Sulle cinque piaghe /2: per una fede pensata

grunewald

Dopo la mancanza di stima (cf. qui su SettimanaNews), la seconda ferita che segna le nostre chiese locali è meno evidente della prima e, proprio per questo, più insidiosa: la progressiva scomparsa della riflessione teologica all’interno delle nostre comunità cristiane. Non si nega nulla, non si contesta nulla: semplicemente non si pensa più, e si continua a fare.

Una piaga che Rosmini aveva già visto

Anche questa ferita non è nuova. Nel suo esame delle cinque piaghe della Chiesa, Antonio Rosmini indicava tra le più gravi l’insufficiente formazione del clero: non tanto una mancanza di istruzione in senso generale, quanto la sostituzione di una formazione teologica viva, capace di generare pensiero, con un addestramento meccanico alle pratiche del ministero. Un clero preparato a celebrare, ad amministrare, a rispondere ai casi di coscienza previsti dai manuali, ma sempre meno capace di pensare in profondità la fede che pure è chiamato ad annunciare.

Rosmini non condannava la pratica in sé, che resta necessaria, ma la sua separazione da un pensiero che la sostenga e la illumini dall’interno: una pastorale senza teologia, diceva in sostanza, rischia di ridursi a un insieme di gesti ripetuti per abitudine, sempre più simili a una routine amministrativa e sempre meno a un annuncio del Regno di Dio.

Quello che Rosmini denunciava a proposito della formazione dei preti si è oggi allargato a macchia d’olio, e riguarda tutti coloro che si spendono per la vita delle nostre comunità: diaconi permanenti, catechisti, animatori, membri dei consigli pastorali, e gli stessi presbiteri e vescovi che, una volta usciti dal seminario, si trovano a operare senza più il tempo, gli strumenti o semplicemente l’abitudine di interrogarsi teologicamente su quello che fanno. Non per pigrizia o per cattiva volontà, ma perché il ritmo della pastorale, fatto di scadenze e di urgenze, lascia sempre meno spazio a ciò che non produce un risultato immediato; e il pensiero teologico, per sua natura, ha bisogno di tempi lunghi per maturare.

Quando l’attivismo sostituisce il pensiero

Benedetto XVI, nella Caritas in veritate, metteva in guardia da una civiltà che rischia di perdere una visione unitaria del mondo, frammentata in mille tecniche efficaci ma prive di un centro, di quella sapienza che è in grado di dare sapore e senso alle cose che si fanno (nn. 30-31). Qualcosa di simile può accadere alla pastorale: si moltiplicano format, linguaggi, strumenti sempre più affinati, mentre si assottiglia la domanda più semplice e più necessaria, quella che dà senso a tutto il resto: che cosa stiamo davvero annunciando, e perché proprio in questo modo?

Byung-Chul Han, filosofo tedesco di origine coreana, ha descritto la nostra epoca come dominata da un’iperattività che scambia il fare instancabile per un segno di vitalità, mentre in realtà lo priva della possibilità di fermarsi, di pensare, di lasciar maturare qualcosa che non sia immediatamente misurabile (Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose). Una pastorale contagiata da questo stesso ritmo rischia di produrre molte iniziative e poca fede: si organizza tutto, si pensa poco, non si approfondisce nulla.

Karl Rahner osservava che il cristiano di domani sarà un mistico, cioè una persona che ha fatto esperienza di Dio, oppure semplicemente non sarà. Vale la pena applicare questa intuizione anche a chi la fede la propone agli altri: un catechista, un animatore, un prete, un diacono che non hanno più occasione di lasciarsi interrogare in profondità dal mistero che annunciano, finiscono per trasmettere informazioni religiose invece che una fede viva, per quanto il loro impegno personale resti sincero e generoso. Non è una questione di quantità di libri letti, ma della qualità del rapporto tra ciò che si fa e ciò che si pensa: quando questo rapporto si spezza, la pastorale continua a funzionare in superficie, ma perde progressivamente la capacità di sostenere la fede nel tempo.

Pensare la fede non è un esercizio riservato a chi studia teologia per professione, ma un movimento che appartiene a ogni credente che prenda sul serio la propria fede: chi crede, prima o poi, sente il bisogno di capire meglio in che cosa sta credendo, e ha il diritto di essere aiutato a farlo. Una comunità che non offre più questo aiuto, magari perché ha smesso per prima di cercarlo, lascia i propri fedeli soli davanti a domande che la fede stessa suscita, e che senza un pensiero che le accompagni rischiano di restare senza risposta, o peggio di trovare risposta altrove.

