Da cosa dipende la nostra democrazia

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Il presidente della Conferenza episcopale tedesca mons. Heiner Wilmer (foto Katholisches Büro Berlin/Markus Altrmann).

Discorso del presidente della Conferenza episcopale tedesca Heiner Wilmer in occasione del “St. Michael-Jahresempfang” a Berlino che raccoglie ospiti dal mondo tedesco della politica, dell’economia e finanza, delle Chiese e religioni all’inizio dell’anno parlamentare.

Gentili signore e signori,

Berlino. Un mercoledì mattina. Sono passate da poco le otto. Svolto nella Friedrichstraße. Manca ancora qualche minuto al primo appuntamento. Osservo il brulichio della grande città. Davanti ad un caffè-panetteria si è formata una breve fila. Una donna ordina due panini, un cornetto e un caffè.

Un anziano signore scorre le riviste nell’espositore, prende un quotidiano, lo sfoglia brevemente e lo ripone. Qualche metro più avanti persone accalcate in attesa del tram. Berlino inizia la sua giornata. Come ogni mattina.

Col volto nello schermo

In fondo, è un piccolo miracolo. Non perché qui regni l’armonia – probabilmente Berlino stessa sarebbe stupita di essere descritta in questo modo. Le persone – il più delle volte – si fermano al semaforo rosso. Lasciano – non sempre – scendere gli altri passeggeri dal tram prima di salire. Sì, nella maggior parte dei casi hanno riguardo per gli altri, anche se quasi sicuramente non si incontreranno mai più. Sì, la nostra convivenza non inizia in Parlamento, inizia piuttosto sul marciapiede.

Vi è però un dettaglio che vi ho taciuto. La donna alla cassa della panetteria: basta un breve bagliore dello smartwatch. L’anziano signore che ripone il giornale: le notizie sono già state raccolte nel feed sul suo cellulare da un bel po’. E le persone che aspettano alla fermata hanno gli occhi fissi sui display: quando passa il tram? Quale tragitto mi fa risparmiare tre minuti? Prima o poi, quasi tutti gli sguardi volgono verso uno schermo. Ed io, lo confesso, faccio altrettanto.

Prima di approfondire questa riflessione, in veste di Presidente desidero esprimere un ringraziamento a nome di tutta la Conferenza episcopale tedesca. Naturalmente vi ringrazio per aver accolto il nostro invito dopo una lunga giornata. Soprattutto, però, vi ringrazio per il vostro impegno quotidiano in favore della nostra società. Sono grato per la fiducia e la collaborazione con tutti voi: nelle istituzioni politiche, nelle Chiese e comunità religiose, ma anche nel mondo dell’economia, delle scienze, dei media, delle organizzazioni sociali e nella società civile. Insieme ci impegniamo per una democrazia resiliente.

La strada e il Parlamento

Proprio in tempi segnati da grandi sfide, la responsabilità richiede anche empatia. Mi rendo conto che non è sempre facile veicolare questo messaggio poiché l’empatia spesso viene interpretata come debolezza, ma non dobbiamo dimenticare che dietro ogni decisione ci sono persone che, proprio come voi, giorno dopo giorno soppesano, si battono, dubitano e decidono. Come Chiesa Cattolica, e penso di poter parlare anche a nome dei nostri fratelli e sorelle ecumenici, noi questo lo vediamo.

E sappiamo che raramente la responsabilità inizia sui grandi palcoscenici. Ha piuttosto inizio là dove le persone sentono di essere chiamate al bene altrui. Di questo vi ringrazio sentitamente.

Forse ogni epoca inizia con una grande invenzione. E finisce con l’abitudine, che diventa così scontata da non essere più messa in discussione. Forse la perdita della libertà non comincia soltanto là dove non ci è più consentito prendere decisioni, ma già molto prima. Deleghiamo i nostri giudizi: il percorso che seguiamo, le notizie che leggiamo, la realtà che percepiamo. E, ad un certo punto, s’insinua un pensiero: la macchina saprà di sicuro cosa va bene per me.

Ciò solleva una domanda scomoda: cosa succede alla democrazia se le sue cittadine e i suoi cittadini perdono la capacità di giudicare? Le tentazioni del nostro tempo, infatti, non si presentano nelle vesti di dittatura, si manifestano piuttosto come apparente comfort ed efficienza di facciata.

