
In data 28 luglio 2026 è apparso sul quotidiano La Stampa un articolo di Vito Mancuso dal titolo «Sì alla pace di Agostino e Kant, ma non disarmata» − dove con pacatezza l’autore intende dimostrare come «l’espressione di papa Leone sulla ‘pace disarmata e disarmante’ esprime un concetto problematico»; che se da un lato risulta «popolarmente efficace», dall’altro lato si allontana dalla stessa tradizione cattolica, «primo fra tutti Agostino».
Non è mio intento entrare nell’intero contenuto dell’articolo, condivisibile su molti aspetti, soprattutto sul dovere di uno Stato di difendere i suoi cittadini anche con il ricorso alle armi. Dunque non sul piano del realismo politico, ma sul piano teologico e in particolare sulla presunta discordanza di posizione tra papa Leone e Agostino desidero fare qualche considerazione critica.
Tempi diversi
Prima di entrare nel merito della suddetta questione ritengo utile una premessa di carattere metodologico (piuttosto elementare), vale a dire, il tener presente il contesto storico culturale in cui è vissuto Agostino: nel mondo antico e dunque anche nella Chiesa antica, nessuno mette in dubbio che la guerra sia un dato di fatto, a volte voluto da Dio, come in tanti esempi dell’Antico Testamento.
Il principio che Dio può trarre il bene anche dal male viene applicato anche alla guerra. E in questo schema culturale dell’antichità vi è anche Agostino. Da precisare che egli è convinto, come del resto i Padri della Chiesa, che alcune realtà permesse da Dio nell’Antico Testamento non lo siano più nel Nuovo per una dimensione propedeutica che regola il rapporto Antico e Nuovo Testamento (ad esempio la poligamia dei Patriarchi cf. De bono coniugali 15,17 ).
Agostino sociale
Ciò premesso, merita attenzione il pensiero che Agostino ha sviluppato su tanti aspetti non solo di carattere teologico ma anche sociale, aprendo orizzonti nuovi rispetto alla cultura del tardo antico. Per rimanere ai soli temi sociali, sulla guerra, sulla pace, sull’uso dei beni terreni, sul matrimonio, e altri, ha rivelato uno sguardo lungo oltre la cultura del suo tempo.
Una visione della pace possibile e della pace giusta ci viene data dal vescovo d’Ippona nella grandiosa opera del De civitate Dei, in particolare nel XIX libro. Parte da una premessa fondamentale, che la pace è un qualcosa inscritto nella stessa natura umana: «Quanto magis homo fertur quodam modo naturae suae legibus ad ineundam societatem pacemque…» (XIX, 12).
In questo testo esamina anzitutto la pace “ingiusta”, che è quella imposta dalla parte vincitrice e che si configura essenzialmente come la cessazione del conflitto. Si tratta di una pace determinata dalle stesse ragioni che hanno causato il conflitto, per tale motivo è considerata da Agostino fragile e ingiusta (cf. Ivi; XIX, 21).
Ciò che viene tematizzato a largo spettro nel De civitate Dei, il vescovo d’Ippona, riprende e chiarisce ulteriormente in altri scritti.
Pace giusta
La pace “giusta”, al contrario della pace “ingiusta”, è quella che si raggiunge con il superamento della divisione da cui è nato il conflitto. Non è la pace di una parte, è quella che trascende gli interessi particolari. Tale pace è il frutto della libertà, non è solo la fine di un percorso condotto con la guerra, ma è “la pace mediante la pace” (Epistola 229,2).
Nella “pace giusta” l’obiettivo da raggiungere è un tutt’uno con il metodo che dovrà essere adottato. Per Agostino non c’è dubbio che alla pace come obiettivo va affiancata la stessa pace come via da percorrere per raggiungere l’obiettivo. E la pace ha un’amica inseparabile che è la giustizia.
Egli ammette anche eccezionalmente l’uso della forza, ma quest’ultima viene sempre dopo la giustizia: «La forza deve venire dopo la giustizia, non precederla; per questo si mette nelle cose seconde (…) e si deve ricordare che la giustizia sta al primo posto» (De Trinitate XIII,13-17). Concetto questo su cui egli ritorna più volte.
Agostino aveva individuato quell’elemento che rappresenta la priorità nel perseguire il bene comune che si chiama giustizia. Egli fa risalire la priorità della giustizia nell’agire di Dio nei confronti dell’artefice sommo del male, il diavolo:
«Il diavolo non doveva essere superato dalla potenza, ma dalla giustizia di Dio. Infatti che c’è di più potente dell’Onnipotente? O quale creatura ha una potenza comparabile a quella del Creatore? Ma il diavolo, per il vizio della sua perversità, si è innamorato della potenza, ha abbandonato e combattuto la giustizia; gli uomini a loro volta imitano tanto più il diavolo quanto più trascurano e perfino aborriscono la giustizia per aspirare alla potenza e godono del possesso o bruciano dal desiderio di essa; e così piacque a Dio, per sottrarre l’uomo al potere del diavolo, di vincere il diavolo non con la potenza ma con la giustizia (…) In confronto a questa, la potenza di quegli uomini che sono chiamati potenti sulla terra – per quanto grande essa sia – non è che una debolezza ridicola» (De Trinitate 13,17).