Il vescovo, primo teologo della sua Chiesa

C’è un documento che dice tutto questo con autorità, e che stranamente non compare quasi mai nei discorsi sulla formazione: il Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi Apostolorum successores, pubblicato dalla Congregazione per i Vescovi il 22 febbraio 2004. Non è un testo di teologi per teologi: è un manuale pratico di governo, pensato per aiutare i vescovi a vivere il loro ministero.

Eppure, riletto da questa prospettiva, sorprende. Un’intera sezione (nn. 49-54) è dedicata alla formazione permanente del vescovo, articolata in quattro dimensioni – umana, spirituale, intellettuale e dottrinale, pastorale – che il testo chiede espressamente di perseguire in modo unitario. La formazione teologica non è dunque il supplemento facoltativo per i vescovi/teologi, mentre gli altri si dedicano alla gente e all’amministrazione: è una delle quattro colonne, e la sua assenza fa pendere l’intero edificio.

Ma il passaggio più severo sta qualche numero prima, al n. 39. Il vescovo, vi si legge, deve giudicare ogni cosa alla luce della fede e interpretare i segni dei tempi; ma il testo aggiunge subito una condizione: ne sarà capace se coltiva con diligenza il proprio sapere teologico e lo accresce con dottrine antiche e nuove. Il discernimento non è un carisma che dispensa dallo studio: è una capacità che lo studio rende possibile. Il vescovo non discerne perché è vescovo; discerne se ha di che discernere.

Il n. 52 è ancora più esplicito. L’aggiornamento teologico, spiega, serve al vescovo per quattro cose: approfondire il mistero rivelato e custodire il deposito della fede; tenere con i teologi un rapporto di collaborazione rispettoso e fecondo; vigilare perché le proposte teologiche restino conformi alla Tradizione; e – questa è la formula decisiva – fondare la propria funzione magisteriale. Fondare: non esercitare, non esibire. Il Direttorio dà per scontato che un magistero possa essere autentico e insieme mal fondato, e chiede al vescovo di non accontentarsi del primo aggettivo.

Tra i mezzi della formazione permanente, il n. 54 chiede di seguire con lo studio il cammino stesso della teologia, e il n. 57, afferma che il buon governo esige di curare più la qualità che la quantità dei pronunciamenti, per non adottare soluzioni pastorali soltanto formali, che non toccano l’essenza dei problemi.

Ora se mettiamo tutto questo accanto a ciò che si sente dire in certi ambienti, si comprende la gravità di questa seconda piaga della chiesa locale. La teologia non è un lusso che coltiva il presbitero o il laico che non ha impegni in parrocchia. I teologi non sono quelli che non fanno altro che complicare le cose che sarebbero semplici. Chi parla così – anche se è un vescovo – crede di esprimere un giudizio sugli altri. In realtà sta dicendo qualcosa di sé. Perché il vescovo è il primo teologo della sua Chiesa: non per titolo accademico, ma per ministero. È lui il dottore autentico, è lui il moderatore dell’intero ministero della Parola, è lui che risponde davanti a Dio della qualità dell’annuncio in una diocesi. Disprezzare la teologia non è, per un vescovo, un’opinione culturale fra le tante: è segare il ramo su cui è seduto il suo stesso magistero.

Il risultato è un cortocircuito. La funzione di maestro della fede resta, e resta valida; ma gira a vuoto. L’autorità rimane, l’argomento sparisce. Il criterio con cui si valutano le proposte non è più la verità ma la fattibilità o la sostenibilità economica, e a quel punto la domanda su che cosa stiamo annunciando viene sostituita da quella su quanta gente è venuta.

L’uso politico della teologia

La poca attenzione che le nostre Chiese locali danno agli studi teologici, inoltre, procede parallelamente all’incremento dell’uso strumentale del lessico religioso in ambito politico. I due fenomeni non sono soltanto contemporanei: il secondo si nutre del vuoto lasciato dal primo. Una fede che non viene più pensata non scompare, si deposita: sopravvive come giacimento di parole e di simboli – la croce, il rosario, le radici cristiane – di cui si è però perduta la grammatica, e che proprio per questo restano disponibili a chiunque voglia impiegarli.

Quando nessuno sa più dire con precisione che cosa il Vangelo neghi, ogni impiego del suo vocabolario diventa plausibile, e si compie la regressione dal Vangelo al sacro: la croce appesa in un’aula non è più il segno del Crocifisso ma il cippo che marca un territorio; il rosario esibito da un palco non è preghiera ma insegna. Si assume il segno cristiano per compiere un’operazione – sacralizzare il confine, benedire l’inimicizia – che il cristianesimo aveva rivelato e disinnescato.

Sul versante interno la medesima carenza produce l’effetto speculare: dove la fede cessa di essere pensata, il credere si risolve in consolazione, e alla domanda sulla verità subentra quella sull’efficacia. È la condizione che il sociologo Luca Diotallevi descrive come religione «a bassa intensità», priva di pregnanza politica e di abrasività evangelica (La Chiesa si è rotta. Frammenti e spiragli in un tempo di crisi e opportunità).