Quotidianamente ci imbattiamo in vere e proprie promesse di salvezza. Eppure, dietro molte di queste promesse si celano nuove dipendenze. In Fratelli tutti papa Francesco rileva che “il cumulo opprimente di informazioni che ci inonda non equivale a maggior saggezza” (FT 50). Proprio per questo motivo, non dobbiamo ridurre i dibattiti dei giorni nostri alla potenza di calcolo o alla regolamentazione. Serve un dibattito antropologico. Ecco perché papa Leone XIV inizia la sua enciclica Magnifica humanitas rivolgendo il proprio pensiero non agli algoritmi, ma alla persona umana. “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme” (MH 1).

La torre di Babele: non un progetto architettonico, ma un’immagine dell’umanità, simbolo della convinzione che l’essere umano potesse costruire il proprio futuro solo con le proprie forze. Più veloce. Più in alto. Più lontano. Ma senza misura. Senza relazioni.

E senza Dio. Leone XIV ci richiama a un criterio più antico di qualsiasi rivoluzione digitale: non tutto ciò che l’essere umano è in grado di fare è a suo beneficio. La misura del progresso, infatti, non è il se i nostri strumenti diventeranno più intelligenti. Questo succederà comunque. Abbiamo ormai superato l’era della tecnofobia. Piuttosto, il progresso è determinato dal se l’uomo diventerà più umano.

Il volto e la dignità di ogni essere umano

Signore e signori, sapete qual è il segreto meglio custodito della Chiesa Cattolica? Ebbene, ormai non è nemmeno più tanto segreto: è la Dottrina sociale cattolica. Da oltre cent’anni la Dottrina sociale della Chiesa offre una cornice di orientamento, tanto semplice quanto impegnativa, per la convivenza sociale e ci esorta a non dimenticare l’umanità della persona.

Il suo punto di partenza è la dignità dell’essere umano. È proprio da qui che prende le mosse anche Papa Leone XIV nella sua nuova enciclica, chiedendo a che cosa si orienta il nostro agire. Perché la libertà, intesa come possibilità di fare e non fare tutto, non basta. Una società ha bisogno di orientamento, di parametri in base ai quali gli esseri umani possano giudicare e agire. Tre riflessioni in merito.

Libertà e verità

Prima riflessione: La verità è l’infrastruttura della libertà. Una società libera vive del fatto che gli uomini possano sostenere opinioni diverse. La libertà però presuppone qualcosa: una realtà condivisa. Non si tratta di una sfida nuova dell’era digitale.

Già Hannah Arendt aveva evidenziato che non può esistere la libertà politica senza una base comune di fatti. “I fatti informano le opinioni. (…) La libertà di opinione è una farsa a meno che l’informazione fattuale non venga garantita”. Elaborando questo pensiero possiamo dire che quando i fatti vengono distorti, soppressi o sostituiti dalla disinformazione, la libertà di espressione perde il suo significato democratico. Infatti, quando la verità diventa arbitraria, lo diventa anche la libertà.

Già la Bibbia offre una concezione della verità straordinariamente attuale. Il termine ebraico è אֱמֶת (‘emet). Nella Torah, ‘emet non denota solo la corrispondenza tra un’affermazione e uno stato di fatto, ma racchiude anche i campi semantici dell’affidabilità, della stabilità e della fedeltà. Nel pensiero biblico, dunque, la verità, ‘emet, assume una dimensione relazionale che si manifesta nel fatto che qualcosa o qualcuno sia affidabile e rimanga costante. Tra l’altro, lo si vede anche nel nesso linguistico con la famiglia lessicale ebraica אמן (‘mn / aman), dalla quale deriva anche la parola “amen”. Questa famiglia lessicale è espressione di saldezza, conferma e affidabilità. Chi dice “amen”, quindi, esprime: ciò che è stato detto è vero. Ma anche: su questo faccio affidamento.

Questa dimensione della verità è esattamente ciò di cui ha bisogno una società: non solo di informazioni verificabili, ma anche della fiducia nell’affidabilità dei fondamenti comuni.

Anche il Nuovo Testamento affronta la questione della verità. Nel vangelo di Giovanni, alle parole di Gesù: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza della verità” (Gv 18, 37), Ponzio Pilato replica con la famosa domanda: “Che cos’è la verità?” (Gv 18, 38). Che immagine! Verità – non solo come convinzione soggettiva, bensì come realtà su cui misurare i giudizi umani.

