Un’Odissea senza Odissea

odissea

Pubblichiamo due recensioni del film con cui il regista Christopher Nolan − che ha al suo attivo film di grande successo come BatmanInceptionInterstellar e Oppenheimer − si è misurato con un testo classico come l’Odissea. Le due recensioni hanno un taglio ed esprimono giudizi molto diversi. Anita Prati si misura con l’opera di Nolan a partire dalla sua competenza di classicista e Andrea Franzoni (qui) con lo sguardo del critico cinematografico e del teologo.

Sono andata anch’io a vederla, l’Odissea di Nolan. Se, negli anni, sono sempre riuscita a sottrarmi ai vari Troy, 300, Immortals, Hercules, questa volta, sollecitata da più parti, non ce l’ho fatta e, non senza essermi disposta l’animo ad assoluta serenità di giudizio, alla fine al cinema ci sono andata.

Dopo essermi sorbita i soliti trailer dei soliti film di prossima uscita – inseguimenti, scazzottamenti, ammazzatine –, il film è cominciato.

In un tempo di apparente magia… Comparsa questa scritta su fondo nero prima della prima scena, avrei già voluto uscire. Ma, appunto, mi ero ripromessa di non cedere a pregiudizi da classicista e così, buona buona, sono rimasta incollata alla mia poltroncina fino alla fine del film.

Ogni ripresa di un testo classico, che sia a teatro, in un film o in un rifacimento narrativo, presuppone due strade: la volontà di mantenersi il più possibile fedeli quanto meno allo spirito dell’opera di partenza, oppure la volontà di tenere l’opera di partenza solo come spunto iniziale per poi veicolare un messaggio del tutto personale.

Diciamo che il film di Nolan non ho capito bene cosa volesse fare: un po’ sembra impegnarsi ad essere fedele al testo omerico, un po’ se ne serve per fargli dire quello che vuole lui. Ad ogni buon conto, il mio giudizio sul film fa riferimento a queste due direttrici. E dunque, Nolan e Omero, da una parte; e Nolan e Nolan, dall’altra.

Nolan e Omero

Cosa resta dello spirito odissiaco nell’Odissea di Nolan? Lasciamo stare quell’apparente magia, che dichiara già da subito l’assenza di una benché minima consapevolezza, da parte del regista, di cosa sia il pensiero mitico.

Partiamo dall’aedo che parla a singhiozzo battendo il bastone sul pavimento e che mi ha tanto ricordato Lello Arena che faceva l’angelo Gabriele e proclamava Annunciazio’ annunciazio’ sbattendo i piedi. Che sia forse una parodia? mi sono chiesta. In effetti, di cose ridicole nel film ce ne sono parecchie e Polifemo novello Gollum, da questo punto di vista, è forse la ridicolaggine meglio riuscita.

Ma senza entrare in elenchi dettagliati, possono bastare due elementi per chiudere velocemente e negativamente il mio giudizio su Nolan e Omero.

Il primo lo chiamerei così: musica-canto-parola. A partire dall’aedo che sbatte il bastone, passando per il canto che non c’è di Circe e di Calipso, per la musica monocorde che sovrasta con insistenza noiosa e fine a sé stessa tutte le scene, per arrivare ai dialoghi inesistenti, inconsistenti e quasi grotteschi (sul “papà!” di Telemaco ho faticato a trattenere le risa…) – tenuto conto che Odisseo è un eroe nuovo, rispetto agli eroi iliadici, proprio perché eroe della parola, ce n’è voluto di impegno per ridurre l’uomo le cui parole scendono come neve abbondante a ricoprire la terra allo stato di un paranoico semibalbuziente. Nessuna traccia dello scontro verbale con Polifemo e dello stratagemma del nome Nessuno, nessuna traccia di metis, l’intelligenza pratica che, declinandosi in furbizia, intuito e sopraffina capacità oratoria, è parte imprescindibile della figura di Odisseo, il polymetis per antonomasia.

