Papa Leone e il Concistoro

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Quattro i temi del Concistoro straordinario (26-28 giugno) al quale hanno partecipato 178 cardinali (su 242): il mondo nel quale la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo, la cultura della potenza e la civiltà dell’amore; il contributo che la Chiesa può offrire alla costruzione del bene comune a partire da Magnifica humanitas, il cammino di attuazione del Sinodo.

Un quadro riassuntivo del Concistoro straordinario lo troviamo proprio in quest’ultimo tema, nella relazione del cardinale Mario Grech, Segretario generale del Sinodo dei Vescovi.

Viviamo in un mondo attraversato da profonde trasformazioni. Guerre e violenze continuano a ferire interi popoli. Le disuguaglianze sociali aumentano. Le migrazioni ridisegnano il volto delle nostre società. Le nuove tecnologie modificano il modo di comunicare, di conoscere e persino di comprendere se stessi. Molti cercano senso, speranza e relazioni autentiche. Molti attendono dalla Chiesa una testimonianza credibile del Vangelo. Di fronte a queste sfide, la sinodalità appare sempre più come una risorsa missionaria. Essa aiuta la Chiesa ad ascoltare con maggiore attenzione le domande dell’umanità, a riconoscere i segni dei tempi, a valorizzare i doni di tutti e a discernere insieme i passi da compiere. Nuova tappa della recezione del Concilio Vaticano II e del rinnovamento missionario della Chiesa nella concretezza della vita ecclesiale. (…) Una suggestione finale: in un momento globale che disegna il dramma mondiale di una geopolitica abituata, quasi rassegnata, alla guerra e alla prepotenza economica, Ecclesia in Synodo perficiendo diventa per la storia della famiglia umana segno dei tempi di uno stile e di una postura di governo e di partecipazione secondo la virtù evangelica della mitezza.

Come scrive Lavoisier Fernandes sul sito Where Peter Is (qui), in riferimento ai lavori del Concistoro, «la sfida per la Chiesa oggi non è semplicemente come rispondere alla globalizzazione, ma come rimanere un luogo in cui la fede possa ancora essere trasmessa come dono vivo di generazione in generazione. Ciò che sta cambiando non è solo il luogo in cui le persone vivono, ma anche il modo in cui rimangono connesse le une alle altre attraverso il tempo, la memoria e la famiglia. La fede continua, ma richiede forme consapevoli di incontro, accompagnamento e vita condivisa se vuole rimanere visibile attraverso le generazioni. La questione, quindi, non è se la fede sopravviverà alla globalizzazione. La fede già sopravvive. La questione più profonda è se la Chiesa sarà in grado di continuare a creare l’ambiente in cui la fede venga accolta, vissuta e tramandata di generazione in generazione».

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Sul tema della «potenza», il Concistoro sta avviando la Chiesa verso il superamento del concetto di «guerra giusta». Sarà questo un tema di enorme importanza e il segno concreto di un cambiamento dottrinale dovuto ad una lettura dei «segni dei tempi»? È ancora presto per dirlo, ma intanto il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, ha collocato con chiarezza le fondamenta del lavoro da svolgere.

Nella relazione (qui), che è necessario leggere in versione integrale, il cardinale Fernandez sottolinea che i criteri per la legittima difesa, secondo il Catechismo della chiesa cattolica, sono i seguenti: “che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo (non meramente “preventivo”); che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci (cioè, che si siano esauriti tutti i tentativi possibili); che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare.

L’ultimo punto rileva il cardinale, «implica che esista una “proporzionalità” tra l’attacco ricevuto e la risposta difensiva con i suoi effetti. A questo proposito, sembra che abbiamo già dimenticato quel che afferma il Concilio Vaticano II. In Gaudium et Spes, 80, ci si riferisce, infatti, a “distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa.

E soprattutto si dichiara con una formula solenne quanto segue: “Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione. La distruzione di intere città non può essere considerata un’azione difensiva proporzionata. Le guerre preventive invocano unilateralmente possibili – non provate – azioni preparatorie di aggressioni esterne e, alla fine dei conti, semplici supposizioni su ciò che un altro paese potrebbe fare. Questo finisce per giustificare tutto ciò che abbiamo visto e continuiamo a vedere a Gaza, in Libano, in Ucraina, e anche in altri luoghi. In questi casi le azioni belliche appaiono come applicazione di criteri teologici, non solo ebraici, non solo ortodossi come in Russia, ma della stessa dottrina cattolica sulla guerra giusta e sulla legittima difesa. (…) Pertanto, la stessa nozione di guerra giusta deve essere rivista e migliorata. Altrimenti, i classici criteri della guerra giusta oggi diventano inutili e inefficaci».

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Il papa, che ha confermato che convocherà un Concistoro annuale, ha sottolineato il metodo usato: non quello di un «parlamento» ma, ha detto, «vedere cardinali provenienti da Chiese, culture e situazioni così diverse ascoltarsi reciprocamente e cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo è stato per me motivo di consolazione, di speranza». Tanto più in un mondo «segnato dalla polarizzazione».

Il papa non ha voluto concentrare i lavori sui temi interni alla Chiesa — liturgia, morale sessuale, organigramma della Curia romana — ma sulle «sofferenze» del mondo. «Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo», ha detto Prevost chiudendo ieri sera la riunione prima di una cena con i cardinali: «Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola». Tra i temi emersi, come riepilogato dallo stesso Leone, «le sofferenze provocate dalle guerre, dalle violenze, dalle povertà e dalle tante ingiustizie che segnano la vita dei popoli», l’importanza del multilateralismo, il ruolo della famiglia, la disperazione dei giovani, «a volte fino alla disperazione estrema di togliersi la vita».

La visione etica della Chiesa – sembra questa la maggiore novità – si allarga e senza citarla esplicitamente, si fa strada l’idea della «bioetica globale» cara a papa Francesco. È l’auspicio formulato, sullo sfondo del Concistoro dallo stesso Lavoisier Fernandes, quando (qui) nota che in campo etico, «non si tratta di abbandonare l’etica sessuale, ma di ristabilire la giusta proporzione. Una visione morale cristiana completa comprende il modo in cui le società trattano i poveri, i vulnerabili e gli esclusi. Comprende il modo in cui viene esercitato il potere, come viene distribuita la ricchezza e come la compassione si esprime nella pratica. Comprende sia la condotta personale che la responsabilità pubblica. Quando un ambito domina su tutti gli altri, qualcosa si perde.

Il linguaggio morale si restringe, la percezione pubblica si distorce e la tradizione stessa si riduce in modi che non ne rispecchiano più la profondità. Il cristianesimo non è mai stato concepito per funzionare come un quadro morale monotematico. Doveva essere un resoconto completo della vita umana: personale, sociale e spirituale, considerati insieme. E quando questo viene dimenticato, il risultato non è una voce morale più forte, ma una voce più debole».

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