Il dominio della paura

Seconda riflessione: il nemico della libertà è la paura. Il sociologo italiano Carlo Bordoni descrive la paura come forza politica e sociale distintiva del presente. Le certezze tradizionali vacillano e lasciano il posto a una “società liquida” in cui l’insicurezza diventa un’esperienza permanente. Bordoni illustra come gli Stati siano sempre meno in grado di mantenere la promessa di garantire una sicurezza completa, ragion per cui l’essere umano non vive solo con pericoli concreti, ma anche aspettandosi continuamente possibili minacce.

È proprio qui che affonda le sue radici il potere politico della paura: essa influenza il modo in cui le persone percepiscono il mondo e assumono decisioni politiche. La paura amplifica il desidero di certezza, di risposte semplici, di un luogo in cui sentirsi a casa. Laddove gli esseri umani vivono l’insicurezza, aumenta la tentazione di ridurre questioni complesse a soluzioni univoche. Di chi è la colpa? Chi promette sicurezza? Ma anche: chi ci toglie il peso della responsabilità?

Il vero pericolo consiste quindi nel fatto che, per paura dell’insicurezza, le persone sono disposte a rinunciare a una parte della propria libertà e a cercare la protezione di autorità esterne.

Lotta culturale post-secolare

Terza riflessione: Le crisi del nostro tempo non sono in prima istanza crisi della politica, quanto piuttosto una lotta culturale post-secolare. Raramente, infatti, i conflitti politici nascono dal nulla: sono preceduti da mutamenti nel nostro modo di pensare, giudicare e parlare della vita, ma anche nel nostro modo di concepire la realtà. Già nel 2001 Jürgen Habermas parlava di “età post-secolare”.

Permettetemi oggi di spingermi un passo oltre e di parlare di una “lotta culturale post-secolare”. Ci sono domande sempre presenti, quali: cosa ci sostiene? Come ci rapportiamo gli uni agli altri? Cosa posso indossare? Cosa mi sono guadagnato? E, nel bel mezzo di tutto questo, mi rendo conto di una cosa: il fattore religione è tornato. Non è mai scomparso, ma nel mondo di oggi sta tornando ad essere riconoscibile più chiaramente. Senza il fattore religione non troveremo risposte sufficienti.

La sfida consiste dunque nel trovare il modo in cui le prospettive religiose e quelle secolari, talvolta profondamente diverse tra loro, possano entrare in dialogo. Il vero conflitto del nostro tempo è pertanto un conflitto dell’ermeneutica: come comprendiamo e interpretiamo la realtà?

Invero, vi sono interpretazioni religiose e visioni del mondo che promettono risposte facili alle grandi questioni culturali del nostro tempo, che costruiscono un nuovo Anticristo e non si fanno scrupoli a strumentalizzare la ricerca di orientamento e il bisogno di protezione di molte persone. Noi, in quanto Chiesa/Chiese, ci opponiamo fermamente a queste tendenze. Laddove la fede diventa ideologia e il linguaggio religioso serve a fomentare la paura e ad istigare gli uomini gli uni contro gli altri, questa perde la propria verità.

Oltre le opinioni: la verifica della realtà

Gentili signore e signori, quando la libertà ha bisogno della verità, quando la paura minaccia la libertà e ci troviamo in una disputa culturale sull’interpretazione della realtà, ecco che si pone la domanda decisiva: quale responsabilità ne deriva per noi? Perché questo non è un confronto astratto: si decide nello spazio politico e culturale in cui viviamo.

Adoperarsi per le verità anziché per le opinioni: l’autunno delle riforme, tante volte proclamato, è arrivato. All’ordine del giorno ci sono aspetti centrali della nostra vita, tanto nella sua dimensione pubblica quanto privata. Occorrerà prendere decisioni di ampia portata, all’occorrenza impopolari. Desidero rivolgervi un incoraggiamento. La nostra società vive di persone disposte a sottoporre continuamente le proprie convinzioni alla verifica della realtà.

Sì, la verità inizia con la disponibilità a correggere sé stessi. Chi si limita a cercare conferme solo sullo smartphone o dal popolo, perde la capacità di dialogare. Chi invece cerca la verità, si assume la responsabilità di un dibattito pubblico, rafforza la fiducia e la nostra democrazia.

Le elezioni nel Land della Sassonia-Anhalt di tre giorni fa hanno mostrato, senza mezzi termini, come un partito radicale è stato legittimato democraticamente dalla volontà degli elettori ottenendo la maggioranza. Come molti presenti in questa sala, anche io sono rimasto senza parole di fronte a questo risultato elettorale – in un primo momento. Ma sono determinato nel prosieguo del mio operato.

