
Come gestire le diverse appartenenze religiose e le loro esigenze nei luoghi di lavoro? Quali indicazioni e quali pratiche emergono dalle prassi manageriali in atto? Prenderle in considerazione o ignorarle?
Sono domande, per ora marginali, che attraversano i luoghi di lavoro e di cui dà nota un rapporto annuale promosso dall’Institut Montaigne (Parigi). Religione al lavoro. Barometro del fatto religioso nell’azienda 2026: questo il titolo dello studio pubblicato in luglio, coordinato da Lionel Honoré (università di Tours) che dirige la ricerca dal 2012.
L’oltre centinaio di pagine sono distribuite in quattro titoli:
- il “fatto religioso” è sempre più presente e visibile nell’ambiente del lavoro;
- tipologia delle religioni all’origine dei “fatti religiosi” in azienda;
- dalle pratiche religiose agli effetti contrastanti sul lavoro e le relazioni professionali;
- un quadro giuridico e manageriale ancora insufficientemente adattato alle aziende.
Viene segnalata una progressione netta e continua dell’impatto del “religioso” nel contesto delle aziende. Oggi lo rilevano il 79% dei 2.000 questionari raccolti. Due anni fa erano il 71% e, nel 2022, il 66%.
Immagini e segni (dal velo alla croce al collo, dal turbante ai tatuaggi), domande di assentarsi, preghiere secondo orari o nelle pause: sono i casi più comuni e senza un grande impatto negativo. Sono in particolare le donne a esibire segni religiosi (31% contro il 26% dei maschi), in maggioranza sotto i quarant’anni.
In crescita anche i comportamenti più problematici come il rifiuto di lavorare con una donna, la negazione di alcune funzioni lavorative, il proselitismo e le preghiere durante il tempo di lavoro. Questi ultimi riguardano in prevalenza i maschi. Essi producono effetti negativi nel contesto del lavoro e necessitano di precisi interventi dei responsabili con elementi di conflitto che interessano il 25% dei casi (erano al 6% nel 2013).
Problemi crescenti e risposte occasionali
La crescita dei contenziosi e del “fatto religioso” viene percepita negativamente. È il giudizio del 37%. Nel 2022 era il 22%. I comportamenti religiosi sono giudicati come irritanti dal 49% e come rivendicativi dal 46% degli interrogati. Con l’effetto di creare un sentimento crescente di stigmatizzazione e di discriminazione. Lo avverte il 37%. Era il 19% nel 2019.
La stigmatizzazione è percepita, in particolare, dai dipendenti ebrei e dai salariati musulmani. Questi ultimi sottolineano come la discriminazione diventa attiva fin dal momento dell’assunzione (il 30% rispetto all’8% degli altri). Una percezione che penalizza il senso di appartenenza all’azienda, a partire dai più giovani, i più esposti ai comportamenti più trasgressivi. Elementi che risultano più visibili nelle grandi aziende produttive, nella grande distribuzione e nella logistica.
Il barometro evidenza una tensione crescente fra esigenza di libertà religiosa e domanda di “neutralità laica” nei contesti di lavoro.
L’81% delle risposte esprime l’opportunità che la dimensione della laicità così come è proposta e difesa nei servizi pubblici e amministrativi possa essere applicabile al contesto “privato” delle aziende.
La libertà delle convinzioni religiose da confermare potrebbe essere limitata da esigenze precise come l’igiene, la sicurezza, il buon funzionamento dell’organizzazione lavorativa o la protezione dei diritti altrui.
«La sfida non è di escludere il “fatto religioso” dall’azienda, ma di distinguere chiaramente ciò che riguarda la pratica ammissibile, fatta oggetto di un accomodamento ragionevole, e ciò che invece va rifiutato come un comportamento che ferisce il lavoro e le regole comunemente accette» (p. 15).
Le imprese sono, per gran parte, sguarnite davanti a questi elementi e prive di un quadro di gestione d’insieme. Solo il 25% ha messo in atto alcune formazioni specifiche, mentre il 49% ignora l’opportunità di una politica complessiva del problema.
Sono, in particolare, i dipendenti “religiosi” che lamentano discriminazioni e stigmatizzazioni (80%), pur essendo convinti della compatibilità della fede con il lavoro.
Ormai il “fatto religioso” è un elemento della gestione ordinaria dell’azienda ma è ancora insufficientemente affrontato come tale.






Sono felice e triste leggendo questo articolo.
Felice, perché finalmente “il fatto religioso” sembra riprendersi lo spazio pubblico e sociale com’è giusto che sia.
Triste, perché questo non avviene per merito dei cattolici ma dei musulmani.
La Chiesa cattolica sembra essersi dimenticata della frase di Gesù “a Dio quel che è di Dio”, impostando i propri rapporti con la laicita ad un lento ma progressivo tirarsi indietro.
Lo vediamo in campo etico, sociale e lavorativo: non una parola sul lavoro festivo o domenicale, sui contratti-capestro, sulla precarietà e sullo sfruttamento.
Si arriva addirittura ad annullare le processioni solenni per non turbare (?!).
Scomparsi anche quei pochissimi precetti sul digiuno pre-eucaristico e quaresima.
Per non parlare dell’abbigliamento dei fedeli, anzi delle fedeli, a Messa e non solo.
Non a caso il Cristianesimo è percepito come religione corrotta e al servizio di una certa struttura economico-politica.
Non a caso si è ridotta ai bisbigli intimistici nei confessionali.
Purtroppo, il ruolo di testimoni di Dio in ogni ambito della vita umana è passato ora all’Islam.