Alternative alla cultura della potenza

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Introduzione ai lavori del Concistoro straordinario del prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, card. Víctor Manuel Fernández.

Il capitolo V della Lettera enciclica Magnifica humanitas affronta l’argomento della guerra, ma il titolo del capitolo specifica ciò che c’è di nuovo nell’approccio dell’Enciclica a questo tema: la “cultura” della potenza. È in corso, in verità, una forte trasformazione “culturale” che facilita lo scoppio di nuove guerre. Quella della potenza è una cultura che può influenzare tutti, anche coloro che vivono in paesi lontani dalle zone di guerra. Si tratta di una cultura globalizzata che è orientata verso una certa passività, da parte del soggetto umano, di fronte ai progressi sfrenati di alcune forme di potere, non da ultimo anche grazie alle nuove risorse comunicative enormemente potenziate dall’intelligenza artificiale.

Se ora concentriamo la nostra attenzione alla dottrina cattolica circa la guerra, la grande novità di Magnifica humanitas è l’invito a “superare la teoria della guerra giusta” (192). Due considerazioni, in particolare, vengono rese esplicite e aiutano a comprendere l’urgenza di questo invito. Prima considerazione: la nostra dottrina della guerra giusta è “troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra” (192). In questo modo si produce un paradosso: la dottrina sociale della Chiesa viene manipolata per fornire fondamento teorico alle guerre più ingiuste; invece di fermare le guerre, aiuta a giustificarle. La seconda considerazione svolta dall’Enciclica riguarda il fatto che la legittima difesa può essere invocata solo se “intesa nel senso più stretto” (ibid.), cioè, non nel senso ampio e troppo aperto delle cosiddette “guerre preventive”.

I criteri per la legittima difesa, che rimangono validi, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, sono i seguenti:

  • “che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo (non meramente “preventivo”);
  • che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci (cioè, che si siano esauriti tutti i tentativi possibili);
  • che ci siano fondate condizioni di successo;
  • che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione” (CCC 2309).

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E tutto questo si sosteneva molto prima dell’applicazione dell’IA alla guerra. Sebbene il catechismo non lo renda esplicito, i primi due punti si riferiscono ad una “necessità” rigorosa e comprovata. Il terzo – quello delle “fondate condizioni di successo” – indica che una guerra non può essere proseguita indefinitamente solo per evitare un’ingiustizia, se ciò comporta danni seri e incessanti alla popolazione, in particolare una costante uccisione di persone. L’ultimo punto, invece, implica che esista una “proporzionalità” tra l’attacco ricevuto e la risposta difensiva con i suoi effetti.

A questo proposito, sembra che abbiamo già dimenticato quel che afferma il concilio Vaticano II. In Gaudium et spes, 80, ci si riferisce, infatti, a “distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa”. E soprattutto si dichiara con una formula solenne quanto segue: “Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione”. La distruzione di intere città non può essere considerata un’azione difensiva proporzionata.

È evidente, ad esempio, l’enorme sproporzionalità degli interventi militari a Gaza e nel sud del Libano. Infatti, essendo territori piccoli con pochi abitanti, la percentuale di morti civili rispetto alla popolazione totale, l’enorme numero di bambini uccisi (in una proporzione molto più alta rispetto ad altri paesi in guerra) e il numero di case bombardate ci permettono di parlare di distruzione totale.

Eppure, sia in Russia che nella cooperazione degli Stati Uniti nelle guerre in Medio Oriente, la giustificazione è sempre una qualche forma di “autodifesa”.

Cosa è rimasto dei criteri che cercavano di limitare le guerre? E tutto ciò senza contare il dimenticato diritto internazionale umanitario. Siamo, come sostiene l’Enciclica, in un processo culturale di “normalizzazione della guerra” e di “preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” (189-190) con una grave “perdita della memoria storica” (191).

Le guerre preventive invocano unilateralmente possibili – non provate – azioni preparatorie di aggressioni esterne e, alla fine dei conti, semplici supposizioni su ciò che un altro paese potrebbe fare. Questo finisce per giustificare tutto ciò che abbiamo visto e continuiamo a vedere a Gaza, in Libano, in Ucraina, e anche in altri luoghi. In questi casi le azioni belliche appaiono come applicazione di criteri teologici, non solo ebraici, non solo ortodossi come in Russia, ma della stessa dottrina cattolica sulla guerra giusta e sulla legittima difesa.