Come Chiesa ci opponiamo

È dimostrato che il partito della AfD ha uno stampo etno-nazionalista. Non c’è posto per questa ideologia basata sul nazionalismo etnico né dentro né fuori dalla casa di Dio, né nel Cristianesimo, né nell’Ebraismo, né nell’Islam.

Mi auguro vivamente che la verità ci liberi anche in questo caso, decifrando slogan fumosi e smontando promesse elettorali del tutto prive di un fondamento realistico. Come Chiesa non ci tiriamo indietro. Al contrario: ci opponiamo quando la paura viene messa contro la solidarietà.

Ci opponiamo quando le persone vengono schierate l’una contro l’altra. Ci opponiamo quando le istituzioni democratiche vengono indebolite. Questo non è né di sinistra, né di destra. Il nostro metro non è né la politica di partito né l’ideologia, ma il Vangelo e la dignità inalienabile di ogni essere umano che da esso emana. E, sì, talvolta possiamo e dobbiamo anche essere scomodi.

Dare un’anima alla Germania e all’Europa: Jacques Delors, uno dei padri dell’unificazione europea, espresse questo pensiero nel 1992 con una frase che oggi appare più attuale che mai: “Bisogna dare un’anima all’Europa. Se (…) non riusciamo a darle un’anima, una spiritualità, un significato, avremo perduto la partita (…)”. Allora dette all’Europa ancora dieci anni. Delors sapeva che l’Europa e l’Unione europea non possono essere tenute insieme solo da trattati, istituzioni o interessi economici. Occorre un’idea condivisa di ciò che definisce l’essere umano e di quali sono i valori fondanti della nostra convivenza.

Respingiamo fermamente posizioni che ci vogliono negare proprio questi valori comuni, come abbiamo dovuto constatare anche nel fine settimana. L’Europa trae la sua forza vitale dalle sue fonti spirituali: Gerusalemme, Atene e Roma – questa la convinzione di Jacques Delors. Nell’era digitale il nostro compito è ribadire, declinare e riformulare continuamente queste fonti e batterci per una Germania, un’Europa e un mondo che rispettano la dignità umana.

L’essere presenti per i più poveri tra i poveri come banco di prova per la nostra società: Con il suo sguardo rivolto ai poveri, agli emarginati e a chi ha bisogno di protezione, papa Leone XIV si riallaccia a una lunga tradizione della Dottrina sociale della Chiesa. L’opzione per i poveri non è una questione marginale, bensì espressione della visione dell’essere umano da parte della Dottrina sociale cattolica. L’essere umano possiede la propria dignità non in virtù delle sue prestazioni, della sua origine o della sua utilità per la società, ma semplicemente perché è un essere umano.

Verità e democrazia

Da questa convinzione derivano i principi fondanti della Dottrina sociale della Chiesa: il bene comune, che non riduce mai la persona a interessi particolari; la solidarietà, che mette i forti dalla parte dei deboli, e la sussidiarietà che rafforza la responsabilità laddove l’individuo può autonomamente dare forma alla propria vita. Questi principi sono tutti espressione concreta della convinzione che la libertà implica sempre anche responsabilità nei confronti dell’altro.

Il futuro della nostra democrazia pertanto non sarà deciso dall’innovazione tecnologica. Decisivo è invece il modo in cui ci rapportiamo agli altri nelle grandi crisi del nostro tempo: le vittime della guerra in Ucraina, in Medio Oriente e in Sudan; i milioni di persone morte o in fuga a causa delle conseguenze del cambiamento climatico; e coloro che soffrono a causa delle disuguaglianze, aumentate in modo drastico – tra le generazioni, tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri.

E aggiungo: come ci approcciamo a chi sta diffondendo idee nazional-populiste in Sassonia-Anhalt e in vista delle imminenti elezioni, e a chi per primo ne fa le spese. Non sono la tecnologia e la crescita a renderci liberi. Nemmeno le maggioranze ci rendono liberi. Nel vangelo di Giovanni Gesù dice: “La verità vi farà liberi.” (Gv 8, 32) Anche la nostra democrazia ha bisogno di più verità, affinché cresca la fiducia. Solo allora potrà tornare a crescere anche la nostra libertà.

In poche parole: pregare di più “Amen”; dire più “Amen” – per esprimere: è così; di Te mi fido.

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