Caro Barbero, la fede che non si pensa è nulla

di:

anselmo

Mi è capitato di ascoltare sui social una sorta di “confessione” del noto e stimatissimo storico Alessandro Barbero, in cui illustra con la consueta chiarezza le ragioni del suo ateismo.

Ascoltando le sue parole, proclamate con il tono pacato di chi premette di non voler mancare di rispetto a chi ha fede, mi sono sentito profondamente interpellato, come teologo, come pastore e, se mi si consente, come un pensante che ama usare la testa (e la sua “massa critica”). E vorrei utilizzarla – la testa – con un tono un po’ “grintoso”, perché, quando si tocca il cuore del cristianesimo, non possiamo accontentarci di chiacchiere o di convenevoli.

Barbero afferma che la religione è una dimensione importante per chi ci crede «al di là di ogni dimostrazione», arrivando a sostenere che il credente crede «sapendo che è assurdo, come diceva credo sant’Agostino, e anzi dicendo: è proprio per quello ci credo». Fermiamoci subito qui. Dinanzi a questa affermazione, c’è da sobbalzare.

La fede che non si pensa è nulla

Come può uno storico del calibro di Barbero, per giunta un fine esperto di Medioevo, attribuire a sant’Agostino la celebre massima Credo quia absurdum? Questa espressione (o meglio, il suo concetto originario certum est, quia impossibile) appartiene in realtà a Tertulliano! Attribuirla ad Agostino non è un semplice lapsus storico, ma un gigantesco equivoco teologico e filosofico. Vuol dire che non “conosce” Agostino? Al di là del fatto che, legittimamente, egli non condivida la posizione della fede, ignorare o stravolgere il pensiero agostiniano significa travisare l’essenza stessa della fede cattolica.

La tradizione cattolica e cristiana afferma l’esatto contrario dell’assurdo: «fides nisi cogitatur nulla est», la fede che non si pensa è nulla. Sant’Agostino non ha mai invitato a spegnere il cervello per abbracciare l’irrazionale.

Sulla stessa scia, sant’Anselmo d’Aosta ci ha consegnato il principio della fides quaerens intellectum, la fede che brama, cerca e desidera l’intelligenza. Il cristianesimo non è un salto nel buio dell’irrazionalismo, ma un “credere pensando”.

Come ci ha insegnato profeticamente san Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio, fede e ragione sono le due ali con cui lo spirito umano si innalza verso la verità. L’ammonimento della Chiesa ai cattolici del nostro tempo è chiaro: usate la testa, altrimenti la vostra fede scade nella magia, nella superstizione e nel puro irrazionalismo.

Quando il rispetto è solo retorica

E qui arriviamo al nodo di quella che Barbero chiama “tolleranza” e “rispetto”. Egli scrive: «sia chiaro, non voglio essere irrispettoso». A me pare che queste espressioni, per quanto garbate, siano puramente retoriche. Non c’è alcun vero rispetto per la fede e per i credenti se si accetta l’idea che noi si creda in base all’assurdo. Tollerare chi si ritiene viva in uno stato di minorità razionale o di infantilismo intellettuale non è rispetto, è condiscendenza.

I cristiani si rispettano veramente quando si prende sul serio la loro pretesa di verità e quando, soprattutto, si chiede loro di non credere mai all’assurdo. Si rispetta il credente quando si esige che la sua fede sia intelligente, responsabile e argomentata, non invece integralista. Diversamente, non potremmo distinguere – anche sul piano dell’argomentazione storica – tra un martire cristiano e un kamikaze islamico.

Questo clamoroso abbaglio si ritorce inevitabilmente sulla tesi centrale del suo “razionalismo infantile”, come lui stesso lo definisce. Lo storico riflette e confessa: vedendo che, in tutte le società, gli esseri umani si sono immaginati le divinità in modi diversi per il loro «desiderio di assoluto», gli riesce difficile pensare di essere nato “per caso” nell’unica epoca che ha azzeccato la religione vera, a differenza di cento generazioni di antichi Egizi che, poveretti, credevano nel dio Anubis o Horus.

Il ragionamento sembra filare, ma è viziato in partenza. Anzitutto, Barbero ha perfettamente ragione quando nota che l’essere umano ha da sempre un “desiderio di assoluto” e tende a creare storie intorno alle divinità. Per noi, però, questa non è la prova che Dio sia un’invenzione dell’uomo! È la prova che l’uomo è costitutivamente un “animale divino”.

