“Sta arrivando una tempesta”. Odissea di Christopher Nolan

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Pubblichiamo due recensioni del film con cui il regista Christopher Nolan − che ha al suo attivo film di grande successo come BatmanInceptionInterstellar e Oppenheimer − si è misurato con un testo classico come l’Odissea. Le due recensioni hanno un taglio ed esprimono giudizi molto diversi. Anita Prati (qui) si misura con l’opera di Nolan a partire dalla sua competenza di classicista e Andrea Franzoni con lo sguardo del critico cinematografico e del teologo.

«Sta arrivando una tempesta Signor Wayne», sono le parole che Selina Kyle (Catwoman) sussurra a Bruce Wayne (Batman) per avvisarlo che il mondo che ha conosciuto fino ad ora sta finendo, che non è più possibile vivere al di sopra delle proprie possibilità, che i pochi non possono continuare a disporre di quello che spetta a tutti gli altri.

Il crollo del mondo, la fine della società occidentale segnata dalla disparità tra ricchi e poveri è sempre stato al centro della trilogia cinematografica di Batman diretta da Cristopher Nolan e non sembra neppure un caso che il personaggio di Selina sia interpretato proprio da Hanna Hatawey, la stessa attrice che interpreta Penelope nell’ultimo film del regista anglosassone, Odissea. Anche l’ultima criticata pellicola di Nolan è una rappresentazione di questa fatalità: tutto ciò che è grande è anche tragico e il livello più alto che una civiltà può raggiungere è anche il l’apice dal quale inizierà il suo declino: perché l’uomo, per Nolan, non può guarire il mondo che ha costruito con i mezzi che sono diventati anche quelli della propria fine.

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Iniziare da Batman per parlare dell’ultimo film di Nolan è necessario, perché la trilogia che ha reso il regista famoso e apprezzato, torna ad affacciarsi diverse volte nella sua versione dell’Odissea e non è l’unica opera di Nolan richiamata nella sua ultima pellicola. Odissea, infatti, più che tradurre l’opera di Omero sembra rappresentare il desiderio di Nolan di mettere in scena la fonte simbolico-narrativa di tutte le sue pellicole prodotte fino ad ora: svelare la stele di rosetta attraverso la quale il regista ci fornisce tutte le cifre interpretative del suo cinema, come se Nolan abbia pensato e realizzato i suoi film precedenti proprio alla luce dell’opera di Omero.

Che il riferimento alla saga di Batman: Il cavaliere oscuro fosse evidente in Odissea era chiaro fin dal primo trailer, in cui veniva mostrato Agamennone in armatura, un armatura che richiamava palesemente le linee dell’armatura di Batman. L’Agamennone di Nolan è infatti il simbolo della volontà ferrea di raggiungere a tutti i costi il proprio scopo, anche a costo di immani sacrifici e la vicenda di Agamennone si intreccia a quella di Bruce Wayne in molti punti. Wayne è consapevole che il simbolo che incarna lo può distruggere, che prima o poi dovrà levarsi l’armatura, uccidere simbolicamente Batman, è la stessa vicenda di Agamennone, inamovibile nella sua armatura simbolica, segno di incorruttibilità ma anche rigida prigione. Quando verrà spogliato dalla propria armatura al ritorno vittorioso da Troia, ritorna ad essere un uomo come tutti gli altri e verrà ucciso a causa della sua fede cieca nella causa che lo ha portato, si a vincere la guerra, ma a perdere contemporaneamente la sua umanità.

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Ci sono poi ulteriori corrispondenze quasi geometriche tra la saga noliana di Batman e Odissea, tra i pretendenti che assediano Itaca e la Setta delle ombre che vuole conquistare Ghotam avviandone l’ultimo e definitivo declino, tra i poliziotti chiusi nel ventre sotterraneo della città di Gotham nell’ultimo atto della saga, come gli Achei nella pancia del cavallo che usciranno infine, i primi per riprendersi la città, i secondi per distruggerla.

