
Si è tenuta a Cosenza venerdì 8 Maggio 2026 una giornata di riflessione dal titolo Con tutti i naufraghi della storia. Per una teologia del/nel Mediterraneo. L’occasione è stata offerta dalla III edizione del Festival Frontiere, promosso dall’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano in collaborazione con numerose istituzioni del territorio.
Il Festival riserva un’attenzione al tema della migrazione non solo dal punto di vista di chi denuncia l’assenza di politiche adeguate nel contesto odierno, ma attraverso lo sguardo di chi desidera rendersi sempre più consapevole della complessità, abbattendo quelle frontiere che a volte impediscono la realizzazione di una condivisione arricchente e intendono lo steccato solo come un muro di rigida separazione.
La riflessione è stata negli anni sostenuta dal contributo offerto dall’Università della Calabria, attraverso spazi di approfondimento in cui ogni anno vengono messi a tema alcuni nuclei essenziali; l’edizione 2026 si concentra sul ripopolamento, sul disarmo, sull’ospitalità e sul futuro.
Si tratta di quattro aspetti che vengono considerati da più punti di vista: si parte da una lettura attenta dei processi stabilita attraverso le categorie sociologiche oggi a disposizione per giungere a condividere esperienze concrete che si realizzano sul territorio e che rendono possibile la decostruzione di quella narrazione superficiale e abbozzata, sempre maggiormente diffusa attraverso i mezzi di comunicazione.
L’anteprima del Festival, attraverso le relazioni proposte nel corso del convegno, ha inteso prendere in considerazione il contributo che la teologia può offrire nel contesto del Mediterraneo, un luogo in cui l’intreccio è da considerare come categoria ineludibile. La riflessione teologica non può trascurare l’istanza che proviene da un luogo, che è più di uno spazio perché raffigura storicamente uno scenario ricco di significati e di provocazioni.
Il convegno si è tenuto presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Francesco di Sales, che dallo scorso anno accademico ha scelto di integrare il percorso formativo degli studenti con un corso che presta attenzione alla comprensione dei flussi migratori, tenuto dal prof. Giorgio Marcello, docente di sociologia presso l’Università della Calabria.
Attraverso due ricche sessioni, nel convegno si è cercato di focalizzare quello che accade nel Mediterraneo, facendo emergere il bisogno di salvezza che è possibile avvertire nelle dinamiche che in esso trovano posto. La prospettiva che ha retto l’intero percorso del convegno affonda le sue radici nella consapevolezza del ruolo che nello sviluppo del pensiero teologico viene esercitato dalla storia.
Camminare verso il Regno di Dio richiede la comprensione della complessità e la disponibilità ad entrare in contatto con essa. Questo si può realizzare solo quando il lavoro intellettuale si rende capace di attivare processi di concreta trasformazione della realtà.
In occasione della visita alla Pontificia Università Gregoriana del novembre 2024 papa Francesco ha ritrovato nell’astrattismo una tentazione forte per il modo di procedere degli studiosi, che rischia di confezionare risposte a domande che nessuno più si pone. In quella circostanza il papa ha presentato alla comunità accademica un atteggiamento che dovrebbe distinguere i luoghi di ricerca teologica, affermando che «l’Università, se vuole essere un luogo e uno strumento della missione della Chiesa, deve elaborare saperi generati da Dio, provati nel dialogo con l’umanità, abbandonando l’approccio del “noi e gli altri”. Per tanti secoli le scienze sacre hanno guardato tutti dall’alto in basso. In questo modo abbiamo fatto parecchi errori! Ora è tempo di essere tutti umili, di riconoscere di non sapere, di aver bisogno degli altri, specie di chi non pensa come me. Questo è un mondo complesso e la ricerca chiede l’apporto di tutti».