Nella giustizia e non nella forza
Agostino conosceva l’andamento della storia, sapeva bene che l’uso della forza faceva parte del modo di governare gli Stati, ma non poteva mai accettare la forza come una priorità al posto della giustizia: “La potenza deve seguire la giustizia, non precederla” (Ivi).
Coloro che attribuiscono ad Agostino la teoria della guerra giusta (e non sono pochi) vengono qui smentiti.
Egli ha anticipato il senso di una ragionevole deterrenza dentro una visione dove la priorità deve essere data alla giustizia non alla forza. Il “se vuoi la pace, prepara la guerra”, principio che è stato ripreso con enfasi oggi da non pochi governi, da Agostino viene cambiato in “prepara la pace con la giustizia”: “Comportati secondo giustizia e avrai la pace; se non amerai la giustizia, non amerai la pace” (Enarrationes in psalmos 84,12).
Risulta chiaro nel pensiero agostiniano che la via per raggiungere la pace sia una cultura della giustizia e non della deterrenza armata.
Troviamo qui un chiaro fondamento teologico della sua visione del bene comune, compreso anche quello della cosiddetta giusta difesa che, con papa Leone, ritengo non porti alla guerra giusta.
La pace come via alternativa e opposta alla deterrenza
Il primo messaggio di Leone XIV in occasione della giornata mondiale della pace può essere considerato un solido progetto per chi vuole seriamente lavorare per la pace anche nell’immediato che purtroppo promette tutt’altro fuorché l’intraprendere la via della pace. Quando da voci autorevoli in campo politico si sente dire che gli ottanta anni di pace in Europa non sono stati tempi di normalità, lasciando intendere che un passato di guerre non solo rappresenta un fatto accaduto ma anche un insegnamento a cui realisticamente ispirarsi, allora è arrivato il momento in cui bisogna scommettere tutto, ma davvero tutto, perché all’umanità non sia negato il bene fondamentale, quello appunto della pace, da cui scaturiscono tutti gli altri beni.
Già nel titolo del messaggio del papa: Per una pace disarmata e disarmante, espressione che Vito Mancusco considera problematica, viene delineato un orizzonte entro cui la pace è un cammino prima di essere un traguardo, in piena sintonia con il suo maestro e padre Agostino. Da notare che il papa, nel suddetto messaggio, indica Gesù come modello di umanità disarmata, non come modello religioso.
Per tornare ad Agostino: egli dunque non esclude l’uso delle armi in circostanze del tutto eccezionali, ma tale uso lo lascia sempre fuori da un modo di progettare la pace e soprattutto di pensare cristiano.
Il concetto di deterrenza che oggi viene ripreso dall’antichità romana (si vis pacem para bellum) non può essere esteso al pensiero e al sentimento agostiniano. Da studioso artigiano dei Padri della Chiesa, di Agostino in particolare, e non da imprenditore del sapere teologico, ritengo che non è corretto porre Agostino come capo-fila degli assertori della “guerra giusta”.
Nel De civitate Dei, troviamo chiaro il pensiero del vescovo d’Ippona sulla storia, sulla politica, sulla cultura, grandi temi che dovrebbero essere attenzionati anche ai nostri giorni senza pericolose semplificazioni.
Agostino introduce per la prima volta una grande sfida: assumere il Vangelo come chiave di lettura della storia, attraversandola in tutta la sua complessità: il “futuro” (la città di Dio) come lettura del passato e sfida del presente con tutte le sue contraddizioni e opportunità (la città terrena).
Papa Leone ne garantisce l’attualità e la portata profetica.






Il contributo si distingue per la pacatezza dei toni e la solidità dell’argomentazione teologico-patristica. Smonta con competenza filologica le semplificazioni che etichettano Agostino come il teorico della forza militare o della deterrenza a tutti i costi. Si tratta di un testo di pregio che arricchisce il dibattito contemporaneo sul pacifismo, sul realismo politico e sul senso autentico della tradizione cristiana di fronte ai conflitti moderni.
Sinceramente non capisco tutto questo interesse per l’affermazione di Mancuso. La sua visione liberale e secolare del Cristianesimo ha sempre implicato un riduzionismo realistico. Se l’uomo deve contare solo sulle sue forze e vien meno il piano della grazia questo è l’uomo così come la storia ce lo presenta. Vale per la bioetica come per la geopolitica, non sono piani così diversi come insegna Dignitas infinita.
Detto ciò nel momento in cui Leone parla di disarmata e disarmante, mette già in conto un disarmo comune e non una semplice sottomissione del più debole al più forte. Se non fosse chiaro lo ha ampiamente esplicitato nel discorso al corpo diplomatico di qualche mese fa.
Si perde una montagna di tempo dietro articoli costruiti su argomenti fantoccio.