Ancora, in una delle scene finali di Odissea uno dei pretendenti riesce a trovare le armi del castello nascoste per permettere a Ulisse di sterminare i pretendenti inermi, questo per fornire le armi ai suoi compagni apre un foro nel soffitto per calare nella sala del trono le armi per fronteggiare Ulisse, sono le armi della sua casa, le armi con cui ha fondato il suo regno. La stessa scena è presente nell’ultimo film di Batman girato da Nolan, i nemici di Gotham fanno saltare il soffitto dell’arsenale di Bruce Wayne per usare le sue stesse armi –  da lui usate per salvare la città dal crimine –, per assediare la città.

É un grande tema Noliano e la scena di Odissea, giudicata da molti ridicola, pur essendo discutibile per come è costruita è perfettamente coerente con la simbologia adottata dal regista: ogni risorsa usata inizialmente per guarire dal male, diventa infine il male stesso, tema questo poi sviluppato in massimo grado in Opphenaimer. Ulisse rischia di essere ucciso dai pretendenti ma solo perché è lui stesso a possedere le armi che possono ucciderlo, le stesse armi che un tempo hanno affermato la sua regalità. Allo stesso modo in Tenet l’umanità che avanza nel tempo è anche quella che torna suoi passi nell’inversione temporale, l’umanità artefice contemporaneamente di un doppio movimento che porta salvezza gettando però contemporaneamente le premesse della propria distruzione.

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Le corrispondenze sinottiche di Odissea si estendono dunque a tutte le precedenti pellicole di Nolan.

Il palazzo di Ulisse a Itaca ricalca le geometrie della fortezza dell’ultimo livello del sogno dell’iconico Inception. Nel film l’assalto alla fortezza serve ad uno dei protagonisti per risolvere l’enigma/conflitto con il padre, così come nel palazzo di Ulisse si consuma l’enigma/conflitto di Telemaco con il padre Ulisse che lui non ha mai conosciuto e il cui spettro impedisce a Telemaco: da una parte di essere autenticamente figlio e dall’altra di essere riconosciuto come erede al trono di Itaca. C’è il cavallo di legno, la grande illusione che richiama l’enigmatico contenitore che custodisce la macchina che permette il numero illusorio in The Prestige, illusione che come il cavallo di legno ideato da Ulisse nasconde in realtà la morte.

C’è poi il tema centrale dell’Odissea che è il tema centrale dei film di Nolan: il nostos, il ritorno a casa. Tutti i personaggi di Nolan devono fare ritorno alle proprie dimore ma senza mai riuscirci del tutto. Il già citato Bruce Wayne deve tornare a Gotham City dopo essersene auto esiliato e ci tornerà nel nascondimento, con una maschera, imprenditore dissoluto e traditore della memoria del padre filantropo da un lato, guerriero mascherato incorruttibile dall’altro. Inception inizia con il protagonista Cobb che naufraga su una spiaggia, anche lui deve tornare dai suoi i figli ma un verdetto di colpevolezza grava su di lui impedendogli il ritorno. In Dunkirk invece, nel pieno della seconda guerra mondiale, Nolan racconta l’evacuazione dell’esercito inglese intrappolato sulla spiaggia di Dunkerque.

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Tutti i personaggi di Nolan hanno difficoltà a tornare nel loro luogo di origine perché dell’origine hanno perso la memoria, memoria che deve essere ricostruita come nel riuscito Memento, mentre in Interstellar e Tenet i protagonisti devono sconfiggere le leggi della temporalità per ritrovare la strada di casa. Infine Ulisse stesso potrà tornare a Itaca quando rimetterà insieme i pezzi della sua memoria perduta, vittima dell’oblio di Calipso.

Ma se Odissea è la grande ermeneutica dell’opera tutta di Nolan, aspetto questo che forse per molti costituisce il problema più grande del suo ultimo lavoro, il film rappresenta anche l’introduzione di un reale elemento di novità nel suo cinema: la dimensione del sacro, elemento che secondo molti critici è proprio quello che manca in questa versione dell’Odissea e che in realtà è presente quasi in modo ossessivo. Così se il film sembra ripetere e riportare alla loro origine narrativa gli elementi fondamentali della filmografia del regista, rappresenta però anche il punto di rottura con le pellicole che la precedendo.

