Accorpare le differenze: nuovi volti di comunità

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La terza monografia 2023 della rivista Presbyteri è dedicata al tema degli accorpamenti di parrocchie e diocesi provocati dalla diminuzione dei preti, che stanno «dando un nuovo volto alla Chiesa chiamata a incarnarsi nei “nuovi” territori che in questo modo vengono delineati. Siamo convinti che l’attenzione vada posta non tanto sull’occupare spazi magari accentrando per ottimizzare le risorse, ma sull’avviare processi capaci di generare nuove comunità con l’obiettivo di accompagnare con stili nuovi e “umanamente sensati” l’esperienza di fede e di vita cristiana». Pubblichiamo di seguito l’editoriale del numero.

Quando ci si muove sul crinale di un tema come quello proposto in questa monografia, occorre fare i conti con sentimenti diversi: da un senso di sofferenza, se non di impotenza, nel constatare la fatica delle comunità cristiane a cogliere e ad accettare le profonde mutazioni socio-culturali ed ecclesiali in corso, ad un bisogno profondo di fiducia, anzi di speranza, perché il Vangelo di Gesù e la luce di Dio riescono sempre a fare breccia nel cuore dell’uomo, anche quando ciò sembra impossibile.

Il problema che si pone non è solo superare la territorialità rappresentata dalla parrocchia, intesa in senso classico, ma di chiedersi quale comunità cristiana sia davvero in grado di annunciare e trasmettere la fede oggi.

La grammatica dell’assenso

È in gioco non tanto la capacità di definire un territorio, ma piuttosto di un annuncio in grado di generare alla fede. La priorità non è uno spazio territoriale da strutturare, ma semmai come rimotivare una comunità cristiana perché sappia accompagnare. Siamo cresciuti in un ambiente fondamentalmente cristiano, dove il nostro cammino di fede è avvenuto spontaneamente; non conosciamo la “grammatica dell’assenso”, dove è implicato un itinerario di decisione e di scelta[1]. Nell’educazione alla fede si va ancora avanti con una certa approssimazione e, spesso, con molta improvvisazione. Non si tratta di occupare spazi ma di offrire possibilità. Per fare ciò occorre un altro modello di presenza e di annuncio.

Come riconfermare nella fede i vicini e come arrivare ai lontani che rischiano di non essere mai raggiunti?

Ascoltando le confidenze dei preti, in esse ritorna di frequente un senso di profonda inadeguatezza: «Non mi sento preparato per questo tipo di servizio, non so come fare, quale coraggio avere… Mi accontento di ciò che ho e nello stesso tempo non so come trasformare questo problema in opportunità».

Per rivedere il reticolo parrocchiale occorre prima individuare i criteri dell’annuncio e dell’evangelizzazione. Non basta accorpare, bisogna integrare, differenziare, custodire l’esistente pur costruendo il nuovo.

In un incontro di riflessione su queste tematiche, un amico prete ha usato questa espressione: «Ci vuole il coraggio di passare da un’irrigazione generale a un’irrigazione “goccia a goccia”. Occorre più che mai razionalizzare le potenzialità, non solo perché non abbiamo più forze, ma anche perché abbiamo sprecato molta acqua».

Un colpo d’ala

Ricordo il forte impatto che ebbe sull’opinione pubblica, credenti e non, l’uscita di un libro pubblicato un po’ di anni fa: Dio esiste, io l’ho incontrato[2]. Era scritto da André Frossard, giornalista e saggista francese, membro dell’Académie française.

All’inizio del testo c’è una citazione che mi ha sempre incuriosito e che può aiutare ad avere una totale fiducia nelle vie imperscrutabili attraverso le quali Dio raggiunge l’uomo. È una frase di Georges Bernanos, altro grande della letteratura francese: «I convertiti sono ingombranti».

Frossard non è un credente, ma nella sua vita succede qualcosa di inaspettato. In una sera estiva, a Parigi, egli sta attendendo il suo amico, Willemin, all’esterno della chiesa dove l’amico è entrato. E scrive: «Non provo alcuna curiosità per le cose della religione. Sono le diciassette e dieci. Eppure … tra due minuti, sarò cristiano».

Willemin tarda un po’ ad uscire e Frossard entra a sua volta in chiesa per cercarlo. Si ferma davanti a un ostensorio, di cui non conosce il significato e, mentre osserva la fiamma di una candela, si verifica qualcosa che egli stesso non sa esprimere con parole adeguate. Dice di sentire, quasi sussurrate, due parole: «vita spirituale». Subito dopo avverte in lui una luminosità quasi insostenibile che lo penetra e lo avvolge. Scrive di aver visto improvvisamente, come in un sogno ad occhi aperti, un altro mondo, quello che lui ritiene essere il «mondo della verità»: «C’è un ordine nell’universo e, alla sommità, c’è l’evidenza di Dio, colui che i cristiani chiamano “padre nostro” e del quale sento la dolcezza». Successivamente dirà: «Quando si incontra Dio, la prima scoperta è l’insignificanza di tutte le cose che anche oggi i cristiani, esclusi ovviamente i santi, prendono così ridicolmente sul serio».

Non so dire perché questo flashback mi sia improvvisamente balenato nella memoria, ma di fronte alle fatiche reali di un annuncio di fede oggi, c’è sempre uno spiraglio di luce che apre un orizzonte diverso e inaspettato.

«Vedendoli affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli (…) E salì sulla barca con loro e il vento cessò» (Mc 6,48.51).

Per vivere un annuncio diverso e credibile, papa Francesco parla di una pre-condizione necessaria: «Occorre accettare di essere feriti per primi da quella Parola che ferirà gli altri (…) Anche in questa epoca la gente preferisce ascoltare i testimoni: ha sete di autenticità, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile» (EG 150).

Comunità generative?

Solo una fede interrogativa può tornare ad essere generativa. E per essere generativa la fede deve recuperare alcune parole belle della vita, che le danno un senso, una prospettiva, capace di guardare e di andare “oltre”. C’è un ministero che ha bisogno di essere incoraggiato a cercare qualcosa di diverso; che ha bisogno di ritrovare il gusto per una fede “umanamente sensata”, vicina ai problemi e alle speranze della gente.

C’è bisogno di una pastorale della «localizzazione»: occorre prima dirci «dove siamo» per aiutarci a scoprire «dove possiamo andare».

Pellegrini verso una meta, di cui non conosciamo bene la strada per arrivarci, ma che rimane comunque l’orizzonte verso cui camminare. Credere in una Chiesa generativa significa tornare a percorrere insieme alcuni sentieri esistenziali e spirituali:

  • rimettendo a fuoco il proprio itinerario umano e vocazionale come unico, originale e non ancora compiuto;
  • connettendo il proprio cammino di vita con quelle figure della storia biblica che più suscitano emozione in noi;
  • iscrivendo il nostro piccolo viaggio nel contesto della storia della Chiesa, nel suo lungo millenario cammino; in quella Chiesa che anche oggi papa Francesco ci rende orgogliosi di amare e di servire.

In questi giorni ricorre il centenario della nascita di don Lorenzo Milani (27 maggio 1923)[3].

Il 20 giugno 2017, durante la vista che papa Francesco compì a Barbiana sulla tomba di don Milani, rivolgendosi ai presbiteri presenti, disse: «Don Lorenzo ci insegna a voler bene alla Chiesa, come le volle bene lui, con la schiettezza e la verità che possono creare anche tensioni, ma mai fratture, abbandoni. Amiamo la Chiesa, cari confratelli, e facciamola amare».

Vigilanza h. 24

La riflessione in atto richiede un cambiamento di sguardo e di rapporto con il territorio. In concreto, significa un’attenzione privilegiata alla virtù della «vigilanza».

Il card. Carlo Maria Martini descrive così il senso della vigilanza: «Vigilare significa anzitutto vegliare, stare desti, rimanere all’erta (…). Vigilare significa badare con amore a qualcuno, custodire con ogni cura qualche cosa di molto prezioso, farsi presidio di valori importanti che sono delicati e fragili. Vigilare impegna comunque a fare attenzione, a diventare perspicaci, a essere svegli nel capire ciò che accade, acuti nell’intuire la direzione degli eventi, preparati a fronteggiare l’emergenza».

E conclude: «Tutti i modi di vegliare, che esemplificano le qualità essenziali del vigilare, sono come momenti particolari di quella grande veglia che è l’esistenza umana di fronte al tempo definitivo che viene: il tempo della vita eterna con Dio, che è come la “grande festa” della vita, alla quale ogni uomo che viene nel mondo è destinato»[4].

