Lefebvriani-ricorso: La scomunica resta

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Foto LaPresse.

La Fraternità Sacerdotale San Pio X (lefebvriani) ha depositato (11 luglio) l’annuncio di un ricorso contro il decreto del Dicastero per la dottrina della fede (2 luglio) che comunica la pena della scomunica latae sententiae in seguito all’ordinazione di quattro vescovi della Fraternità avvenuta a Écône (Svizzera, 1° luglio).

Come il Dicastero ha spiegato, la grave pena canonica riguarda anzitutto i quattro ordinati e i due vescovi ordinandi (i preti Pascal Schreiber, Michaele Goldade, Michel Poinsinet de Sivry, Marc Hanappier e i vescovi mons. Alfonso de Galarreta e mons. Bernard Fellay) ma anche tutti i sacri ministri della comunità e tutti i laici «che aderiscono formalmente alla Fraternità». E ha ammonito i fedeli riguardo all’illiceità dei sacramenti celebrati dai preti lefebvriani e alla illiceità e invalidità della confessione e del matrimonio.

Il ricorso della Fraternità viene giustificato dai canoni 1734 e 1353 del Codice di diritto canonico (CIC) del 1983 (scritto dopo il Vaticano II). «Questo passo, che costituisce la premessa necessaria per l’introduzione eventuale di un ricorso gerarchico, ha per effetto di sospendere gli effetti del decreto conformemente al canone 1353 del diritto canonico. Con tale ricorso la Fraternità intende esercitare il diritto che la Chiesa riconosce ad ogni persona che si ritiene lesa da un atto amministrativo di chiedere la sua rettificazione, nello spirito di rispetto verso l’autorità ecclesiastica e dell’attaccamento fedele alla giustizia, alla verità e al bene della Chiesa».

È stato giustamente osservata la contraddizione fra il riferimento al CIC postconciliare con il rifiuto del Concilio Vaticano II e la formulazione che fa pensare a una sospensiva della scomunica. Così non è, perché la pena è legata all’atto (la consacrazione senza il consenso papale) e non al decreto. La scomunica è determinata automaticamente dal gesto dell’ordinazione illecita e una sospensiva del decreto non la elimina.

Così si è espresso il canonista Pierre Chaffard-Luçon, distinguendo il decreto dalla pena: «Dichiarando la pena della scomunica latae sententiae, il decreto del 2 luglio 2026 gli ha conferito una forma di certezza giuridica. Ora, a decreto sospeso, è in questione lo stesso decreto. Tuttavia, il ricorso non costituisce la rimozione dell’atto compiuto dalla Fraternità, e cioè le ordinazioni episcopali, senza mandato pontificio: nessuno può negare che esse siano avvenute e la Fraternità si è ben occupata di rendere pubblica tale liturgia».

Il ricorso sospende quindi la certezza giuridica del decreto, ma non la realtà dei fatti a cui è legata la scomunica. Si sospende il decreto, ma non la pena che è legata al fatto.

Le istanze vaticane (il Dicastero per la dottrina della fede e la Segnatura apostolica) daranno corso all’istanza della Fraternità, ma difficilmente si può negare la strumentalizzazione del diritto canonico come ennesimo tentativo per confondere le acque.

Una seconda contraddizione è legata alla totale dissonanza fra la rivendicazione al diritto ecclesiale e il rifiuto di riconoscere la pertinenza dell’autorità papale nell’atto consacratorio.

Dieci giorni prima del ricorso, il superiore generale dei lefebvriani, don Davide Pagliarani in una lettera personale al pontefice, utilizzando Mt 7.9-11 e Lc 11,12-13, lo accusava di aver loro dato una pietra al posto del pane, un serpente al posto del pesce, uno scorpione al posto dell’uovo e affermava che le sanzioni erano «obiettivamente ingiuste e invalide», offrendo retoricamente la sofferenza subita per il bene della Chiesa.

In un’ampia intervista del 5 febbraio aveva detto che «eventuali pene canoniche non avrebbero alcun effetto reale». E tre giorni prima, nell’annuncio ufficiale della decisione, proclamava: «Mi assumo, mi assumo pienamente la responsabilità della decisione. L’assumo anzitutto davanti a Dio, l’assumo davanti alla santissima Vergine, davanti a san Pio X. L’assumo davanti al papa […] E assumo questa responsabilità anche davanti alla Chiesa. Davanti alla Fraternità e a tutti i suoi membri».

Le insolubili contraddizioni

Di condanna invalida don Davide Pagliarani torna a parlare in una lettera ai fedeli della Fraternità (19 luglio). «Fino all’ultimo giorno ho sperato in un gesto di benevolenza, o almeno di semplice comprensione, da parte della Santa Sede. Ma le consacrazioni sono state condannate e la severità delle sanzioni adottate non ha precedenti. Esse colpiscono anzitutto i vescovi, ma anche i membri della Fraternità. Perfino i fedeli sono coinvolti. Questa condanna, profondamente ingiusta, rappresenta un’umiliazione immensa per persone che non hanno altro scopo se non quello di difendere la vera fede e di lavorare alla salvezza delle anime […] Le sanzioni intendono colpire con durezza anche voi. Questo fatto è certamente doloroso, ma non siate troppo sorpresi. In definitiva, è la Tradizione stessa, che noi amiamo al di sopra di ogni cosa, a essere scomunicata in tutti coloro che la incarnano. È evidente che, davanti a Dio, una tale condanna non può essere valida, poiché condannerebbe ciò che rappresenta il cuore pulsante della vita della Chiesa».

Con queste premesse è difficile pensare che il ricorso possa significare un interesse reale per un ennesimo dialogo con la Santa Sede.

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