Europa: catechesi e convivialità delle differenze

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Pace, incontro, differenze… sono tre parole che possono esprimere il lavoro dell’Équipe Europea di Catechesi che si è riunita in Italia nei primi giorni di giugno (cf. qui il materiale del Congresso europeo 2026). L’équipe che riunisce catecheti dei paesi europei si ritrova ogni due anni per un tempo di approfondimento e di studio.

Non basta la logica del compromesso per riunire le diversità che sperimentiamo quotidianamente, ma è necessario l’incontro che permetta una vera relazione, l’ascolto e la condivisione dell’esistenza.

L’Équipe Europea, celebrando il 75º anniversario dalla sua fondazione, ha scelto di ritrovarsi a Corato (BA) e di far risuonare, in un tempo fragile e bisognoso di speranza com’è il nostro, le parole profetiche del vescovo di questa terra, don Tonino Bello.

«La pace è convivialità. È mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi. E l’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da togliere dalle nebbie dell’omologazione, dell’appiattimento. Il genere umano, Signore, è chiamato a vivere sulla terra ciò che le tre Persone divine vivono nel cielo: la convivialità delle differenze» (da Pensieri e parole di don Tonino Bello, Paoline, 2013).

Il presidente dell’Équipe Europea, Carl-Mario Sultana, aprendo il congresso, ha condiviso il desiderio di essere un laboratorio di pace e di rendere possibile la “convivialità delle differenze” come gestione attiva delle diversità.

Gli interventi del congresso hanno messo in luce le sfide per una catechesi e una formazione cristiana, capace di rendere possibile la convivialità delle differenze: la sfida antropologica, ecclesiologica, epistemologica e pedagogico-catechistica.

Le giornate di lavoro hanno visto l’alternarsi di esperti e di esperienze di paesi, confessioni religiose e competenze diversificate. 

Le relazioni

Laura Zanfrini, sociologa dell’Università cattolica di Milano, ha evidenziato come l’immigrazione oggi sia una sfida per la società europea e una profezia per la Chiesa. Mentre sempre di più viene messo a tema l’essere cittadini in Europa, il voler definire e delimitare chi oggi è “straniero” appare come un vero limite alla Fraternità. L’immigrazione è un vero punto di osservazione della società attuale. Se oggi si vuole costruire una convivialità e non solo guardare o arginare un fenomeno, definire chi è straniero ci obbliga a ripensare il concetto di cittadinanza; identificare il povero ci permette di guardare alle ingiustizie del mondo e alle categorie dell’utile e dell’essere forza-lavoro che spesso condizionano l’accoglienza e le relazioni; la diversità che non può essere ridotta a uniformità, chiede di mettere in relazione l’apporto di tutti.

Per la Chiesa, abitare questo tempo e i fenomeni attuali è accettare la sfida identitaria che chiede la capacità di comprendersi in una realtà nuova attraverso il dialogo con culture e religioni diverse; la sfida spirituale di aprirsi all’ecumenismo; la sfida pastorale che chiede di essere sempre più “Chiesa delle genti” come agli inizi della vita ecclesiale. Siamo chiamati oggi a una ri-cristianizzazione, cioè rinnovare il nostro essere Chiesa mettendo al centro le persone con la loro storia e le relazioni interpersonali che ciascuno porta e vive.

L’approfondimento filosofico a cura di Guido Vanheeswijck (KUL, Lovanio) ha sottolineato lo sviluppo della laicità nel contesto dell’illuminismo fino ai giorni nostri. Ha offerto l’immagine di Amos Oz, per cui ogni persona va considerata come una penisola per evitare proselitismo e unilateralismo radicale: ogni persona è legata ad una terra che rappresenta il proprio background, la propria storia e relazioni, ma si affaccia verso l’oceano del mondo. In questa comprensione di ogni persona c’è lo spazio per il riconoscimento delle differenze come ricchezza per ciascun soggetto e poi per l’intera comunità.

Salvatore Currò, già presidente dell’Équipe Europea, ha approfondito i fondamenti teologici della convivialità delle differenze, mettendo in relazione i livelli che si intrecciano nell’identità personale e nell’agire: pensiero, affetti-corpo-sensibilità e etico-religioso. «La perdita delle differenze genera indifferenza»: mettere al centro il corpo, la storia personale degli affetti e la cultura di tutti permette di abitare la differenza e farla diventare una ricchezza. Alla vita pastorale è chiesto di declinarsi come «pastorale secondo le s/Scritture» dove “S” indica la Tradizione e la “s” indica il vissuto reale dell’esistenza. Il dibattito, i lavori di gruppo e le esperienze di diversi paesi hanno realizzato la “convivialità delle differenze” dando voce a ciò che si vive nell’insegnamento della religione (Finlandia), della catechesi, vita pastorale (Chiesa greco-cattolica e ortodossa in Romania), la formazione pastorale (Austria).

Qual è il compito della catechesi in un tempo di differenze?

Salvatore Currò (UPS, Roma) invita la catechesi a non preoccuparsi solamente della presa di coscienza della fede, ma di lavorare nella “resa di coscienza”, dove la catechesi non coinvolge solo il livello cognitivo, ma l’esperienza sensibile e affettiva.

Isabelle Morel (ISPC, Parigi) ha sottolineato come l’incontro con Cristo, compito della catechesi, passi oggi per la via della bellezza e come la carità nei rapporti reciproci sia l’espressione e la realizzazione della pace evangelica.

Janez Vodičar (Università di Lubiana, Slovenia) ha indicato la forza controcorrente della buona notizia evangelica in un’Europa caratterizzata da competitività e utilitarismo: la catechesi è luogo di autenticità e fonte di acqua capace di donare vita, per riconoscere la presenza di Cristo oggi. Andare in profondità della propria identità cristiana non è chiusura in sé stessi, ma è la reale possibilità di incontrare l’altro sia nell’esperienza di fede, sia nell’umanità che oggi vive in relazione.

Per celebrare i 75 anni dell’Équipe Europea hanno preso la parola sr. Thérèse Kanacry (Damasco e esperienza missionaria in Russia), André Fossion (Belgio, già presidente EEC 1998-2006) e Karl Heinz Schmitt (Germania) per condividere la loro esperienza di appartenenza all’Équipe, indicando il valore del confronto e della ricerca fraterna tra persone e contesti differenti.

L’accoglienza della diocesi di Trani, la condivisione di esperienze celebrative e liturgiche a Corato e nella parrocchia di San Giovanni apostolo a Barletta hanno arricchito il Congresso e quanto vissuto è stata la prova che le differenze possono diventare spazio di convivialità.

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