il filo di tutte le guerre da disfare per costruire una vera sicurezza che non sia basata sull’insicurezza altrui.
Qui è difficile non vedere un grande ruolo per la Chiesa di Leone XIV e un’evidente impasse trumpiana. La strada apocalittica è stata tentata. Ne serve un’altra, oggi la esprime Leone.