Significa avere occhi e orecchi attenti alla vita che si muove attorno a noi; ai carismi e ai doni che le persone portano in sé; alle potenzialità più che ai limiti; al presente e al futuro più che al passato. Significa riscoprire una comunità cristiana che si incammina sulla via della koinonìadiakonìa e martirìa. In fondo è questo lo scopo dei “cantieri di Betania” proposti per il cammino sinodale della Chiesa italiana.

Ce lo ricorda san Paolo: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12,7).

Questa esperienza spirituale e pastorale sottende ogni autentica e profonda azione di creatività e generatività nella comunità cristiana.

Una conversione … tre vie

In un momento come l’attuale, non possono che farci bene le parole decise e ricche di tenerezza del profeta Aggeo: «Coraggio, popolo tutto del paese – oracolo del Signore – al lavoro, perché io sono con voi» (Ag 2,4).

Bernard Lonergan, filosofo e teologo gesuita canadese, propone tre vie per vivere una «conversione» di mente, di cuore, di coinvolgimento, oggi più che mai necessaria.

  1. Conversione intellettuale

È il superamento di un mito diffuso e fuorviante: conoscere significa cogliere con oggettività la realtà nella quale si è immersi, fidandosi delle proprie percezioni. Questa convinzione diviene una vera e propria trappola nella valutazione di sé stessi, degli altri e di ciò che ci circonda. Persone, fatti, parole vengono filtrati dai propri schemi, inseriti nelle proprie caselle, passati al setaccio di una griglia di pregiudizi spesso inconsci. Nessuno di noi è immune dalle distorsioni cognitive e, tuttavia, esserne consapevoli può aiutare a cercare il confronto che apre a prospettive diverse.

  • Conversione morale

È una spinta decisa a cambiare i criteri di scelta, passando dalla «gratificazione del bisogno» alla «priorità del valore», come sorgente fondante le proprie scelte.

È una prospettiva che ci pone di fronte ad alcune questioni di fondo.

Quale è concretamente il quadro di riferimento – una terminologia cara a Erich Fromm – di fronte alle scelte grandi o piccole che la vita propone?

In questa cornice di orientamento, che cosa è veramente essenziale e che cosa, anche se urgente, è solo marginale?

Come evitare la trappola di una «tensione di frustrazione» che logora e demotiva, e come accettare una inevitabile «tensione di rinuncia» che è parte integrante di ogni scelta di vita?

  • Conversione religiosa

La si può esprimere con le parole di s. Paolo: «Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù» (Fil 3,12).

Essa si compie quando ci si lascia afferrare da ciò che tocca l’essenzialità della propria esistenza, le fibre più intime del proprio essere. Implica la capacità di «sporcarsi le mani», come afferma la tradizione rabbinica a proposito del Cantico dei Cantici, che per eccellenza è il libro dell’intimità.

«È innamorarsi, consegnarsi totalmente, senza condizioni, restrizioni e riserve», scrive Bernard Lonergan. È un lasciarsi «espropriare» da sé stessi e dai propri narcisistici processi di autorealizzazionemettendo a nudo le dinamiche profonde e vere della propria identità, umana e cristiana.

È entrare nella prospettiva di essere «più persona e meno personaggio», come suggerisce André Godin, nello studio che egli dedica alla psicologia della vocazione[5].

È la capacità di credere che anche il fallimento può rivelarsi momento prezioso di crescita. È la nostra umanità che lo esige, nessuno di noi è un «robot invulnerabile». È apertura al dono della misericordia e della riconciliazione che ci sono donate, per rievangelizzare il proprio vissuto alla luce della Parola risanatrice di Gesù, profondo conoscitore del cuore umano.

«Egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (…) Infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10).


[1] J.H. Newman, Opere. Vol. 1: Grammatica dell’Assenso, a cura di B. Gallo, trad. di L. Erbifori, Jaca Book, Milano 2005.

[2] A. Frossard, Dio esiste, io l’ho incontrato, Società Editrice Internazionale, Torino 1969.

[3] D. Bertani, Don Lorenzo Milani. L’intervista mai avvenuta. A cento anni dalla nascita, Artestampa, Modena 2023.

[4] C.M. Martini, Sto alla porta, Centro Ambrosiano Documentazione e Studi Religiosi, Milano 1992, 18. 24-26.

[5] A. Godin, Psychologie de la vocation: un bilan, ed. Du Cerf, Paris 1975, 26-27.

 

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