Sudafrica-xenofobia: il presidente convoca i leader religiosi

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Monta nuovamente la tensione in alcune città del Sudafrica (Johannesburg, Pretoria, Città del Capo, Durban…) con manifestazioni pubbliche, e talora anche violente, contro gli stranieri immigrati privi di documenti regolari, che nelle scorse settimane hanno fatto registrare diversi incidenti e la morte di tre persone.

Alcuni Paesi limitrofi, come Ghana, Mozambico, Nigeria e Zambia, hanno già consentito a centinaia propri cittadini di rientrare in patria (cf. qui su Rivista Africa). A Città del Capo, anche molti cittadini zimbabwesi si sono radunati davanti al loro consolato per chiedere di essere rimpatriati, non sentendosi più al sicuro. Anche nei pressi di Durban, su scala più ampia, si è verificato lo stesso: circa 10.000 malawiani hanno abbandonato le loro abitazioni e si sono radunati in un campo in aperta campagna. Ad oggi, circa 5.000 persone sarebbero già state rimpatriate.

La rabbia dei manifestanti

Gli organizzatori delle proteste respingono le accuse di xenofobia, o «afrofobia», come qualcuno la definisce. Sostengono di essere esasperati dagli abusi del sistema di accoglienza da parte di altri africani e, come ha dichiarato la leader di «March and March», Jacinta Ngobese-Zuma, dal fatto che questi ultimi «si atteggino a vittime». «Se entri in Sudafrica con un passaporto che ti autorizza a restare 30 giorni, quando diventano 50 giorni, due anni o cinque anni, sai che stai violando la legge», ha dichiarato alla BBC durante una delle proteste a Durban.

«Non possiamo permettere che il Sudafrica venga trasformato in un campo profughi per tutti gli Stati africani falliti… Ogni Paese dà priorità ai propri cittadini e noi vogliamo che il Governo sudafricano faccia lo stesso».

Secondo dati recenti, il Sudafrica ospita oltre tre milioni di stranieri, pari al 5% della popolazione, la maggior parte dei quali provenienti dai Paesi confinanti dell’Africa australe. Le statistiche, tuttavia, non registrano i molti altri che si ritiene vivano nel Paese senza documenti, questione che rappresenta uno dei principali motivi della protesta.

La rabbia dei manifestanti affonda le sue radici nelle crescenti difficoltà economiche che il Paese sta affrontando, tra l’aumento della disoccupazione giovanile e le profonde disuguaglianze sociali. Con un tasso di disoccupazione pari al 32,7%, il Sudafrica registra uno dei livelli più elevati al mondo. Secondo Statistics South Africa, nel primo trimestre del 2026 sono andati persi 350.000 posti di lavoro, la maggior parte dei quali occupati da giovani.

Nonostante ciò, l’economia più sviluppata del continente africano continua ad attirare cittadini provenienti da Paesi più poveri, che spesso rischiano la vita pur di raggiungere il Sudafrica alla ricerca di un impiego, ad esempio come guardie di sicurezza o collaboratori domestici.

Vi sono timori che le proteste possano sfociare in una nuova ondata di violenze, come quella esplosa nel 2008, quando 62 persone, tra cui 21 sudafricani, persero la vita in disordini che costrinsero migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Episodi di violenza xenofoba si sono verificati anche nel 2015, nel 2016 e nel 2019.

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha promesso di rafforzare i controlli contro l’impiego di persone senza regolare permesso. A metà giugno, oltre 2.700 stranieri erano già stati rimpatriati volontariamente nei loro Paesi.

Convocati i leader religiosi

Lo scorso mercoledì 17 giugno 2026, presso la sede governativa di Pretoria, il presidente Ramaphosa ha voluto incontrare i leader del Consiglio delle Chiese del Sudafrica (SACC) e delle principali confessioni religiose del Paese, riconoscendone il ruolo fondamentale nella vita del popolo. «Le comunità religiose del Paese sono sempre state molto più che semplici luoghi di culto. Hanno offerto al nostro popolo orientamento morale e sostegno spirituale».

Parlando a nome dei rappresentanti delle confessioni religiose presenti all’incontro nella sede degli Union Buildings di Pretoria, l’arcivescovo di Città del Capo, mons. Sithembele Sipuka, ha condannato senza esitazione le violenze contro i migranti e ha esortato il Governo ad affrontare con urgenza le «cause profonde» del malcontento sociale: disoccupazione, inefficienza dei servizi pubblici, corruzione e debolezza nell’applicazione delle leggi.

«Se domani tutti gli stranieri africani lasciassero il nostro Paese, i nostri problemi resterebbero comunque», ha affermato il presule. «Perché la mancanza dei servizi essenziali continuerebbe. La disoccupazione rimarrebbe. L’insicurezza e la droga continuerebbero a esserci. Perché la causa di questi problemi non è lo straniero».

«Non siamo venuti per impartire lezioni, signor Presidente», ha affermato mons. Sipuka. «Siamo venuti come pastori, profondamente turbati da ciò che abbiamo visto nel nostro Paese e convinti che, quando Chiesa e Stato camminano insieme, nella buona fede, sia possibile trovare una via d’uscita».

L’arcivescovo ha poi ricordato le sofferenze vissute dai migranti nelle ultime settimane. «Abbiamo osservato con profonda inquietudine come esseri umani, indipendentemente da come siano giunti nel nostro Paese, siano stati braccati, molestati, umiliati, privati dei loro mezzi di sussistenza e minacciati di morte se non avessero lasciato il Sudafrica». Comportamenti definiti «disumani», «una violazione dell’ubuntu» e «un affronto alla dignità umana».

Al tempo stesso, il presule ha riconosciuto le frustrazioni di molti sudafricani alle prese con disoccupazione, povertà e servizi pubblici inadeguati. «Molti di coloro che scendono in piazza pregano con noi la domenica. Sono persone che si sentono abbandonate, che sperimentano il collasso dei servizi essenziali, vivono sotto il peso della disoccupazione e percepiscono di non essere ascoltate». Le loro preoccupazioni, ha aggiunto, «non sono immaginarie» e meritano attenzione. «Ma una sofferenza reale non giustifica una risposta violenta».

Il vescovo Sipuka ha denunciato anche il rischio concreto che l’attuale crisi migratoria venga sfruttata per fini politici. «Siamo preoccupati dai segnali secondo cui alcuni politici stanno trasformando questa crisi umanitaria in un’occasione per guadagnare consenso politico, facendo ricorso a una retorica incendiaria e alimentando il panico non per servire le comunità, ma per perseguire interessi di parte».

Proteggere i confini, tutelare la dignità

Da parte sua, il presidente Ramaphosa ha riconosciuto durante l’incontro la fondatezza delle preoccupazioni dell’opinione pubblica sul tema dell’immigrazione irregolare, ma ha ribadito che essa non rappresenta la causa delle difficoltà economiche e sociali del Paese. «Le preoccupazioni sono reali. Vanno ascoltate e affrontate», ha dichiarato. «Tuttavia, l’immigrazione illegale non è la causa delle nostre difficoltà economiche e sociali».

Il capo dello Stato ha ricordato la strategia governativa in cinque punti annunciata il 7 giugno: rafforzamento dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e sul lavoro, miglior controllo delle frontiere, lotta alla corruzione nei sistemi migratori, riforme legislative e cooperazione con i partner regionali attraverso la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe e l’Unione Africana.

«Possiamo proteggere i nostri confini salvaguardando al tempo stesso la dignità umana», ha detto Ramaphosa. «Possiamo far rispettare la legge nel rispetto della Costituzione. Possiamo garantire la sicurezza delle nostre comunità preservando i valori dell’ubuntu».

Il presidente ha inoltre ribadito che «la responsabilità di far rispettare le nostre leggi appartiene soltanto allo Stato». «Nessun individuo può fermare un’altra persona per chiedere documenti o prove della sua nazionalità». In Sudafrica «non c’è posto per il razzismo, la xenofobia, l’afrofobia, o qualsiasi altra forma di intolleranza».

Appello alla solidarietà

In un messaggio audio inviato dopo l’incontro all’ufficio comunicazioni della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa australe (SACBC), l’arcivescovo Sipuka ha riferito che i leader religiosi hanno chiesto al Governo di intervenire contro quei gruppi che «si sono arrogati il diritto di farsi giustizia da soli contro i cittadini stranieri».

Hanno inoltre espresso preoccupazione per la grande manifestazione annunciata per il prossimo 30 giugno e chiesto garanzie affinché le forze dell’ordine impediscano ulteriori violenze.

Pur accogliendo favorevolmente le parole del Presidente, l’arcivescovo ha insistito sulla necessità di passare dalle parole ai fatti. «Gli impegni sulla carta non bastano», ha affermato. «Devono tradursi in azioni concrete e visibili».

Infine, ha rivolto un appello ai cristiani e a tutte le persone di buona volontà affinché respingano l’odio e la violenza e sostengano quanti sono stati colpiti dai recenti disordini. «Invitiamo le nostre comunità ad aiutare chi è stato colpito, offrendo ciò di cui ha bisogno: cibo, alloggio, medicinali e, soprattutto, vicinanza e solidarietà umana in questo momento difficile».

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