L’attitudine di un pensiero che si manifesti umile non è di certo offerta a partire dal misconoscimento della preziosità della tradizione della fede della Chiesa, che costituisce il punto di partenza fondamentale di ogni ricerca teologica, ma è data dalla capacità di considerare il reale nei suoi numerosi aspetti, riconoscendo un diritto di cittadinanza anche ad altri punti di partenza, collocati nella contingenza, senza pensare che la riflessione teologica possa eliminare la storia nella partita della vita per ritirarsi in un campo metafisicamente e teoricamente asettico.
Un laboratorio di teologia contestuale
Il convegno proposto a Cosenza ha cercato di gettare uno sguardo strutturato sulla teologia del Mediterraneo, facendo emergere in questa proposta la visibilità della natura intima di quel legame che intercorre tra storia e pensiero: un tale legame sembra da considerare come scontato nel momento in cui si impiegano energie per favorire una teologia capace di parlare alla vita di chi s’impegna a camminare alla luce della Parola, ma non può essere taciuto o dato per scontato quando si immerge questa necessità in una ricerca epistemologicamente strutturata.
Spesso le due dimensioni sembrano entrare in contraddizione, tanto da dare l’impressione di creare un modello dualista, secondo il quale da una parte può trovare posto la teologia, che si occuperebbe in modo assoluto dei principi metafisici, mentre solo dell’altra parte godrebbe di un minimale diritto di cittadinanza il mondo. In una contrapposizione del genere anche il gioco di ruoli che ne consegue presenta dei tratti identitari ambigui: l’astrattezza della teologia si limiterebbe ad offrire delle rigide cornici di inquadramento in cui il mondo dovrebbe essere posto, a prescindere dall’effettiva forma che il mondo porta con sé.
Già la Costituzione pastorale del concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo esprimeva l’esigenza di una re-interpretazione dell’agire ecclesiale: il documento conciliare non presenta un’assoluta novità, quasi fosse uno strappo indebito nel cammino dell’evangelizzazione, ma propone la valorizzazione di un modo di procedere che si ritrova già presente agli albori della riflessione cristiana, quando si è deciso di ricorrere alle forme del pensiero presenti nella cultura del tempo per dare ragione della speranza cristiana.
È per questa strutturale consapevolezza che Gaudium et spes richiama come legge di ogni evangelizzazione lo scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli (cf. n. 44). Non si tratta di una superficiale questione di linguaggio o di accessori trascurabili, ma al centro si presenta una consapevolezza del movimento dell’annuncio evangelico, che si sostanzia anche nel compito della teologia di ascoltare, discernere e interpretare i linguaggi che si intrecciano nella storia e alla luce della Parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo e possa venir poi presentata nella forma che si presenta come più adatta.
L’identità ecclesiale che emerge dal documento conciliare è di una comunità che attinge dal mondo per apprendere la verità rivelata, senza operare quella contrapposizione di cui parlava il Papa alla comunità accademica della Gregoriana. In quest’orizzonte la dimensione contestuale non può essere considerata come un addendum di una specifica sensibilità, quasi fosse un attributo che può essere trascurato. La contrapposizione e il dualismo ad essa connesso, come insegna il Concilio, possono trovare una sintesi solo attraverso un’integrazione che tenga conto della storia e delle sue istanze.
Il Mediterraneo da conoscere come spazio di vita
Uno dei frutti della prospettiva conciliare è certamente riscontrabile nel Magistero recente, che ha cercato di recepire quella visione interrogandosi circa la forma della Chiesa e del suo rapporto con il mondo. La Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium, firmata da papa Francesco nel dicembre 2017, va in questa direzione: mentre si interroga sulla missione e sulla struttura delle Università e delle Facoltà ecclesiastiche, non tralascia di spingere il cammino della Chiesa verso un’uscita sempre più consapevole.