Una religione così, però, non è meno politica delle altre: è politica in modo inconsapevole, e per ciò stesso manovrabile. Non si tratta dunque di rivendicare alla teologia un ruolo politico diretto, ma di riconoscere che essa, quando è seriamente esercitata, custodisce la riserva escatologica – nessun ordine politico è definitivo, nessuna appartenenza coincide con il Regno – e tiene desta quella memoria delle vittime che impedisce di leggere la storia dalla parte dei vincitori.

Lo studio della teologia non è un lusso per specialisti né una parentesi tollerata nella formazione del clero, ma la condizione di possibilità di una parola pubblica non ricattabile. Un presbiterio/vescovo/diacono/laico che non studia non diventa soltanto più povero: diventa disarmato, incapace di riconoscere quando il proprio linguaggio viene rivolto contro il Vangelo.

La cura non può essere improvvisata

Anche qui, come per la prima piaga, non servono documenti. Serve piuttosto reintrodurre, con costanza, alcune pratiche che permettano al pensiero teologico di tornare a nutrire la pastorale quotidiana, senza per questo trasformare ogni comunità in un’aula di teologia. Anche in questo cammino di guarigione propongo otto passaggi, pensati non per pochi addetti ai lavori ma per l’insieme di chi, in una comunità, si prende cura dell’annuncio della fede.

1. Una formazione teologica permanente

La formazione teologica viene spesso pensata come una tappa da superare – il seminario, un corso, un percorso diocesano – dopo la quale si passa alla pratica, come se pensare la fede fosse un prerequisito e non un compito di tutta la vita. Andrebbe invece garantito, a preti, diaconi e laici impegnati in pastorale, un tempo regolare di studio che continui ben oltre la formazione iniziale: non aggiornamenti tecnici su come organizzare meglio un’attività, ma occasioni reali di approfondimento della Scrittura, della teologia, della storia della Chiesa, capaci di rimettere in moto il pensiero. Anche un piccolo gruppo di lettura, che si incontra con regolarità attorno a un testo impegnativo, può fare più bene, nel tempo, di molte giornate di aggiornamento pratico. Vale la pena ricordare che il Direttorio, citato sopra, lega il dovere della formazione permanente a ogni livello di responsabilità ecclesiale (n. 49): il livello non esonera, obbliga. Chi convoca gli altri all’aggiornamento ne è il primo destinatario.

2. Chiedersi, prima di agire, quale immagine di Dio si comunica

Prima di lanciare una nuova iniziativa, sarebbe utile che chi la propone si fermasse a chiedersi che cosa essa dice, implicitamente, di Dio, della Chiesa, dell’essere umano: un’iniziativa pensata solo in termini di partecipazione o di visibilità può comunicare, senza volerlo, un’immagine di Dio tappabuchi. Non è un esercizio accademico, ma una domanda molto concreta, che richiede pochi minuti e che può cambiare in profondità il modo in cui un’iniziativa viene pensata, proposta e infine vissuta da chi vi partecipa.

3. Ritagliarsi del tempo di studio personale

Molti preti e diaconi, ordinati con una solida preparazione teologica, si trovano dopo pochi anni di ministero a non aprire quasi più un libro di teologia, sopraffatti dagli impegni pastorali e amministrativi. Custodire, anche solo con alcune ore alla settimana dichiarate intoccabili, un tempo di studio personale non è un privilegio accademico né un lusso da giustificare, ma una condizione perché la predicazione e l’accompagnamento delle persone non si esauriscano nel ripetere sempre le stesse formule, imparate una volta per tutte e mai più rimesse in discussione. Vale per i preti e per i diaconi; vale, a maggior ragione, per chi li ha ordinati.

4. Lectio divina e approfondimento nei consigli pastorali

I consigli pastorali e gli organismi di partecipazione – anche quelli diocesani – spesso si aprono con una breve preghiera, per poi passare rapidamente all’ordine del giorno, fatto di organizzazione e di programmazione. Introdurre invece un tempo reale di lectio divina o di approfondimento biblico-teologico, non simbolico ma sostanziale, cambia il tono di tutto l’incontro che segue: le decisioni prese dopo essersi lasciati interrogare dalla Parola sono, quasi sempre, decisioni diverse da quelle prese partendo direttamente dall’agenda.

5. Curare l’omelia come luogo teologico

L’omelia resta, per la maggior parte dei fedeli, l’unico momento regolare in cui la fede viene pensata ad alta voce e condivisa. Quando si riduce a un’esortazione generica, priva di un reale approfondimento biblico e teologico, si perde un’occasione insostituibile. Non si tratta di trasformare l’omelia in una lezione, ma di prendersi sul serio il compito di tradurre in linguaggio accessibile un pensiero teologico autentico: le due cose, contrariamente a quanto si crede, non si escludono affatto.

