Una humanitas magnifica senza humanitas

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Sono trascorsi ormai quasi tre mesi dalla pubblicazione di Magnifica Humanitas e sul sito ufficiale del Vaticano non ne è ancora comparsa la traduzione in latino. Poco male, è dalla Laudato si’ di papa Francesco che abbiamo iniziato a fare i conti con il venir meno del latino come lingua dell’ufficialità per la Chiesa cattolica.

Giusta la prassi di titolare le encicliche a partire dalle prime due parole del testo, tanto Laudato si’ quanto Fratelli tutti, con quel loro titolo in italiano, avevano esplicitato con chiarezza la scelta di elaborare il contenuto della riflessione direttamente in italiano (o forse in spagnolo?), per passare al latino solo in un secondo momento. È solo una questione di tempo, mi si dirà, e poi arriverà la traduzione in latino anche per Magnifica Humanitas.

Sarà… Però, capite, mi fa specie che oggi, in Vaticano, si fatichi a scovare qualcuno che abbia dimestichezza con la lingua di Cicerone e Tommaso, mentre le versioni di Magnifica Humanitas in russo e arabo sono apparse su vatican.va con assoluto tempismo, in concomitanza con l’uscita in italiano e nelle altre lingue europee.

E poi… E poi, se per Laudato si’ e per Fratelli tutti la traduzione retroattiva in latino si giustificava proprio a partire da quella titolazione in italiano che dichiarava esplicitamente la precedenza del testo in italiano rispetto a quello in latino (titolo in italiano da testo in italiano), Magnifica Humanitas presenta, invece, un titolo in latino per un testo che del latino non ha visto neppure l’ombra. Perché? Perché Magnifica Humanitas è stata intitolata Magnifica Humanitas e non La magnifica umanità o Humanity, created? Perché c’è il latino nel titolo, se poi un testo in latino non c’è?

L’humanitas a Roma

Devo dire che, davanti a quel magnifico titolo, prima ancora di leggere una sola riga dell’enciclica, ho avuto un sussulto. Humanitas è una delle parole più belle e importanti che ci arrivano dalla cultura latina, una di quelle parole che da sole dischiudono mondi, permettendoci di cogliere l’intensità e la profondità di un pensiero che giunge fino a noi come una corrente feconda che attraversa secoli di storia.

Quando, dopo il biennio di preparazione linguistica e grammaticale, i ragazzi e le ragazze (soprattutto ragazze) che frequentano il liceo classico, giunte al triennio, iniziano a muovere i primi passi nel percorso di studio della letteratura classica – che una lunga tradizione definisce studia humanitatis –, uno dei concetti fondamentali con cui, come insegnante, li invito a confrontarsi è proprio quello di humanitas. In una delle pagine introduttive del nostro libro di storia della letteratura latina, si legge:

L’humanitas latina e la paidéia greca

Il frutto più alto di questo processo di acculturazione e dialogo tra cultura latina e greca fu il fiorire, all’interno del pensiero romano, dell’idea di humanitas: un nuovo modo di intendere la vita, il rapporto con se stessi e gli altri, che fondeva il rigore del mos maiorum con la sensibilità, la raffinatezza, il gusto per il bello e per la cultura che derivano dalla paidéia («educazione») greca, attraverso la valorizzazione dell’otium, ossia di un tempo dedicato allo studio e ai rapporti interpersonali, intesi in modo molto simile alla philanthropía («amore per gli altri») greca.

Le guerre di conquista del III e del II secolo a.C. avevano portato Roma ad incontrare la Grecia e, come scrisse Orazio in un verso di grande efficacia, Graecia capta ferum victorem cepit: la Grecia, che era stata conquistata, conquistò il feroce vincitore. Proprio grazie all’incontro con il pensiero e con l’arte greca, il civis romanus poté allargare gli orizzonti angusti della civitas e superare la visione utilitaristica della mentalità romana, aprendosi ad un respiro più ampio, cosmopolita e universale.

Fu il cosiddetto “circolo” degli Scipioni l’alveo fecondo al cui interno ebbe modo di fiorire questo nuovo ideale esistenziale. Attorno alla famiglia dei filellenici Scipioni ruotavano intellettuali come Panezio, Lucilio, Ennio, Terenzio. Ed è proprio di Terenzio la voce che per prima fa risuonare a Roma l’ideale dell’humanitas. 

Publio Terenzio Afro (195 ca.-159 a.C.), uno dei primi grandi protagonisti della letteratura latina, fu probabilmente uno schiavo poi liberato di provenienza africana, come possiamo intuire dal cognome Afer. Autore di commedie, al v. 77 del suo Heautontimorúmenos (Il punitore di sé stesso) ci consegna la frase che viene considerata fondativa del concetto di humanitasHomo sum, humani nihil a me alienum puto (sono un essere umano: non considero estraneo nulla di ciò che riguarda gli esseri umani).

Sempre il libro di testo adottato nella mia terza liceo, nel presentare questo brano terenziano all’interno di un percorso testuale intitolato «L’idea di humanitas da Terenzio a noi», così commenta:

È il più celebre verso di Terenzio, in cui si riflette l’ideale dell’humanitas così come si era venuto precisando nel circolo scipionico (…) riassume la nuova visione dell’uomo, in cui il sentimento di benevolentia verso gli altri (…) pone le basi per una umanità nuova e una nuova civiltà.