Già il titolo della Costituzione offre un’immediata suggestione della logica che sorregge la riforma: l’impegno culturale viene considerato come innestato in modo diretto nella missione di evangelizzazione della Chiesa, la quale richiede coraggio e sapienza di rinnovamento. Nel Proemio di quella Costituzione si constata una prospettiva di ampio raggio, che mette a tema tutte le possibilità dischiuse dall’interdisciplinarietà e dalla trans-disciplinarietà. È da quell’intuizione che hanno preso vita diversi tentativi di re-interpretazione della tensione strutturante, che permette alla teologia di restare in ascolto delle ferite della storia.
Uno di questi tentativi è quello realizzato a Napoli nel giugno 2019, quando papa Francesco si recò nella città partenopea per prendere parte ai lavori del Convegno “La Teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo”, promosso dalla sezione San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale.
Nell’anteprima del Festival a parlare di quella feconda esperienza è stato il prof. Pino Di Luccio, gesuita e Presidente del Collegium Maximum della Pontificia Università Gregoriana. A sette anni da quell’iniziativa p. Di Luccio ha ripercorso, attraverso una lucida memoria, i passi che hanno permesso di concretizzare la presenza del Pontefice al convegno: si veda la pubblicazione della sua bella e articolata riflessione qui su SettimanaNews.
Secondo Di Luccio: «la teologia del Mediterraneo propone una visione dell’umano fondata sulla reciprocità, sulla vulnerabilità condivisa e sulla possibilità di trasformare le ferite della storia in occasioni di comunione. In un tempo segnato da rapidi progressi tecnologici, dalle guerre e dalla tentazione di muri culturali e identitari, recuperare questo orizzonte può restituire alla teologia una funzione evangelica e umanizzante: aiutare a immaginare e a costruire forme nuove di convivenza umana, che ripudiano la logica del più forte e del più ricco ― che disprezza l’alterità se non è servile, compiacente o conveniente. La fraternità resiliente che traduce nella pratica la teologia nel mediterraneo promuove l’incontro col diverso, l’accoglienza dello straniero, il dialogo, la conoscenza reciproca e l’impegno comune per la convivenza pacifica».
È per questo motivo che il papa nel suo intervento guardò al Mediterraneo come al mare del meticciato, un luogo narrativo dell’incontro, di una nuova umanità. Per dare corpo a questa riflessione sull’umanità possibile a partire dal Mediterraneo nella prima sessione hanno offerto i loro interventi la dott.ssa Cristina Molfetta e il prof. Sergio Tanzarella.
La voce della dott.ssa Molfetta è intrisa della formazione dell’antropologa culturale, ma è resa del tutto peculiare a causa della condivisione di vita che ha realizzato con le persone che vivono nelle aree critiche dei Balcani, del Centro America, delle zone tribali del Pakistan e del Kurdistan iracheno. La dott.ssa Molfetta ha vissuto per oltre quindici anni nei campi profughi all’interno di zone di conflitto, ponendosi in ascolto delle storie affaticate e condividendo punti di vista, modi di vedere, di vestire e di mangiare delle popolazioni incontrate.
Nel suo intervento, frutto anche dell’impegno profuso ogni anno nella redazione del report Il diritto d’asilo per conto della Migrantes nazionale, Molfetta ha messo in luce alcuni elementi di criticità sia nell’ambito del diritto internazionale che in quello della diplomazia a riguardo della protezione nel contesto migratorio. La sua attenzione si è concentrata sul modo in cui oggi si presenta il Mediterraneo che, oltre ad essere uno spazio di incontro, si è reso sempre più scenario di guerra. La relazione ha soprattutto messo in luce il rischio serio della mancanza di umanità nella gestione internazionale di quanto accade a chi perde la vita nelle acque del Mediterraneo: spesso gli occhi sbalorditi si soffermano sui numeri delle persone coinvolte nelle stragi, ma c’è un dato – molto spesso taciuto – che porta con sé un sentimento di maggiore sorpresa, ossia l’anonimato di chi perde la vita in mare.