Spesso, dopo aver ascoltato un’omelia, mi chiedo per quale motivo le indicazioni contenute nella Evangelii gaudium valgano per tutti i predicatori tranne che per i vescovi. Nel capitolo terzo dell’Esortazione, dedicato all’annuncio del Vangelo, la sezione sull’omelia (nn. 135-144) è di una chiarezza disarmante: al n. 138, trattando del contesto liturgico, il papa chiede che la predicazione sappia «essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione». Eppure, certe omelie sembrano pensate più per essere lette e studiate a tavolino che per essere ascoltate in un’assemblea liturgica.

6. Far dialogare teologia accademica e pastorale

Troppo spesso la teologia accademica e la pastorale si ignorano a vicenda, come se appartenessero a due mondi separati che si incontrano solo per caso. Invitare, anche solo occasionalmente, teologi e teologhe a parlare non ai soli addetti ai lavori ma alle comunità cristiane, e viceversa portare le domande reali delle comunità dentro la riflessione teologica, arricchisce entrambi i mondi e restituisce alla teologia il suo compito originario, che non è mai stato quello di restare confinata nelle aule.

Non è un’idea originale, come si diceva: il Direttorio dei vescovi colloca i paragrafi sull’opera dei teologi dentro il capitolo dedicato al ministero di insegnamento del vescovo. Le facoltà teologiche non sono un corpo estraneo alla diocesi, tollerato per tradizione: sono un organo del suo magistero. Trattarle come una spesa da contenere è, letteralmente, un autolesionismo.

7. Recuperare la catechesi degli adulti come luogo di approfondimento

Buona parte delle energie catechistiche di una comunità viene assorbita dalla preparazione dei bambini ai sacramenti, mentre la catechesi degli adulti resta spesso residuale o del tutto assente. È un’inversione che andrebbe corretta: sono gli adulti, in particolare i genitori, ad avere il compito di trasmettere la fede, e non potranno farlo se restano fermi a una comprensione acquisita nell’infanzia.

Un percorso serio di catechesi degli adulti è forse l’investimento più efficace, a lungo termine, per guarire questa piaga: non come corso straordinario riservato a chi si prepara al battesimo o alla cresima da adulto, ma come proposta stabile, offerta a tutta la comunità, che dica con chiarezza che la fede si impara e si coltiva per tutta la vita, e non solo fino ai banchi delle elementari.

8. Coltivare il silenzio come condizione del pensiero

Nessuna teologia nasce nell’urgenza. Perché il pensiero teologico possa maturare servono spazi di silenzio reale, non riempiti da altre attività: momenti di ritiro, giornate di deserto, la semplice abitudine di lasciare margini vuoti nell’agenda pastorale invece di occuparli sempre con qualcosa di nuovo da fare. Una comunità che non si concede mai il silenzio non troverà il tempo di chiedersi che cosa stia davvero facendo, e continuerà a correre senza sapere bene verso dove.

Pensare per continuare a credere

Chiudo con una convinzione simile a quella che chiudeva il primo articolo di questa serie: la teologia non è un lusso riservato a pochi specialisti, ma il modo in cui la Chiesa intera prende sul serio ciò che sta vivendo e annunciando. Una pastorale che smette di pensare non diventa per questo più semplice o più efficace: diventa solo più fragile, esposta a ripetere gesti di cui ha perso il significato, oppure a rincorrere ogni novità senza un criterio che la orienti. Nessuno dei passaggi qui proposti richiede di trasformare le comunità in studi teologici: chiedono solo di ridare al pensiero lo spazio che gli spetta, accanto e dentro l’azione, non prima né dopo di essa.

Vale per ogni comunità e per ciascun battezzato. Vale in modo particolare per chi, in una Chiesa locale, ha ricevuto il compito di insegnare: se il maestro smette di imparare, l’intera catena della trasmissione si interrompe, e a interrompersi non è la sua autorità, che resta intatta, ma la sua parola, che a poco a poco non raggiunge più nessuno.

Come per la stima, anche qui non ci sono scorciatoie né risultati immediati: il pensiero teologico, quando è autentico, matura in tempi lunghi, spesso più lunghi di quelli di un mandato pastorale o di un progetto diocesano. Ma è proprio questa pazienza a distinguere una fede pensata da una fede semplicemente ripetuta. Si può cominciare da un solo libro riaperto, da una sola domanda lasciata cadere in un consiglio pastorale o presbiterale invece che archiviata in fretta: da lì, con calma, si può ricominciare a pensare la fede.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento