XXVI Per annum: Il sì e il no

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C’è chi risponde senza aver capito e chi, più lealmente, dice no perché non è convinto e vuole comprendere meglio. Il suo no è solo un modo poco garbato di chiedere spiegazioni e di dire che vuole vederci più chiaro. Chi a Dio risponde subito forse non si è reso conto chi egli sia, come la pensi e che cosa proponga.

Nella nostra società è apprezzato chi produce. Il vecchio, il malato, il disabile sono rispettati, amati, aiutati, ma sono sentiti spesso come un peso; non è immediata la percezione del loro valore e della preziosità del loro contributo a rendere più umano il nostro mondo. Premiamo gli efficienti e i capaci; stimiamo chi è riuscito a farsi da solo, remuneriamo chi lavora. Dio invece parte dagli ultimi, si interessa degli ultimi, privilegia e premia gli ultimi. Gratuitamente.

La parabola della scorsa domenica ci ha sconcertato e forse, durante la settimana, abbiamo riflettuto sull’illogicità del comportamento del padrone che retribuisce gli operai dell’ultima ora come i primi. È difficile rinunciare alla religione dei meriti e credere nella gratuità dell’amore di Dio. La lettura di oggi sembra rispondere alle nostre obiezioni: “Voi dite: non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?” (v. 25).

Dire sì a Dio significa rinunciare ai propri pensieri e accettare i suoi. Egli non cerca i sazi, ma chi ha fame per ricolmarlo dei suoi beni (Lc 1,53); non apprezza i potenti che siedono sui troni, ma si abbassa per innalzare gli umili (Lc 1,52); non premia i giusti per i loro meriti, ma si fa compagno dei deboli e introduce per primi nel suo regno i pubblicani e le prostitute (Mt 21,31). Solo chi si riconosce ultimo, peccatore e bisognoso del suo aiuto potrà sperimentare la gioia di essere salvato.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Il Signore insegna le sue vie agli umili, ai poveri e ai peccatori”.

Prima Lettura (Ez 18,25-28)

25 Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore.
Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? 26 Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa. 27 E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. 28 Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà.

Di che cosa discorrevano i deportati a Babilonia se non della distruzione della loro città e dei responsabili della catastrofe? Si arrovellavano il cervello, ma giungevano sempre alla medesima conclusione: siamo vittime di errori commessi da altri; i nostri padri hanno peccato e noi ne portiamo le conseguenze e, come un ritornello, andavano ripetendo il proverbio: “I padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono legati fra loro” (Ez 18,2).

Le previsioni per il futuro erano fosche. Lontani da Gerusalemme, privi del luogo santo, del tempio in cui avrebbero potuto implorare il perdono del Signore e offrirgli sacrifici di espiazione per i peccati, si sentivano rovinati e avevano perso ogni speranza.

Fra questi deportati c’era anche Ezechiele che prese posizione contro le convinzioni diffuse fra il popolo. È vero – disse – che c’è una solidarietà nel male; è vero che le conseguenze del peccato raggiungono non solo chi lo commette, ma coinvolgono anche gli innocenti e si prolungano a volte per generazioni, tuttavia non si tratta di un destino ineluttabile; è possibile rompere questa catena e a ognuno è chiesto di dare il proprio contributo per imprimere un cambiamento di rotta alla storia. Chi lascia cadere le braccia, chi si rassegna non può dare la colpa ai padri, la responsabilità ricade su di lui che si comporta da imbelle, “egli muore per l’iniquità commessa” (v. 26).

La liberazione dal peccato non la si ottiene mediante l’esecuzione di riti; è inutile ripetere: “Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia” (Dn 3,38). La triste eredità del peccato la si cancella con la conversione: “Chi desiste dall’ingiustizia e agisce con rettitudine fa vivere se stesso” (v. 27).

Il messaggio di Ezechiele è consolante: il no dell’uomo a Dio è sempre gravido di conseguenze, ma non è definitivo, non è mai l’ultima parola. In ogni momento può divenire un : “Chi, dopo aver riflettuto, si allontana dalle colpe commesse, di certo vivrà e non morirà” (v. 28).

Seconda Lettura (Fil 2,1-11)

1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. 3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Questo brano è già stato commentato nella domenica delle Palme.

Vangelo (Mt 21,28-32)

28 “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. 29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.
30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. 31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Dicono: “L’ultimo”.
E Gesù disse loro: “In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.

La terra promessa da Dio al suo popolo non è solo quella “dove scorre latte e miele”, ma anche quella in cui abbondano frumento, olio… e vino (Dt 8,6,10). “Invitare il suo vicino sotto la sua vite e sotto il suo fico” era il sogno coltivato da ogni israelita (Zc 3,10).

In un tempo come il nostro in cui tutto è meccanizzato, si bada soltanto alla quantità dei prodotti e al loro valore commerciale, parlare di un rapporto affettivo con la propria vigna suonerebbe ingenuo e un po’ patetico. Non era così in Israele. Mentre potava, il contadino accarezzava, con lo sguardo commosso dell’innamorato, la propria vite, le rivolgeva parole dolci e tenere. I poeti hanno cantato spesso questo amore e Dio se n’è servito per descrivere la passione che lo lega al suo popolo (Is 5,1-7). Israele è “la vigna deliziosa: cantatela! Io, il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che venga danneggiata, io ne ho cura notte e giorno” (Is 27,2-3).

Gesù ha ripreso più volte questa immagine: ha parlato di operai inviati, in ore diverse, a lavorare nella vigna (Mt 20,1-15), di vignaioli omicidi che non vogliono consegnare i frutti (Mt 21,33-40) e soprattutto ha presentato se stesso come “la vera vite” (Gv 15,1-8).

