San Francesco e l’“amor politico” del diaconato

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Gli ottocento anni dalla morte di Francesco di Assisi (1226-2026) sono stati celebrati in molti modi, tra eventi, mostre, pellegrinaggi. Ma sono stati anche l’occasione, per tanti autori e studiosi, di rileggere non solo la biografia del santo (in questo non sono mancate le voci importanti, comprese quelle “laiche” di Barbero e Cazzullo), ma di ripensare, alla luce dell’esperienza del Poverello, anche  talune questioni urgenti e attuali della vita ecclesiale.

È il caso del volume che presentiamo, dedicato al tema del diaconato, la cui identità e ruolo pastorale rimane questione aperta nella Chiesa (valga, ad esempio, un recente articolo pubblicato sulla rivista dei gesuiti americani). Il volume è scritto da Enzo Petrolino, diacono coniugato, padre di tre figli, presidente della Comunità del Diaconato in Italia e direttore della Rivista «Il diaconato in Italia», autore prolifico di articoli e volumi dedicati all’approfondimento del ministero del diaconato permanente, ristabilito nella Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II come grado proprio e permanente (non solo di “passaggio” verso il presbiterato) del ministero ordinato.

Il volume di Petrolino, pubblicato dall’editrice Effatà (Cantalupa, TO), porta un titolo e un sottotitolo eloquenti: Francesco d’Assisi e il diaconato. L’amor politico, i poveri e il creato. Un accostamento – Francesco di Assisi e il diaconato – che l’autore chiarisce nella Introduzione. Come la crisi civile ed ecclesiale da cui emersero le figure straordinarie di Domenico e Francesco, ma anche come la crisi esistenziale vissuta dal figlio del ricco mercante Pietro di Bernardone, il tempo attuale – foriero di una crisi che porta disagio e sofferenza – è aperto alla creatività dello Spirito, che non cessa di rinnovare la vita della Chiesa e di dare forza alla sua testimonianza nel mondo.

Il presente è tempo propizio anche per la ridefinizione della «grammatica diaconale» a cinquant’anni dalla ricomparsa dell’ordine del diaconato permanente. «Parlare di una nuova grammatica diaconale significa anzitutto riconoscere che il ministero diaconale ha una struttura linguistica e simbolica peculiare come ogni grammatica: essa definisce un modo proprio di stare nella Chiesa e nel mondo, un modo di essere e di fare il servizio» (p. 12).

Si trova qui la possibile fecondità dell’accostamento con la figura del Poverello, che sottotraccia raccoglie anche le istanze del magistero di papa Bergoglio, che da Francesco ha preso non solo il nome ma anche l’ispirazione per immaginare la sua riforma missionaria della Chiesa, povera e in uscita. Così, la grammatica diaconale di cui si è alla ricerca «non è autoreferenziale, ma si genera nell’attenzione ai più deboli e nella tensione a tradurre la diaconia di Cristo nella vita concreta dei fratelli», si colloca nel cuore delle relazioni sociali e «attiene alla costruzione del benessere di tutti» (p. 13). Ha dunque una peculiare vocazione alla edificazione della polis e alla cura della casa comune, che il sottotitolo opportunamente richiama attraverso le categorie dell’«amor politico» e del «creato».

Non sorprende, dunque, di trovare nel libro un capitolo specificamente dedicato a ripensare l’esercizio della diaconia nella «Chiesa in uscita» (cap. II); davanti all’imperativo di prendersi «cura della fraternità e del creato» (cap. III); alla ripresa dei temi forti della Dottrina sociale della Chiesa (il lavoro, la pace, la giustizia sociale, la custodia del creato…) per declinare nel concreto l’«amore politico» del diacono, immerso laicamente nella polis per apportare un segno specifico alla sua costruzione (cap. IV). Ma è il capitolo conclusivo – «Francesco d’Assisi: una vita ed esperienza diaconale» – a offrire le chiavi di lettura che tengono armonicamente insieme la proposta dell’autore e che disegnano percorsi operativi per una diaconia in prospettiva francescana degni di ascolto.

Francesco fu ordinato diacono. Almeno se diamo credito all’affermazione di Tommaso da Celano, che ci parla di lui «vestito da levita, poiché era diacono» (Vita del beato Francesco, 86; FF 470). Un ministero che in lui faceva unità con la forma di vita scelta per servire l’evangelo. «Non era mai stata sua [di Francesco] intenzione essere chierico, ma in un momento della sua vita, anche se non si conosce il motivo, egli decide di essere ordinato diacono» (p. 185). Un diaconato vissuto nella preghiera e nel servizio (che per lui erano «due dimensioni di una stessa vita»), nella predicazione (che accadeva ovunque: nelle strade, nei campi, nelle piazze…) e nella distribuzione e condivisione del cibo, delle vesti, della cura. Una vocazione che si è espressa sotto il segno della minorità e della fraternità.

«La vita come diacono − si legge ancora nel volume − non era per Francesco una carriera né una posizione sociale, era una chiamata totale (…) una vita dedicata interamente a Dio e agli ultimi» (p. 187). Molto opportunamente l’autore sottolinea il valore pedagogico e la forza testimoniale della forma di vita immaginata e proposta dal santo di Assisi: «Ogni azione di cura era un atto educativo per i suoi compagni», capace di affascinare altri giovani a motivo della sua vita semplice, della gioia che emanava e dell’autenticità del suo servizio» (p. 187). Per l’autore, infatti, il diacono «non solo serve, ma educa, forma coscienze, promuove responsabilità morale e civile» (p. 15).

Francesco e la sua scelta diaconale vengono riproposti da Petrolino come una vera e propria «scuola», come una fonte di ispirazione feconda per l’attuale cambiamento d’epoca, che domanda ancora una volta alla Chiesa – come fu al tempo di Francesco d’Assisi – un ripensamento coraggioso, anche delle forme della sua presenza e del suo ministero ordinato. «Francesco comprendeva profondamente il significato del diaconato non come semplice titolo o ruolo liturgico, ma come servizio totale a Dio e agli uomini; essere diacono significava per lui collegare la Chiesa e la società, il Vangelo e la vita quotidiana» (p. 191). Il suo diaconato era «testimonianza pubblica» di come il vangelo poteva e doveva incarnarsi e trasformare una società segnata da profonde ingiustizie.

A tale proposito, un passaggio decisamente interessante e attuale riguarda il rapporto con la presenza femminile nella società e nella Chiesa, di cui il Poverello – afferma l’autore richiamando la vicenda di santa Chiara – sviluppò «una visione diversa, più attenta e rispettosa» della società e della Chiesa del suo tempo, ispirata a «un profondo senso di uguaglianza, dove uomo e donna condividono la stessa vocazione alla santità e alla povertà evangelica» (p. 195). «Francesco ebbe una “intuizione profetica del femminile”, anticipando di secoli una sensibilità che verrà riconosciuta molto più tardi come complementarietà tra uomo e donna, non gerarchica ma armonica» (p. 201).

Qui il volume tocca appena la questione della diaconia femminile (senza svilupparla), con la vicenda di Francesco e Chiara portata quale testimonianza di «una diaconia reciproca in forma evangelica», in un rapporto «non di subordinazione ma di complementarietà carismatica» (p. 199); ma annuncia anche il tema attualissimo della sinodalità della Chiesa, che nella corresponsabilità dei battezzati ha uno dei suoi aspetti profetici e qualificanti.

Enzo Petrolino, Francesco d’Assisi e il diaconato. L’amor politico, i poveri e il creato, Prefazione di mons. Felice Accrocca, Effatà Editrice, Cantalupa (TO) 2026, 208 pp., 18,00 euro

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