Il secondo momento lo chiamerei così: protagonismo femminile. La trama dell’Odissea omerica è straripante di personagge: non figurine di sfondo, il femminile indistinto e confuso utile sempre a portare e tenere in primo piano il consueto protagonista maschile, ma vere e proprie protagoniste che tengono la scena ciascuna con la sua singolare umanità. Proprio questo sovradimensionamento della presenza femminile rispetto al canone consacrato dall’epos iliadico, in cui il protagonismo è rappresentato quasi esclusivamente al maschile, aveva portato un pensatore originale come Samuel Butler, alla fine dell’Ottocento, a ipotizzare e argomentare che, dietro l’Odissea, ci fosse non un autore ma un’autrice. Il filone di studi attivato dal saggio di Butler, The Authoress of the Odyssey (1897), è a tutt’oggi aperto.

Ma Nolan forse non lo sa, benché Butler sia britannico come lui. Quindi, nella trasposizione cinematografica le figure femminili sono ricondotte e appiattite dentro il ruolo subordinato che normalmente ci si aspetta da una donna. Senza contare che, con tutto quel parlare di una fantomatica legge di Zeus, presentata per altro come un precetto evangelico, l’episodio che nel poema rappresenta l’apoteosi della Xenia, cioè la legge dell’ospitalità, nel film è stato completamente cancellato: nessuna traccia di Nausicaa, nessuna traccia della madre di Nausica, la regina Arete – donna di governo e di potere sui Feaci, insieme al marito Alcinoo.

Nolan e Nolan

Ma Nolan aveva tutto il diritto di fare un film a partire dall’Odissea omerica, facendo di Ulisse quel che gli pareva e piaceva. Il personaggio di Ulisse – polytropos, multiforme, ambiguo, complicato – si è prestato ad infinite riletture e il regista britannico-statunitense non è stato certamente il primo a desacralizzare il repertorio mitologico, proiettando sull’eroe omerico la sensibilità propria e del proprio tempo.

Ovidio propone un rovesciamento di prospettiva rispetto al mito omerico, aprendo il libro delle Eroidi con Penelope che scrive una lettera al marito per rimproverarlo della sua lunga assenza, protrattasi ben dopo la distruzione di Troia, sciogliendo così l’epopea eroica in elegia amorosa e in lamento.

Nel medievale Roman de Troie di Benoît de Sainte-Maure, Ulisse è un bugiardo impostore che, grazie al cammino interiore di trasformazione compiuto affrontando e superando i pericoli e le sofferenze del viaggio, diventa un uomo saggio e colto, vero modello di vita cristiana. L’episodio delle sirene viene addirittura riletto dall’autore in chiara chiave cristologica: Ulisse, legato all’albero maestro della nave per resistere al canto ammaliatore e guidare i propri compagni fuori dai pericoli, è figura di Cristo appeso al legno della Croce per la salvezza dell’umanità.

L’ultimo viaggio di Pascoli presenta un Ulisse vecchio, insofferente e inquieto che, ripercorrendo a ritroso le tappe del proprio mitico viaggio per saggiarne la verità, fa infine ritorno all’isola di Calypso, la Nasconditrice, dove si abbandona alla morte, nella piena consapevolezza dell’illusorietà di ogni conoscenza.

Guido Gozzano, nella sua Ipotesi, trasforma Odisseo in un libertino che girovaga per il Mediterraneo su un lussuoso yacht per poi volgersi, per l’ultimo volo, all’America; nell’Ulisse di James Joyce il racconto di un’unica odissiaca giornata diventa metafora del naufragio della quotidianità; Louise Glück, nella raccolta poetica Meadowlands, si serve del mito omerico per riflettere sull’incomunicabilità e la crisi rovinosa di un legame matrimoniale.

Con il tocco profondo e leggero della poesia, tutti questi autori, parlando di sé, dei propri pensieri, delle proprie disillusioni, ci raccontano un’Odissea che è un’altra Odissea.

E Nolan? Anche Nolan parla di sé, delle sue disillusioni e delle angosce della quotidianità, ma senza poesia e con il tradizionale repertorio muscolarmaschile di inseguimenti, scazzottamenti e ammazzatine che, non so perché, questa volta mi sono lasciata convincere ad andare a vedere.

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