
Nel tempo della guerra mondiale a pezzi stiamo scoprendo che siamo tutti contro la violenza. Questo dato di fatto fa considerare che in effetti sulle guerre in atto in tante parti del mondo si usano tanti termini diversi, raramente “violenza”.
Inoltre questa nostra comune avversità alla violenza non tiene conto della violenza che è attorno a noi e, soprattutto, dentro di noi. Linguaggi violenti, criminalizzazioni degli altri, dell’altro, contrapposizioni radicali, senza possibili punti di incontro: questo ha conseguenze. Come reagire?
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Per l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, Vladimir Putin è un leader “compassionevole”. Stanti i suoi eccellenti rapporti con tanti sceicchi, l’inviato della Casa Bianca saprà meglio di me come cominciano le Sure del Corano; dunque la sua Sura su Putin l’avrebbe potuta aprire come quelle coraniche, oltre che “compassionevole” lo avrebbe potuto definire anche “misericordioso”, visto l’atto di misericordia che ha compiuto nei confronti di un detenuto statunitense.
Ma questa narrazione non avrebbe combaciato con quella trumpiana, che incolpa di tutti i mali europei gli immigrati soprattutto musulmani. La mano dello zar e delle guerre non c’è, lui è un leader cristiano, meglio non confondere gli elementi in una narrazione che non può avere colori, sfumature: tutto è bianco o nero, al quale si risponde molto spesso con una visione analogamente in bianco e nero, ma a campi invertiti.
Ma che questa svolta trumpiana sia soprattutto rispetto a noi europei sembra evidente. Forse, però, nelle diversità tutti dovrebbero partire dalla società: esiste? La teorizzazione thatcheriana (e poi reaganiana) fu che la società non esiste. Chi l’ha difesa? Esiste ancora?
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Se la risposta è no va detto che c’è un’eccezione: i luoghi di culto, e in particolare per noi direi le parrocchie, resistono e sono luoghi di aggregazione, incontro, confronto, che nessuno può chiudere. Mi sembra che offrire luoghi di culto ufficiali a tutti riduca i rischi di messaggi cospirativi, la vera minaccia è il dark-web.
La diffusione a macchia d’olio delle proteste nella “vecchia Europa” sembra orchestrata, si cercano i veri mandanti e le narrazioni offrono risposte opposte, sovente rabbiose, quasi sempre compatte. Appare comunque difficile che siano stati gli immigrati a far salire a due euro il costo della benzina e ciò che da questo deriva, forse ha avuto maggiore influenza la guerra, le guerre.
Ma l’impennata del costo della vita è stato solo il tappo che è saltato da una bottiglia già piena di malessere. I dati sulla detenzione della ricchezza in Italia e nel mondo sono noti a tutti, anche a chi non li conosce. È evidente che la forbice si allarga, la distanza tra abbienti e non abbienti è il prodotto non del capitalismo, ma di questo tipo di capitalismo: “questa economia uccide”? E i giovani?
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Parlare di questo obbliga in questi marosi a tornare al discorso sulle radici cristiane dell’Europa, che non sono le uniche, ma certamente ci sono: è un discorso che dovrebbe portarci alla loro vita più che proclamazione. Sono vissute queste radici? Sono praticate? Io penso che oggi le parrocchie siano tra i possibili luoghi di ricostruzione del tessuto sociale. Le chiamerei “parrocchie aperte” di una Chiesa in uscita.
Certo, le parrocchie sono parrocchie, devono svolgere prioritariamente la loro funzione. Ma ormai ci muoviamo come in una nebulosa, granelli di polvere che non hanno neanche l’omogeneità che rimane nei liquidi. Particelle che procedono in branco. Ecco la ricerca di rifugi, forse di gruppi impauriti e quindi aggressivi. E i giovani? Che idee di futuro potranno coltivare in cuor loro, immersi nella deregulation e in una comunicazione sempre strillata, arrabbiata?
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Mi sembra che, in una realtà che confermi una Chiesa al servizio del mondo e non un mondo al servizio della Chiesa, il senso di un’offerta alla società dalle parrocchie sia esplicabile con l’offerta su ogni territorio di un rinnovato discorso alla luna di papa Giovanni XXIII: «Cari figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata, stasera – osservatela in alto! – a guardare a questo spettacolo. Noi chiudiamo una grande giornata di pace; di pace: “Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà”. Ripetiamo spesso questo augurio e quando possiamo dire che veramente il raggio, la dolcezza della pace del Signore ci unisce e ci prende, noi diciamo “Ecco qui un saggio di quello che dovrebbe essere la vita, sempre, di tutti i secoli, e della vita che ci attende per l’eternità”. […] Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza.»
Nelle ore in cui tutto il mondo sembra dirci che i cristianesimi confliggono, come evidenzia il dato che in Brasile i cattolici voterebbero Lula e gli evangelicali Bolsonaro, si intravede il rischio che tanti interessi facciano convergere “fondamentalismi nazionalisti cristiani” diversi, quello di Trump e quello di Putin. Così potrebbe essere che la preoccupazione primaria per noi debba essere lavorare alla ricostruzione del tessuto europeo. In un’Europa che rischia di infrangersi nei prossimi tempi questo può venire grazie anche a parrocchie aperte al confronto con l’europeo smarrito, nelle sue diverse identità.
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Forse in questa speranza banale c’è qualcosa che viene dall’esperienza delle Comunità Ecclesiali di Base, dal giudizio che ne diede Paolo VI in Evangelii nuntiandi, quali motori di speranza, il vescovo Juventino Kestering, parlando di «salute ai malati, gioia ai tristi e speranza agli scoraggiati».
Questo aiuterebbe i giovani. Quel che esprime questa idea è il pensiero del cardinal Prevost, che vedeva la parrocchia capace di farsi prossima ai giovani, ai poveri e a chi soffre, nell’ascolto del territorio.
Il momento e il contesto europeo, così critici e complessi, richiederebbero soprattutto incontri oltre i perimetri tracciati dalle appartenenze. Conta quel che viene dall’alto, ma forse la nuova difficile urgenza è quella di un lavoro dal basso, nelle periferie geografiche di questo Paese, come in quelle esistenziali, varcando i confini.
Questo evidentemente c’è già, ma va illuminato, conosciuto, ampliato, auspicabilmente anche dall’esterno del contesto confessionale. Per chi vi si trova è una visione che si collega strettamente alla Parola, perché la realtà è superiore all’idea, come ha scritto in Evangelii gaudium papa Francesco: «Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo».