La nuova umanità possibile nel Mediterraneo trova in questo atteggiamento un ostacolo importante, perché l’attenzione che non viene posta su queste storie genera inevitabilmente una certa mentalità, secondo cui è possibile considerare, per motivi forse indicibili, alcune vite diverse dalle altre. Questo trova riscontro non solo nella disattenzione delle vite perse nel Mediterraneo, ma anche nella considerazione che si ha a riguardo delle guerre.
Molfetta ha scandito con fermezza il principio di uguaglianza che governa i conflitti: in ogni espressione bellicosa si apre l’identico scenario per il quale ci sono persone che ne uccidono delle altre. Se questo è un principio di universale uguaglianza, non è possibile affermare lo stesso dell’attenzione che ai conflitti viene riservata in quanto una serie di fattori genera un filtro di osservazione nei riguardi delle guerre in atto: c’è una sorta di immedesimazione guidata e condizionata, che si realizza solo con alcune storie, spesso per motivi politici non esplicitamente annunciati.
La responsabilità è certamente attribuibile all’assenza di un’adeguata copertura mediatica su tutte le guerre, alcune delle quali possono addirittura essere ritenute in modo pregiudiziale come periferiche, ma secondo Molfetta ciò non può eludere la consapevolezza circa principi di responsabilità che coinvolgono tutti, anche semplicemente a causa di una mancata attenzione alla conoscenza della complessità che riguarda il Mediterraneo.
La prima sessione è terminata con l’intervento del prof. Sergio Tanzarella, professore ordinario di storia della Chiesa presso la Pontificia facoltà teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, che ha preso in considerazione il progetto formativo teologico e ha riscontrato in esso delle importanti criticità, che impediscono lo sviluppo di una teologia capace di porre al centro la pace e la nonviolenza.
Questo alto obiettivo secondo lo storico è raggiungibile solo attraverso un ritorno al contatto diretto con le fonti e con uno studio rigoroso di quanto il mondo ha già attraversato. Solo una comprensione approfondita dei processi in cui siamo immersi, che vada oltre lo sforzo mnemonico degli eventi da posizionare sulla linea del tempo secondo le categorie della causa e dell’effetto, può essere uno strumento proporzionato mirante a smascherare le pretese di dominio che pure nella storia della Chiesa hanno trovato il loro posto.
Sul fondale del Mediterraneo oggi si trova secondo Tanzarella il tentativo di ignorare la storia, esperienza che produce inevitabilmente una teologia disinteressata alle sorti del mondo. A fronte delle espressioni del Magistero sempre pungenti nei riguardi di chi manipola il nome di Dio per interessi economici – come la forte condanna di papa Leone XIV in Camerun nei riguardi dei pochi tiranni che devastano il mondo – si rischia di confrontarsi con una teologia che si fonda sull’illusione di un mondo perfetto che non ha alcuna consistenza. La produzione manualistica di una certa teologia è espressione di un pensiero che risulta privo di un contesto: produrre una teologia nel Mediterraneo oggi senza considerare il fenomeno migratorio è come condannare il pensiero ad essere bocciato di fronte al banco di prova di una teologia che parli alla vita.
Tanzarella ha concluso affermando che «servono teologi disposti con il loro studio a una condivisione profonda, attaccati ad un relitto o ad un barcone, solo ciò permetterà loro di capire e di offrire parole e analisi comprensibili e credibili oltre ogni inumano legalismo ed esercitazione accademica».
L’attivazione di processi concreti
La seconda sessione del convegno ha inteso, invece, dare voce ad alcuni processi in atto, che intendono esprimere una teologia in dialogo con il contesto. La prima relazione è stata affidata al prof. Fabrizio Mandreoli, docente di teologia fondamentale presso la Facoltà teologica dell’Italia Centrale e da diversi anni insegnante presso la Casa circondariale di Bologna.