L’aggettivo humanus che troviamo in Terenzio diventa la base per una riflessione filosofica che culmina in Cicerone e in Seneca, e porta all’elaborazione del termine astratto, humanitas. Torno ancora una volta al mio libro di testo liceale, alla pagina in cui presenta le opere filosofiche di Cicerone:

Insieme ad altre opere ciceroniane, il De officiis contribuisce alla diffusione di quell’ideale di humanitas che la cultura classica ci ha lasciato in eredità e di cui lo scrittore latino è forse il più maturo rappresentante. Si tratta di una concezione dell’essere umano come essere dotato di ragione, a cui sottomettere gli istinti naturali; una persona che affina le proprie qualità innate con lo studio della letteratura e della filosofia e che ama la cultura in tutte le sue espressioni, che ispira il proprio comportamento alla tolleranza, al rispetto, al controllo di sé, equilibrata e di buone maniere, dedita all’impegno politico, che persegue il bene dello Stato.

L’humanitas in Tertulliano e Agostino

Quando il latino divenne la lingua utilizzata dalla Chiesa per l’evangelizzazione, dovette adeguarsi al livello linguistico della gente comune fra cui il cristianesimo si andava diffondendo, assumendo una fisionomia propria rispetto al modello ciceroniano. Nuovi concetti chiedevano nuove parole o la risemantizzazione di parole già in uso. Il termine humanitas, che aveva sostanziato di sé secoli di cultura, venne ripreso e rilanciato da Tertulliano e Agostino verso nuove direzioni che, però, continuavano a fare tesoro della precedente eredità.

In Tertulliano il termine humanitas viene utilizzato in contrapposizione e relazione con divinitas: humanitas è la natura umana, impastata della fragilità della carne, assunta da Cristo nell’Incarnazione. Agostino attribuisce ad humanitas un carattere universale, aperto ad una dimensione trascendente: tutti gli esseri umani, in quanto creature di Dio, sono legati fra loro in un vincolo di solidarietà e amore, e perciò anche il nemico, in quanto essere umano e creatura di Dio, dev’essere concepito concretamente come proximus.

Tra Terenzio e Agostino (due nordafricani, piace sottolinearlo) il concetto di humanitas compie un’ampia parabola, che verrà poi ripresa e rilanciata in avanti della riflessione di età umanistica e rinascimentale, così da esercitare un influsso durevole nella storia della cultura occidentale e universale.

L’humanitas nell’Umanesimo

La riscoperta e la valorizzazione delle humanae litterae e degli studia humanitatis da parte degli Umanisti si pone in continuità con la sensibilità di Agostino. Il santo di Ippona avvertiva che, per poter metter in atto una seria esegesi biblica, è necessario acquisire una solida preparazione linguistica e letteraria e considerava cultura classica e arti liberali come strumenti essenziali al servizio della fede.

In età rinascimentale, lo studio dei classici greci e latini non fu banalizzato in semplice imitazione, ma divenne strumento indispensabile per dischiudere una piena comprensione delle potenzialità umane: secondo gli intellettuali del Rinascimento, l’homo faber, artefice del proprio destino, posto in posizione intermedia tra cielo e terra, tra divinitas e feritas, può raggiungere la sua piena realizzazione solo attraverso la cultura. Diventa decisiva, perciò, la prospettiva etica e pedagogica che, nel promuovere la formazione integrale dell’uomo, mirando allo sviluppo armonioso di corpo, mente e spirito, fa delle discipline letterarie lo strumento ideale per coltivare lo spirito critico e la capacità di giudizio.

L’humanitas in Magnifica Humanitas

Ma cosa è rimasto dell’humanitas del latino classico, medievale e rinascimentale nella parola italiana umanità?

In italiano la parola umanità ha mantenuto solo due dei significati fondamentali propri dell’humanitas: umanità come qualità propria degli esseri umani, capaci di compassione e di comprensione verso gli altri (Terenzio…) e umanità come genere umano, formato da donne e uomini (Agostino…). La dimensione etico-pedagogica, ben presente in Cicerone e ampiamente sviluppata nel Rinascimento, è invece passata al termine umanesimo e al relativo aggettivo umanistico.

Poiché la parola humanitas è attraversata da secoli di storia del pensiero che ne aprono il senso a straordinarie profondità, il titolo Magnifica humanitas mi aveva fatto pensare che la scelta del latino fosse stata dettata dalla necessità di utilizzare un termine la cui portata semantica superasse i limiti delle accezioni assunte dalla parola italiana umanità e facesse trasparire, come in un ologramma, tutta la ricchezza e la coimplicazione dei significati che in essa si sono stratificati nel corso dei secoli.

Ma non solo e non tanto l’incipit dell’enclitica (La magnifica umanità creata da Dio…), che evidentemente assume il termine umanità nel significato di genere umano, quanto tutto lo sviluppo argomentativo dell’enciclica non dà conto di alcun affondo strutturale sull’importanza delle humanae litterae e degli studia humanitatis come strumenti imprescindibili per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Poco male, mi si dirà, ormai l’Italia è rimasto forse l’unico paese al mondo in cui si propone ancora lo studio del greco e del latino a dei quattordicenni, con il latino e con il greco non si mangia, a cosa servono il latino e il greco?

Già, a cosa serve un titolo in latino per un libro che non è in latino? Arrivata alla fine di questa lunga disquisizione, la risposta non l’ho trovata. Forse, semplicemente, in Vaticano non solo non c’è più nessuno che conosca il latino e lo sappia tradurre, ma non c’è più neanche nessuno che ne abbia studiato almeno un poco la storia letteraria.

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