La fatica di Sisifo e quella di Dio

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Tra l’illusione di redimere il mondo e il rischio della rassegnazione, la politica va riletta come pratica che cerca di porre limiti alla violenza. E intanto la speranza cristiana agisce nelle microstorie, partecipando alla fatica di Dio. Fulvio Ferrario è Professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma. Dal sito della rivista Confronti, 14 Luglio 2026

Nel quadro di un incontro sul caos globale che stiamo vivendo, ho ascoltato una testimonianza di Alessandra Morelli, già operatrice UNHCR e ora attivista sul tema dei diritti umani.

Con il suo bagaglio di esperienze drammatiche, ma anche dense di riscatto e di umanità, che emergono come per miracolo in un oceano di lacrime, Morelli avrebbe potuto facilmente monopolizzare la scena: nessuna riflessione, infatti, può competere, quanto a impatto e a capacità di inquadrare il tema, con quel tipo di restituzione.

L’operatrice ha scelto invece un profilo francescanamente (fa parte del Terz’Ordine) umile: narrare, ricordare storie e persone, con mitezza addolorata e al tempo stesso portatrice di speranza. Nel dibattito, qualcuno ha osservato: «D’accordo, ma tutto ciò agisce sulle conseguenze; è invece necessario agire sulle cause, cambiare la società, il mondo. Così pensavamo negli anni Settanta».

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Per chi, gli anni Settanta, li ha vissuti, un simile riferimento genera un brivido: quelli che allora disprezzavano le «crocerossine della storia» (cioè chi, secondo loro, si limitava a fasciare le ferite delle vittime) e volevano agire sulle cause, cambiando il mondo secondo il loro progetto, li ho conosciuti e non ne ho nostalgia.

Oltre ai terroristi potenziali, effettivi o nostalgici, c’erano, e ci sono, anche quelli/e che hanno una ricetta più semplice: poiché una pace costruita sulla diplomazia e sulla faticosa gestione dei rapporti di forza è precaria (e così è, in effetti), la soluzione radicale consiste nel «cambiare il cuore» delle donne e degli uomini.

Anche questo è stato tentato, a volte con conseguenze meno «nonviolente» di quelle previste dai cantori di questo progetto (alcuni, come si sa, autorevolissimi e permanentemente in mondovisione).

Che succede, ad esempio, se il tuo cuore si ostina a non convertirsi alla mia verità? Alcuni hanno pensato al rogo, altri, più recentemente, a «curare» tale ostinazione («ma scusa, è così semplice: perché non vuoi cambiare il tuo cuore? Forse non sei cattivo: “solo” malato») in manicomio.

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Secondo il libro biblico della Genesi, anche Iddio ha ceduto alla tentazione di «resettare» una creazione che, a motivo della violenza umana, gli sembrava riuscita maluccio e lo ha fatto con il diluvio. L’esito, però, non è stato brillante, in quanto la situazione successiva era analoga alla precedente: «Il cuore umano concepisce disegni malvagi fin dall’adolescenza» (Genesi 8,21).

Coloro che hanno in tasca la ricetta per redimere il mondo considerano questa constatazione, riletta in termini contemporanei, una resa alla malvagità umana. A me, invece, questa pagina biblica (che prosegue nel cap. 9, in particolare, per quanto qui ci riguarda, nei primi 7 versetti) appare come l’atto fondativo della politica: cioè di una pratica umana che cerca di produrre leggi che pongano un limite alla violenza.

Il realismo nei confronti di quest’ultima, si dice, può trasformarsi in rassegnazione e addirittura in cinismo: è vero ed è un pericolo subdolo, non semplice da evitare. L’alternativa, però, non risiede nel fanatismo ideologico, bensì nella pazienza artigiana nel provare a ridurre la disumanità della convivenza.

Se si scende sul terreno della politica, che non redime il mondo, bensì cerca di contenere le due dinamiche caotiche, si possono anche discutere le singole tesi: ad esempio, per noi, oggi, non è detto che la proposta di Genesi 9,6 per reagire all’omicidio, cioè la pena di morte, sia la migliore. La logica della Scrittura ci rende libere/i di escogitare altre misure per affrontare quel problema.

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In un certo senso, anche Gesù ha agito così: non ha debellato la lebbra, ha guarito lebbrosi.

Così facendo, in molti casi (non sempre!) ha anche cambiato il cuore delle donne e degli uomini: e la promessa che sgorga da questi racconti continua a nutrire la speranza cristiana. Non prima né dopo, ma mentre attende che Dio stesso intervenga nella Storia con la S maiuscola e nelle storie con la s minuscola, la speranza agisce in queste ultime.

«Ma se non cambi il mondo, è una fatica di Sisifo!», dice il fanatismo di tutti i tempi, di Destra e di Sinistra. La fede pensa, invece, che si tratti di partecipare, in qualche modo, alla fatica di Dio.

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