Il giorno del Signore

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Arsenij Sokolov (nato nel 1968) è un prete e un monaco ortodosso. Nel 2012 ha difeso la tesi di dottorato presso la All-Church Postgraduate School (Mosca) sul profeta Amos. Parroco e rappresentante del patriarcato a Damasco, attualmente è professore di Esegesi nel Seminario teologico di Ugreša (Russia). In Russia sono stati pubblicati i suoi comenti a Giosuè, Amos, Osea, Michea e  Sofonia.

Il Giorno del Signore. Storia di una ricerca

Lo studio di Sokolov si apre con una ricerca sulla storia della ricerca sul tema del «Giorno del Signore».

L’espressione «Giorno del Signore» ricorre nella Bibbia ebraica esclusivamente nei libri profetici. Nella forma esatta appare 16 volte: due volte in Isaia (Is 13,6.9), una in Ezechiele (Ez 13,5) e tre volte nel libro dei Dodici profeti minori (Gl 1,15; 2,1.11; 3,4 e 4,14; Am 5,18.20; Abd 15; Sof 1,7, 14[bis]; Ml 2,23).

«Il giorno del Signore» ha varianti non solo con le preposizioni (le ecc.), ma anche con sostantivi coniugati con il nome del Signore: «Giorno dell’ira del Signore»; «giorno del furore del Signore»; «Giorno del sacrificio del Signore». Ci sono costruzioni con suffissi pronominali che si riferiscono al Signore. Uno studio sul tema del Giorno del Signore non può non tener conto di queste espressioni, quattro delle quali sono attestate nella sezione degli Scritti (nel libro delle Lamentazioni).

Il Giorno del Signore è menzionato anche in altri luoghi: Is 22,5; 34,8; Am 3,14; 6,3; Zc 14,7. Ez 48,35b richiede una considerazione particolare perché l’espressione può essere intesa in diversi modi.

L’espressione «quel giorno» è molto comune. Non va assolutamente considerata sempre come sinonimo del «Giorno del Signore». Ogni caso richiede un’attenta analisi del contesto in cui l’espressione è usata. È il contesto che aiuta a considerare se «quel giorno» è legato o no al concetto di Giorno del Signore. Lo stesso vale per le espressioni l’«ultimo giorno», «dopo quei giorni»; «al termine dei giorni», «fine dei giorni».

Lo studio di Sokolov si apre con una ricostruzione storica del dibattito sull’origine e sul significato dell’espressione (pp. 9-23).

«Storia ed escatologia» e «Sventura e salvezza»

Il Giorno del Signore porterà distruzione e morte, annientamento e sterminio sia alla nazione di Israele sia a tutti gli abitanti della terra. La stragrande maggioranza dei passi su questo tema contiene un messaggio di distruzione in una prospettiva storica e/o escatologica. È giorno minaccioso, vicino e imminente; è pauroso e doloroso; è globale e perciò nessuno sfugge al castigo. In Gioele le catastrofi assumono una dimensione veramente cosmica.

In tre profezie tarde, incluse nel libro dei Dodici profeti in epoca persiana, il Giorno del Signore diventa un giorno di salvezza. In Abd 17 è il giorno del rifugio degli ebrei dallo sterminio generale. I gentili riceveranno dal Signore la punizione per tutto il male fatto al popolo di Dio (Abd 15-16), mentre Sion sarà un luogo di salvezza per gli ebrei. In Gl 4,16-21 il Signore stesso è chiamato un rifugio, un riparo per i figli di Israele e in Ml 3,19-21 si proclama il trionfo di coloro che hanno timore del nome del Signore sui malvagi.

In questi tre passi viene espressa la speranza che gli ebrei, almeno quelli pii, non periranno e saranno salvati alla venuta del Giorno del Signore.

E le nazioni? C’è qualche speranza di salvezza per i gentili in «quel giorno»? Sì, anche per loro c’è speranza. Essa viene annunciata nella profezia finale del DeuteroZaccaria (Zc 14,6-21). Le nazioni che hanno combattuto l’ultima battaglia escatologica contro Gerusalemme saranno sconfitte dal Signore (Zc 14,12-13).

E i sopravvissuti, «i superstiti fra tutte le nazioni», si convertiranno alla fede in un unico Dio e, insieme al santo popolo di Israele, adoreranno il re, il Signore degli eserciti (Zc 14,16). «Il Signore sarà re di tutta la terra. In quel giorno il Signore sarà unico e unico il suo nome» (Zc 14,9).