Noi non siamo solo animali razionali; in noi abita una scintilla di eternità, una spinta trascendente che ci rende capax Dei (capaci di Dio). L’uomo ha un cuore inquieto che brama l’infinito, e gli antichi Egizi, con le loro divinità, non facevano che esprimere questo anelito profondo.

Il Novum del cristianesimo

Tuttavia, la vera risposta alla sua obiezione – sul perché noi oggi avremmo “azzeccato” la divinità vera – sta nello sconvolgente Novum (la novità radicale) del cristianesimo. Il cristianesimo non è la storia dell’uomo che, a tentoni, cerca di indovinare la religione giusta. Il cristianesimo è la storia di Dio che scende in terra, prende carne, e si fa incontrare. Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14). Nel mistero dell’Incarnazione, il cielo si è letteralmente capovolto sulla terra.

Non si tratta di aver “azzeccato” una teoria filosofica o un’invenzione mitologica. Si tratta di un Evento storico! Gesù di Nazareth è l’Uomo vero che ci rivela il volto definitivo del Padre: un Dio che non è un idolo da placare con sacrifici umani o olocausti, ma un Dio che è Agape, solo e sempre Amore, misericordia e perdono.

Fino all’avvento di Gesù, gli uomini avevano spesso mascherato Dio, attribuendogli tratti di violenza o di potere terreno. Gesù invece toglie queste maschere e muore crocifisso per dimostrarci che l’Onnipotenza di Dio coincide unicamente con l’onnipotenza dell’amore.

Ci si creda o no, questo è cristianesimo e lo scienziato (anche ateo) dovrebbe prenderlo per com’è, doverosamente distinguendo tra le tradizioni religiose (cristiane) che si sono diversificate nel tempo. Agostino è un Padre della Chiesa cattolica. Tertulliano – come lo storico ben sa – morì “montanista”, cioè non più cattolico. Atei del calibro di Cacciari lo sanno benissimo e si impegnano “filosoficamente” a pensarlo.

Eppure, bisogna ammettere una cosa, facendo sana autocritica, come ci insegna a fare la Pop-Theology: se intellettuali brillanti come Barbero sono giunti a credere che la fede sia solo l’accettazione dell’assurdo, gran parte della colpa è nostra.

Troppo spesso abbiamo sostituito la vera fede cristiana con quello che sto chiamando “cattolicesimo convenzionale”: quella religione irreligiosa, quell’apparato fatto di preghierine e riti esteriori, dove le persone riempiono le chiese ma non perdonano i nemici, non si indignano per le ingiustizie sociali, e non accolgono i poveri e i sofferenti. Un cristianesimo che si rifiuta di incarnare la carità nel corpo sociale è una religione morta, che anestetizza le coscienze e offre al mondo, giustamente, l’immagine di una superstizione alienante.

Si crede al di là di ogni dimostrazione?

Barbero dice che la religione è per chi crede «al di là di ogni dimostrazione». Anche qui c’è un malinteso profondo. Il cristianesimo ha una sua potentissima dimostrazione razionale, che, tuttavia, non si trova nei laboratori o nelle equazioni matematiche. La dimostrazione della verità cristiana è la testimonianza della carità operosa.

Come sosteneva il teologo Hans Urs von Balthasar, «solo l’amore è credibile». L’argomentazione razionale vincente, il “logos” più luminoso della nostra fede, non risiede nell’assurdo, ma nei gesti concreti di chi spinge il dono della propria vita fino all’estremo per l’altro, persino per il nemico. Se la nostra giustizia non si traduce in misericordia incarnata, la nostra fede è morta e inutile.

Dunque, caro professore, non le chiediamo di tollerarci come simpatici sognatori dell’assurdo. Le chiediamo di sfidarci sul piano della Ragione e dell’Amore. Ci si rispetta solo quando, ritornando a pensare in modo rigoroso, si riconosce che il cristianesimo, lungi dall’essere una favola partorita a caso in un’epoca fortunata, è l’incontro reale con l’Umanità di Gesù. Un incontro che, se accolto nella sua sconvolgente razionalità e carità, restituisce finalmente all’uomo il suo volto più autentico, umano e divino.

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