Di conseguenza, ciò che l’Enciclica aggiunge ora in riferimento al dettato del Catechismo sulla guerra giusta è il fatto che non solo l’applicazione ma anche la stessa nozione di legittima autodifesa deve essere meglio specificata affinché possa essere compresa nel suo senso più stretto. Pertanto, la stessa nozione di guerra giusta deve essere rivista e migliorata. Altrimenti, i classici criteri della guerra giusta oggi diventano inutili e inefficaci.

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Torniamo ora al punto iniziale espresso nel titolo del capitolo V di Magnifica humanitas, ovvero al problema “culturale” della potenza, che ci interroga oggi e che riguarda tutti i nostri paesi. In questo nostro tempo, in verità, le basi per poter iniziare e continuare una guerra senza opposizioni efficaci – come altre decisioni politiche ingiuste – sono preparate con una “battaglia culturale”. È un lavoro meticoloso, capillare e globale che porta a relativizzare tutto e che quindi finisce per dare ampia libertà ai leader violenti. Questo implica fondamentalmente tre cose che noi vescovi non possiamo accettare:

1) Il costante ricorso alla squalifica, talvolta sfrenata, di chi pensa diversamente, insieme a menzogne costanti delle quali nessuna rende conto. Alla fine, una grande parte della popolazione sente che tutto è uguale e si rassegna, se almeno le viene promesso un reddito economico minimo. Come spiega l’Enciclica, utilizzando le potenti risorse attuali della comunicazione, “la politica ricorre con facilità alla disinformazione, alla ridicolizzazione dell’avversario e alla costruzione sistematica di paure e risentimenti… preparando un terreno nel quale nuovi conflitti possono maturare quasi senza che ne accorgiamo” (206). Violenza, cinismo e dispettosi attacchi verbali da parte dei leader politici, in alcuni paesi, hanno raggiunto livelli inimmaginabili poco tempo fa.

2) L’imposizione di un “realismo politico” sulla guerra, dove regna la volontà di potere. Questo preteso realismo, come dice l’Enciclica, “qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali” (205). Di conseguenza, anche la popolazione critica finisce per abituarsi alla violenza politica e alla guerra “come necessaria, inevitabile o addirittura pulita” (193). A volte anche i vescovi cadono in questa trappola per non essere trattati da ingenui.

3) L’accettazione dell’incoerenza come strategia. Ad esempio, se un paese è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi, ma, se è un paese alleato, si ignora che in esso non ci sono libertà di espressione, diritti umani o democrazia. E questo non riguarda solo i leader fortemente criticati nel mondo, ma anche l’Unione Europea. Quest’ultima, infatti, applica sanzioni economiche a un paese, invia aiuti di denaro e armi a un altro, ma non fa lo stesso di fronte ad altre invasioni ancora più gravi con conseguenze ancora più crudeli per intere popolazioni. Queste contraddizioni presenti in tutto il mondo suggeriscono che, nella pratica, le preoccupazioni si riducono alle convenienze politiche ed economiche delle diverse aree del pianeta. Non esiste più un reale e stabile contesto di verità e valori. E tutto ciò purtroppo torna utile agli interessi dei potenti che avanzano senza controlli.

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La buona notizia in questo panorama oscuro è che oggi si apre uno spazio nuovo e insolito per la dottrina sociale della Chiesa. Il nostro insegnamento sociale, in verità, ha un’integrità, un’armonia e una coerenza che non si trovano nella politica, nelle proposte ideologiche o in altri settori della società.

Se il nostro messaggio difende la vita non ancora nata, allo stesso tempo si prende cura anche dei migranti e si oppone fortemente alla guerra. Se si schiera con i fragili e gli scartati o difende le popolazioni più deboli, è anche incrollabile nel suo rifiuto dell’aborto. Allo stesso tempo, la Chiesa è estranea agli interessi elettorali, non ricorre alla violenza verbale e non reclama privilegi.

Proclama sempre l’amore salvifico di Cristo, ma non lo separa mai dalla costante difesa della dignità umana in ogni circostanza, in quanto una tale difesa fa parte del cuore del Vangelo. Tutto ciò provoca una fiducia o almeno un evidente rispetto per la parola della Chiesa.

Qui, tuttavia, dobbiamo infine chiederci se nelle nostre Chiese locali manteniamo la medesima coerenza e integrità che si vede nell’insegnamento e nella testimonianza dei pontefici, se stiamo attenti a non cedere alla cultura del potere, e se ci sforziamo di alimentare la cultura alternativa della fraternità e del bene comune. Solo così sarà possibile la piena inculturazione del Vangelo nei nostri paesi e nei nostri tempi.

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