L’esperienza di insegnamento presso il penitenziario è stata foriera di alcuni progetti realizzati con l’intento di favorire una teologia simultaneamente attenta alla tradizione e alla storia. Nel suo intervento il prof. Mandreoli ha condiviso alcune esperienze di ascolto dei segni del tempo vissute in ambienti liminali, che si sono rivelati particolarmente centrali per la vita ecclesiale e per la ricerca teologica.
Il punto di partenza è quello indicato da papa Francesco in Evangelii gaudium al n. 71, dove il pontefice indica la via della contemplazione della città: questo metodo contemplativo è uno sguardo che si realizza in tempi lunghi, che assume una postura capace di guardare le cose dal basso, riuscendo a cogliere gli aspetti della realtà a partire dagli sguardi delle persone che la abitano.
Cinque esperienze di ricerca-azione sono state portate all’attenzione dei presenti da Mandreoli, che in esse ha riscontrato la testimonianza vivace della possibilità di concepire la teologia in un’ulteriore profondità: il tentativo che ha sorretto le esperienze è stato quello di rendere protagonisti i vulnerabili che spesso sono poveri di rappresentatività. Secondo Mandreoli tale obiettivo è perseguibile nella teologia adottando un approccio contestuale e comparativo. Il primo rifugge dalle generalizzazioni e dalle facili categorizzazioni, tenta di operare un’osservazione capace di attraversare i contesti, non teme di entrare nei mondi della vita delle persone e si dà il permesso di far emergere i significati nascosti anche dietro l’apparenza.
Il metodo comparativo esprime la disponibilità a rileggere la storia anche da altre prospettive, nella consapevolezza che dietro ogni testo ci sono sempre un mondo e un vocabolario singolari che hanno bisogno di essere accolti per essere compresi. Questo metodo è incoraggiante perché non propone esclusivamente l’osservazione dell’altro come fosse un esercizio di comprensione di un dato estraneo, ma richiede un viaggio di andata che si faccia anche ritorno, che permetta cioè di rileggere anche sé stessi con una comprensione più larga, che faccia uso delle categorie differenti apprese presso gli altri.
I due metodi non consistono in approcci alternativi, ma in strade che si intersecano tra loro. A riguardo di questa combinazione di metodi che può essere concepita come un fecondo lavoro per favorire una teologia contestuale, Mandreoli ha concluso richiamando un’espressione di Simone Weil, contenuta nel libro L’ombra e la grazia, in cui l’autrice afferma che «il mondo è un testo a diversi significati e si passa da un significato ad un altro mediante un dato lavoro».
Sull’atteggiamento metodologico della teologia contestuale ha offerto il suo contributo anche il prof. Marco Giovannoni, direttore dell’Istituto di ccienze religiose della Toscana e professore di storia della Chiesa. Nel suo intervento ha condiviso l’esperienza condotta a Firenze circa il desiderio di mettersi in rete per dare valore ai tentativi di teologia contestuale. In modo particolare ha focalizzato la sua attenzione sulla dimensione del dialogo, che risulta essere costitutiva di questo processo.
Per Giovannoni il dialogo, oltre a porre in comunicazione soggetti che partono da prospettive differenti, è anche un argine allo spazio dilagante della guerra. Il metodo comparativo poggia sulla possibilità di allargare lo spazio del dialogo in base alla ricerca di Dio che viene condotta nelle diverse tradizioni religiose. Spesso un ostacolo concreto a questo esercizio teologico è dato dalla convinzione che le tradizioni religiose siano concepibili come entità astratte e non come tradizioni viventi in concrete comunità; questo rende asettico il confronto e rischia di arrestarlo generando forme di fondamentalismo.
Una via del tutto alternativa è resa visibile in quei contesti, come quello del Mediterraneo, in cui diverse religioni esprimono la loro vitalità e sono chiamate a dare risposte condivise ai problemi che si sperimentano nel mondo, come la possibilità dell’estinzione “armata” del genere umano o la distribuzione limitata delle risorse della terra.