Fino a Odissea il cinema di Nolan è sempre stato rigorosamente secolare, razionalista e determinista. Perfino in Interstellar, la forza che trascende il tempo e lo spazio (l’amore) veniva spiegata attraverso una fisica a cinque dimensioni; gli alieni non sono dei, ma umani del futuro, come quelli capaci di invertire il corso del tempo in Tenet, mentre in Oppenheimer, la fisica quantistica sostituisce la metafisica.

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Con Odissea Nolan abbraccia un’ontologia che non può e non vuole spiegare completamente: la presenza del Divino all’interno dell’uomo, la dea Atena, giovane ragazza incorrotta simbolo della coscienza e dell’anima che appare a Ulisse per guidarlo. Ogni uomo porta i segni del divino, nascosti sotto la maschera umana.

La stessa rappresentazione di Polifemo tanto criticata è in realtà coerente con il simbolismo del film, Polifemo è figlio di Nettuno, un essere che significa la visibilità, la tangibilità del divino, ma appare come una creatura malata, vecchia, un essere consumato e deforme che Ulisse non riesce a comprendere perché incapace di abbandonarsi alla meraviglia, anche terribile del sacro. Così le avversità che Ulisse attraversa, i mostri, sono tali perché Ulisse non può che vedere la realtà se non nel suo aspetto mostruoso, è il rigore della sua mente analitica, il desiderio del controllo totale sul mondo che ne deforma gli elementi tanto da renderli mostruosi e letali. In ogni cosa si cela il divino e la tragedia di Ulisse è la tragedia dell’ospite, di colui che cerca asilo e di colui che lo deve offrire, vittime entrambi di una incomunicabilità che non può che avere effetti mortali per l’uno e per l’altro.

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Nell’antica Grecia, la legge dell’ospitalità (Xenia) non è una semplice norma sociale, ma un vero e proprio dogma religioso tutelato da Zeus, la legge di Zeus pedissequamente citata nel film. Il motivo per cui si accoglie lo straniero non è solo pietà, ma il timore della theoxenia: il dio può celarsi nell’ospite, nel mendicante, nel viandante, offendere quest’ultimo è offendere il dio celato in lui e subire le conseguenze di questa offesa.

Anche Ulisse cela la sua identità dietro una maschera e la mancata ospitalità da parte della sua stessa casa, assediata dai pretendenti,  ne segnerà la fine alla stregua di una punizione divina. Ma se Agamenone/Batman ritorna alla propria identità con la rimozione della maschera, che lo porta alla morte, la rimozione della maschera di Ulisse, la rivelazione della sua identità non provoca la morte dell’eroe, ma quella dei pretendenti.

La morte di Ulisse si è infatti già compiuta, per lui non è sufficiente riacquistare la memoria della propria origine per tornare a casa, a differenza degli altri eroi noliani dopo aver riacquistato la memoria, Ulisse deve perdere però ogni volontà di affrontare il fato con le proprie forze, deve morire a se stesso accettare le proprie colpe, dovrà liberarsi di quella stessa hybris che lo ha portato a commettere le atrocità di Troia, ad intraprendere un viaggio di ritorno guidato dalla certezza del controllo totale su suoi uomini e sugli eventi.

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Odissea rappresenta una sorta di maturazione metafisica di Nolan. Se per vent’anni il regista ha cercato di dimostrare che la mente umana o la scienza potessero spiegare ogni mistero del tempo e dell’universo, con Odissea Nolan deve affrontare il mistero per antonomasia: l’idea che esistano leggi trascendenti (la legge di Zeus, la sacralità dell’Altro, il culto dei morti) a cui l’ingegno umano deve piegarsi per non cadere nella hybris distruttiva. I popoli del mare tanto temuti da Penelope e il figlio Telemaco, distruttori del vecchio ordine del mondo non sono che lo stesso Ulisse tanto atteso.

Con Odissea Nolan conferma di essere un regista profondamente radicato nella classicità in cui la maschera e la tragedia sono le coordinate in cui i suoi personaggi si muovono, inseguendo un orizzonte di liberazione da se stessi che può essere trovato solo nel conseguimento della sfida più difficile, nella sconfitta del nemico più grande: nella morte dell’ego.

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