Molto probabilmente buona parte dell’opinione pubblica ha letto lo scisma lefebvriano, e la conseguente scomunica, come qualcosa di sgradevolmente antiquato: che ce ne facciamo oggi di questioni di questo genere?
Ha ragione Andrea Grillo[1] nel segnalare che se, da un lato, c’è chi non riesce a uscire dal mondo del XVIII-XIX secolo, dall’altro, c’è chi risponde con un linguaggio e con schemi giuridici perfino più antichi. E così per molti il risultato è quello di sentirsi spettatori di una vicenda ecclesiastica di scarso (per non dire nullo) interesse. E non perché la questione non ci sia, anzi!, ma perché resta nascosta dallo schermo di paramenti e linguaggi, pizzi, merletti e scomuniche, che oggi non parlano quasi più a nessuno.
La vicenda è sicuramente minuscola, una «piccola scheggia impazzita del cattolicesimo» contemporaneo. Se mai proprio per questo sorprendono l’enorme pazienza e la larghissima disponibilità che Roma usa da oltre 50 anni verso questa forma di tradizionalismo delirante, soprattutto a confronto con l’inflessibilità e la severità mostrate invece ai tanti che negli stessi anni si sono mossi all’opposto sulle vie del dialogo con il mondo contemporaneo, sui sentieri delle teologie della liberazione e del dialogo interreligioso o con il mondo LGBTQ+ (solo qualche esempio).
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I temi importanti dietro questo evento mi paiono sicuramente due.
Il primo è che il tradizionalismo non è semplicemente la Messa in latino. Il problema è che si tratta di un movimento che rifiuta esplicitamente la Chiesa emersa dal Vaticano II, che, ridando voce ai Padri e alla grande Tradizione, ha permesso il ricupero di un’autenticità altrimenti inesorabilmente appannata.
Invece qui ci si ispira a Pio X, ma si è fermi ben prima di Pio IX, e ci si oppone alla libertà di coscienza, al dialogo ecumenico e a quello interreligioso. La Chiesa è la cittadella assediata, il mondo e la modernità sono il nemico, il clericalismo trova sicuramente qui il suo regno, e le donne non sono contemplate se non per famiglia e figli.
Ma il problema non è soltanto questa totale sfasatura ecclesiale e sociale. Il problema è soprattutto il fatto che i lefebvriani costituiscono l’identità religiosa della destra radicale. Ed è questo opaco incrocio di politica e religione che mi sembra preoccupante. Vengono in mente figure come Steve Bannon e le modalità con cui gli USA di Trump oggi stanno piegando la religione alla politica.
In Italia fanno pensare vicende come quella della Certosa di Trisulti (che ha ospitato l’Istituto Dignitatis Humanae, conservatore e sovranista) e, nel nostro piccolo, anche la nostra estrema destra, e forse anche fazioni conservatrici magari meno radicali, che trovano qui una appartenenza religiosa a partire dalla quale sviluppare le loro lotte per il potere (basti vedere i presenti l’altro giorno a Ecône). Sarebbe anche importante domandarsi chi sostenga economicamente un mondo tanto ambiguo, perché sicuramente non si tratta di semplici devoti molto danarosi.
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Il secondo punto è però ancora più importante, ed è l’evidenziarsi di una scarsa consapevolezza dei contenuti del Concilio Vaticano II anche in molti cattolici convinti.
Leggendo i tanti commenti all’ordinazione di Ecône, si coglie fin troppo spesso una contrapposizione frontale, noi-loro, come se il mondo ecclesiale si potesse descrivere in bianco (la Chiesa di Roma) e nero (tutte le altre, compresi i lefebvriani), in una superata logica «dentro-fuori», che nei secoli passati alla fine prevedeva l’inquisizione e oggi magari solo la damnatio memoriae.