L’ultima relazione della seconda sessione è stata offerta da Giuseppina Bagnato, pastora delle comunità valdesi di Cosenza e Catanzaro, che ha cercato di presentare la parola profetica come luogo e orizzonte di ogni teologia. Muovendo i passi da alcune provocazioni contenute nel libro di Marcella Althaus-Reid, Il Dio queer, la Bagnato ha cercato di mettere in luce alcune storie di sovversione dei pregiudizi che vengono narrate nella Scrittura.
La pastora ha preso in considerazione alcuni passi, tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento, che permettono di conoscere un “modo di procedere divino” difforme dalle ordinarie aspettative umane. Lo sconvolgimento dell’ordine non è un moto di tipo ideologico, ma consiste nel dare forma alla possibilità di agire di Dio in una libertà che sovrasti le pregiudiziali proprie di una determinata cultura.
Secondo Bagnato i paradigmi di quel genere di potere che lavora per difendere i propri perimetri di azione è in contraddizione con quella «trasgressione evangelica che cancella i confini, supera i dualismi e costruisce relazioni di meticciato».
In questo senso la teologia, per restare ancorata alla sequela di Cristo, ha bisogno di non reiterare paradigmi rigidi, ma necessita di dare spazio alle voci che provengono dalle vite considerate socialmente indecenti. In questo moto di ascolto del non-detto dai canali ordinari di comunicazioni si realizza la dimensione profetica di una teologia in grado di abitare in modo creativo anche la frontiera, senza privarsi previamente di alcune zone di ricerca.
Un laboratorio permanente
Alle relazioni proposte nelle due sessioni ha fatto eco l’intervento conclusivo dell’Arcivescovo di Cosenza-Bisignano, mons. Giovanni Checchinato, che ha inteso presentare una proposta finalizzata alla creazione di un laboratorio permanente di pratiche socio-pastorali e teologiche per una Chiesa in uscita.
Per realizzare questo laboratorio mons. Checchinato ha suggerito ai presenti di posare lo sguardo su una cattedra privilegiata, quella degli emarginati. Secondo il vescovo una teologia che voglia presentarsi come incarnata non può trascurare la necessità di porsi sulla singolare cattedra dei poveri. Su questa cattedra possono salire a insegnare coloro i quali sono ordinariamente nascosti nei grovigli complessi della polis e rischiano di non avere l’opportunità di far udire la propria voce.
La teologia che intenda tradursi in azione responsabile deve fare in modo che la sua pratica non risulti mai separata da questa silenziosa vita, che a volte spaventa perché appare come particolarmente disordinata. L’intervento del vescovo ha fatto emergere una consapevolezza che a margine del convegno, grazie agli interventi proposti nelle diverse relazioni, è sorta in ciascuno dei partecipanti: la complessità del reale richiede alla teologia l’umiltà di aprirsi ad un dialogo fecondo con le altre scienze per entrare in un’approfondita comprensione della realtà sociale.
A questa consapevolezza Checchinato ha unito la proposta di un’iniziativa concreta con cui si è chiuso il convegno: «organizzare appuntamenti periodici come momenti di incontro tra persone che riflettono e persone che sono impegnate in attività socio-pastorali nei contesti di frontiera, assumendo come orientamento metodologico quello dell’ascolto reciproco. Questi appuntamenti potrebbero essere pensati come uno spazio di lavoro mediterraneo, con una connessione tra le varie sponde e le diverse lingue, per un confronto teologico e umano sui temi emergenti; tutto ciò, nella convinzione che per fare dei discorsi che possano cogliere la realtà, ed eventualmente trasformarla, servono radicamenti, dialoghi approfonditi, confronti serrati, lontani dalle logiche dell’evento e dell’etichetta o dello spot accademico in cui talora la riflessione sul mediterraneo rischia di cadere».