Alla fine del giorno del Signore, «verso sera» (Zc 14,7), le tenebre (Am 5,18.20; 8,9; Sof 1,15; Zc 14,6) saranno sostituite dalla luce (Zc 14,7). Coloro che sopravviveranno al «giorno grande e terribile del Signore» (Ml 3,23) abiteranno senza fine in questa luce.

Non è facile dare una definizione del Giorno del Signore che si adatti a tutti i passi in cui compare questa espressione. Il concetto cambia, a volte radicalmente, da profeta a profeta.

Sokolov riporta la definizione complessiva offerta da Klass Smelik in VT 36(1986), 247 (e tutta la nota – 246-248): «Il Giorno di Yhwh è un evento nel futuro o nel passato, definito dalla teofania di Yhwh, durante la quale egli schiaccerà i suoi nemici. Questo giorno può essere rappresentato come una guerra santa o una catastrofe cosmica. I nemici di Yhwh possono essere nazioni che minacciano Israele, ma possono anche trovarsi in Israele».

Secondo Sokolov questa definizione può sembrare troppo vaga, ma suo parere è difficile trovarne una migliore (cf. p. 22).

Il «Giorno del Signore» nei Profeti

L’autore analizza tutti i passi profetici dove compare il sintagma «il giorno del Signore», analizzando con cura il contesto. Il commento è condotto con linguaggio tecnico, con termini scritti in ebraico e poi tradotti.

In Amos (5,18-20) il Giorno del Signore ha un significato storico ed è collegato all’invasione assira.

L’inevitabilità dell’invasione del nemico e del soggiogamento è trasmessa in 5,19 con metafore molto vivide ed espressive. Le immagini delle bestie selvagge e pericolose – il leone e l’orso, insieme all’immagine del velenoso serpente, mostrano con grande plasticità la minaccia mortale dell’Assiria. La morte arriverà anche nel luogo più sicuro, la casa (5,19). Arriverà quando sembrerà che sia passata. È il castigo di Dio ed è inevitabile. Non ci sarà rifugio da nessuna parte: né sui monti boscosi del Carmelo, né in cielo, né negli inferi, né in fondo al mare.

Nel suo esame Sokolov segue un ordine cronologico dei profeti biblici.

Ad Am 5,18-20 segue la trattazione di Is 2,12 dove l’espressione «Giorno del Signore» è preceduta dalla preposizione le davanti al Tetragramma. Procede quindi all’esame di Is 13,6.9 e accenna una riflessione anche su testi che presentano in modo discutibile (anche se allusivo) il concetto di Giorno del Signore. Si tratta di Is 22,5 e 34,8.

L’autore procede all’esame di Sof 1,7.14(bis) e tratta con particolare attenzione il terribile testo di 1,14-18.

Il c. 13 del libro di Ezechiele contiene un discorso contro i profeti (13,1-16) e le profetesse (13,17-23) «che seguono il loro spirito senza aver avuto visioni» (13,3), che profetizzano secondo i loro desideri» (13,17). Sono stolti ingannatori.

Lo studioso analizza Ez 13,5. A queste figure «spirituali» è rivolta l’invettiva profetica contenente l’unica espressione «il giorno del Signore» presente nel libro. Egli tratta anche Ez 30,2b-4a.

Abdia è scritto in gran parte durante l’esilio babilonese, parla di Edom ed è un discorso profetico carico di invettive contro questa nazione, parente stretta degli ebrei e loro eterna rivale. Il giorno del Signore in questo libro è «il giorno di Edom», il giorno della vendetta contro di esso per la sua violenza contro Israele, per il suo gongolare e saccheggiare durante la presa di Gerusalemme da parte dei babilonesi (586), per la sua collaborazione da sciacallo con gli invasori, per l’uccisone dei profughi ebrei e per aver consegnato ai suoi nemici i sopravvissuti. (cf. Ez 25,12-14; 35; Lam 4,21-22).

Gioele è il libro più difficile da datare rispetto a tutti gli altri libri profetici. Non è ampio, ma il sintagma «Giorno del Signore» ricorre ben cinque volte: 1,15; 2,1.11; 3,4; 4,14. In tre di questi cinque casi si dice che il Giorno del Signore è vicino (1,15; 2,1; 4,14); negli altri due, che è grande e terribile (2,11; 3,4). L’autore studia Gl 1,15; 2,1.11; 3,4; 4,14.