E invece non appare, se non raramente, il dolore per la comunione infranta, la logica conciliare dei gradi di comunione più o meno intensi, e la necessità dell’infaticabile lavoro per la piena comunione di tutti i cristiani (compresi anche i detestati tradizionalisti lefebvriani). Forse perché la frattura è appena avvenuta, e la sua elaborazione richiederà tempo, chissà.
Resta il fatto che la Chiesa di Cristo è Una sola e che in essa le fratture e gli scismi sono colpa di uomini, talora di entrambe le parti, e sicuramente non sono dalla volontà di Dio. È chiaro che questa unica Chiesa di Cristo sussiste – ma non si identifica – nella Chiesa cattolica, perché in essa l’eredità apostolica è ininterrotta, ma la Chiesa cattolica non riesce a esaurire la ricchezza della Chiesa di Cristo, e finora neanche ad esprimerla totalmente.
Fuori da essa esistono beni e sorgenti di salvezza, che provengono da quello stesso tesoro che essa custodisce, pur nell’incapacità di metterlo pienamente in luce a motivo dei suoi limiti umani. Perciò la Chiesa cattolica, secondo la visione del Vaticano II, deve imparare a riconoscere i segni di santità della presenza e dell’opera di Dio al di fuori di sé stessa. Deve ogni giorno farsi pellegrina, viandante, in cammino verso il proprio compimento, che ad oggi non è ancora raggiunto e che non sarà raggiunto se non insieme a tutte le altre realtà ecclesiali, perché solo insieme si potrà ritrovare l’unità voluta dal Cristo e la Chiesa sarà davvero pienamente cattolica. Questa è la sua «identità escatologica», il suo connotato più essenziale riscoperto dal Vaticano II[2].
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Proprio il Concilio ci costringe a leggere l’attuale e sconcertante vicenda nell’orizzonte della comunione, che è il tesoro più prezioso che i cristiani hanno ricevuto – perché è il mandato stesso di Cristo: «Che tutti siano uno» – e che finora non hanno saputo custodire, dando scandalo al mondo con le loro divisioni in mille Chiese diverse.
È chiaro che in questo caso la contro-testimonianza, paradossalmente, non è soltanto il messale di Pio V, e nemmeno l’ordinazione dei vescovi. Lo scandalo è piuttosto nell’idea di Chiesa, stravolta e irrigidita, propria dei lefebvriani, che è estranea al Vangelo per come lo comprendiamo oggi. E purtroppo, nel cercare un accordo, a volte Roma è apparsa quasi traccheggiare e mancare di lucidità: l’ecclesiologia conciliare non è questione secondaria o su cui si possa scendere a patti. E questa ecclesiologia è il vero epicentro del problema.
Dopo quanto accaduto, la frattura avvenuta nei giorni scorsi dovrà spingere la Chiesa cattolica a interrogarsi su tutte le tensioni tradizionaliste grandi o piccole che la solcano pur senza giungere a sfide esiziali come a Ecône, perché esse sono l’indubbio segnale di altrettante pericolose sfasature ancora esistenti rispetto alla visione del Vaticano II, pur dopo oltre 60 anni.
E alla fine non ci si può nascondere che in futuro si dovrà comunque mettere in conto la fatica di tornare compagni di viaggio anche con i lefebvriani, oggi detestati, come pure con tutti, nella ricerca di un dialogo che mai smetta di inseguire l’unità della Chiesa di Cristo. Proprio questo significa ciò che ha detto Leone XIV: «Noi dobbiamo andare avanti!». Non per il desiderio di lasciare indietro qualcuno, ma perché, al di là di tutte le fratture, il nostro compito rimane sempre quello di proseguire verso la comunione.
Don Ezio Molinari, parroco della diocesi di Piacenza-Bobbio, è docente di Teologia ecumenica presso il Collegio Alberoni di Piacenza
[1] Cf. A. Grillo, Quanto dista Écône da Roma? (cf. qui su SettimanaNews).
[2] Cf. Concilio Vaticano II, cost. Lumen Gentium, nn. 8.15-16.48; e anche: decr. Unitatis Redintegratio, nn. 2-12.