La parabola del vangelo di oggi mette in scena tre personaggi: un padre e due figli.

Gli ascoltatori di Gesù intuiscono subito che il padre rappresenta Dio, ma certo rimangono sorpresi dal fatto che egli abbia due figli. Il figlio di Dio è uno solo, Israele; per bocca del profeta Osea il Signore ha detto: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os 11,1) e al faraone ha dichiarato: “Israele è il mio figlio primogenito” (Es 4,22). La Scrittura afferma che solo “i giudei sono figli del Dio Altissimo” (Est 8,12q), “figli che non deluderanno” (Is 63,8). Sentir parlare di due figli di Dio è sconcertante per un israelita; ma è solo l’inizio, il seguito della parabola è ancora più provocatorio.

All’invito del padre ad andare a lavorare nella vigna, il primogenito rispose zelante, con prontezza: Sì, signore (letteralmente: Io, signore!; come dire: non pensare ad altri, ci sono io!), ma poi non andò (v. 29). Non si dice che, per svogliatezza o sedotto da una proposta allettante degli amici, “cambiò idea”; no, egli, anche quando aveva detto sì, non era per nulla d’accordo con il programma del padre, aveva soltanto pronunciato parole, parole vuote.

Il richiamo è a un altro detto di Gesù: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).

Questo primogenito rappresenta evidentemente gli israeliti che già Mosè aveva definito “figli degeneri, generazione perversa”, “figli infedeli” (Dt 32,5.20). Non tutti gli israeliti, naturalmente, ma quelli che, a parole, si erano assunti gli impegni dell’alleanza e poi li avevano ridotti a riti esteriori, a cerimonie senza valore, convinti di essere a posto con il Signore perché gli offrivano sacrifici, olocausti, preghiere. Questa, al tempo di Gesù, era la religione praticata dai sacerdoti del tempio e dai notabili del popolo. Non produceva i frutti voluti da Dio: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, si attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is 5,7). Le solenni liturgie erano foglie, non frutti (Mt 21,18-22).

Le provocazioni della parabola non sono finite. Il padre rivolse anche al secondo figlio la richiesta di andare a lavorare nella vigna e la risposta fu: “Non ne ho voglia”. Poi però, preso dal rimorso, ci andò (v. 30).

L’allusione agli odiati pagani – che ora sono elevati al rango di figli – è esplicita. Essi non hanno dato alcuna adesione formale alla volontà del Signore, ma sono entrati per primi nel regno di Dio.

Quando Matteo scrive questo brano sono passati cinquant’anni dalla morte e risurrezione di Cristo e la profezia si è già realizzata: le comunità cristiane sono composte soprattutto da ex-pagani, mentre la maggioranza dei figli di Abramo non ha riconosciuto in Gesù il messia di Dio, non è entrata nella vigna.

Questa constatazione potrebbe ingenerare la pericolosa illusione che questi due figli siano dei personaggi preistorici, che non hanno nulla a che vedere con noi. I cristiani sarebbero il “terzo figlio”, quello che dice di sì e fa la volontà del Padre. Professano una fede chiara e immune da errori teologici, si impegnano a osservare comandamenti e precetti e lodano il Signore con canti e preghiere.

Ma proviamo a chiederci quale incidenza hanno nella vita di ogni giorno (Va’ oggi a lavorare nella vigna!) le nostre formule, le nostre dichiarazioni, le nostre formali prese di posizione, i nostri riti. Pongono fine agli odi, alle guerre, ai soprusi? Pur continuando a professarci cristiani, non ci rassegniamo facilmente a una vita di compromessi? Non ci adeguiamo spesso ai criteri di questo mondo e al buon senso degli uomini? Non conviviamo forse con le ingiustizie, le disuguaglianze, le discriminazioni?

Il terzo figlio esiste, ma non siamo noi. Solo “il Figlio di Dio, Gesù Cristo – scrive Paolo – non fu “sì” e “no”, ma in lui ci fu solo il “sì”. Tutte le promesse di Dio in lui divennero “sì” (2 Cor 1,19). Egli è l’unico che ha sempre detto: “Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” (Mt 11,26).

La conclusione della parabola (vv. 31b-32) contiene quella che è forse l’affermazione più provocatoria di Gesù: “I pubblicani e le prostitute stanno passandovi avanti nel regno di Dio”. Il verbo è al presente; si tratta di una constatazione: i pubblici peccatori che non hanno alcun paravento religioso dietro il quale nascondersi, coloro che non possono fingere perché la loro condizione è palese a tutti, anche a loro stessi, si trovano avvantaggiati rispetto a coloro che si ritengono giusti. Questi si sentono sicuri e protetti dalle pratiche religiose che adempiono fedelmente e non si rendono nemmeno conto della propria lontananza dalla vigna del Signore.

“I pubblicani e le prostitute” che sanno di essere lontani da Dio non si illudono di compiere la sua volontà, sono coscienti di avere detto di no, non tentano di ingannare se stessi adempiendo precetti da loro inventati, non tranquillizzano la coscienza con pratiche che nulla hanno in comune con la vera religione. La loro consapevolezza di essere poveri, deboli, peccatori bisognosi di aiuto, li predispone a ricevere per primi il dono di Dio.

L’altro fratello entrerà nella vigna quando smetterà di ritenersi giusto, quando rinuncerà all’orgoglio di quelle che ritiene le sue opere buone, quando riconoscerà la propria ipocrisia e ne proverà disgusto, quando abbandonerà le sicurezze che gli derivano dal fatto di aver sempre detto di sì a parole e gioirà nel sentirsi salvato dall’amore gratuito del Padre.

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