Zc 9–14, chiamato DeuteroZaccaria, sembra essere un’antologia di testi profetici aggiunti a Zc 1–8 nei secc. IV-III a.C.

Sokolov analizza Zc 14,1-2. Nel Regno di Dio globale e universale, con Gerusalemme al centro, ci sarà posto per tutti i sopravvissuti del Giorno del Signore, che lasceranno il servizio degli idoli e degli altri dèi e serviranno il Dio unico insieme a Israele: «I superstiti, fra tutte le nazioni che avranno combattuto contro Gerusalemme, vi andranno ogni anno per adorare il re, il Signore degli eserciti, e per celebrare la festa delle Capanne» (14,16).

Malachia è l’ultimo libro profetico del canone ebraico e risale all’epoca persiana. L’organizzazione dei giudei ritornati dall’esilio babilonese era ieratica e i sacerdoti avevano un ruolo predominante nell’amministrazione della comunità, per cui il messaggio di giudizio è rivolto innanzitutto ai figli di Levi – ai leviti e ai sacerdoti, cioè alla leadership religiosa e, allo stesso tempo. politica.

Il Giorno del Signore è il giorno escatologico della venuta di Dio come giusto giudice. Il Signore verrà per eseguire il giudizio sul suo popolo e punire tutti i malfattori in esso: «Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? […] Io mi accosterò a voi per il giudizio […] (Ml 3,2.5). Nel crogiolo di quel giudizio, la società israelita sarà fusa «come oro e come l’argento» (3,3), sarà purificata dai peccati e dai crimini religiosi, carnali e sociali (3,5). Nel giorno veniente del giudizio escatologico, ardente come una fornace, tutti gli arroganti e chiunque agisca con malvagità saranno distrutti come paglia bruciata nel fuoco (3,19), ma i giusti che riveriscono Dio (lett.: che temono il mio nome) saranno salvati (3,20) e trionferanno in quel giorno sugli empi – li calpesteranno (3,21).

L’espressione «giorno del Signore» compare alla fine del libro di Malachia. Sokolov analizza Ml 3,23-24. Il giorno del Signore è grande e terribile. (cf. Gl 2,11): porta con sé distruzione. Ma a coloro che sono destinati a sfuggire alla sconfitta e allo sterminio, sarà inviato il profeta Elia prima che arrivi quel giorno. Elia è chiamato profeta in 1Re, nel racconto della sua opposizione ai profeti di Baal.

Secondo Sokolov le parole sulla conversione del cuore ci rimandano senza dubbio allo stesso racconto. «Questo popolo sappia che tu, Signore, sei Dio, e che converti il loro cuore!» (1Re 18,37).

Le parole conclusive del libro di Malachia sono quindi un ponte che collega il passato (l’intera tradizione profetica di Israele, che Elia in 3,23-24 rappresenta così come Mosè un versetto sopra, in 3,22, rappresenta la Torah) con il futuro – con il Giorno del Signore, prima del quale Elia, salito al cielo, tornerà come messaggero per preparare la via del Signore (3,1).

Senza fedeltà al Signore Dio, la terra sarà maledetta, messa allo sterminio. La radice rm e i suoi derivati sono usati nella Bibbia ebraica, in particolare, per indicare e descrivere la sorte di popoli, nazioni e città destinate alla distruzione.

Molti autori considerano i versetti finali di Ml 3,22-24 come un’aggiunta tardiva al libro di Malachia, li vedono come una sorta di post-scriptum, una specie di «sigillo» del canone dei profeti, e li datano al IV-III o addirittura al II secolo a.C.

Un autore non molto conosciuto al pubblico italiano studia con profitto un tema chiave della Bibbia ebraica e aiuta a contestualizzare testi che annunciano per lo più distruzione, ma anche salvezza per chi teme YHWH.

L’opera si conclude con una ampia bibliografia (pp. 93-104).

L’autore riporta molto spesso le varie espressioni o termini in carattere ebraico, con annessa traduzione italiana. Egli analizza i vari luoghi profetici che riportano il sintagma, prima di proporre alcune ultime considerazioni (pp. 89-90) e la conclusione (pp. 91-92).

Arsenij Sokolov, Il Giorno del Signore nei libri profetici (Orizzonti biblici nuova serie), Cittadella Editrice, Assisi 2026, pp. 106, € 14,50, ISBN 9788830820104.

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Un commento

  1. Giuseppe 15 giugno 2026

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