
Nel settembre 2026 il National Centre for Pastoral Research della Conferenza episcopale australiana ha pubblicato Absent from the Table, un’indagine sui cattolici che non partecipano regolarmente alla messa domenicale[1]. La ricerca, firmata da Trudy Dantis, Stephen Reid e Leith Dudfield, nasce da una preoccupazione emersa durante il Concilio plenario australiano e il percorso sinodale e riprende uno studio del 2007 dedicato a chi aveva smesso di frequentare. Si basa su un questionario online compilato da 1.973 cattolici e su 67 interviste in profondità. Il campione è autoselezionato e gli autori avvertono che i risultati non valgono per tutti i cattolici australiani. La fotografia che ne esce è comunque nitida e riguarda anche noi.
Tre intervistati su quattro vanno a messa meno di una volta alla settimana: il 19% una volta al mese, il 36% occasionalmente, il 19% mai. Eppure, circa due terzi dichiarano che la fede è per loro molto importante, oltre tre quarti affermano di credere in Gesù Figlio di Dio, il 64% prega regolarmente e il 69% considera l’essere cattolico una parte essenziale della propria identità. La fede, in larga parte, resta. Si è interrotto il suo passaggio dalla mensa eucaristica.
Le ragioni dell’assenza
Il rapporto distingue sei ragioni che dipendono dai fedeli e otto che dipendono dalla Chiesa, ragioni che spesso si intrecciano. Tra le prime figurano la messa che non è più una priorità, le crisi di fede, le difficoltà familiari, la malattia, l’età e la distanza. Tra le seconde troviamo liturgie percepite come noiose o deprimenti, musica povera, difficoltà con il parroco e con il clero, comprese quelle con i sacerdoti venuti da altri paesi, il clericalismo e l’abuso di potere, l’ipocrisia, la perdita di fiducia nell’istituzione, la sensazione di essere esclusi dalle regole della Chiesa e la sua irrilevanza per la vita di oggi. Gli abusi sessuali del clero pesano in modo particolare su chi li ha subiti e sulle loro famiglie.
La pandemia ha fatto da acceleratore. Ha indebolito il senso dell’obbligo e ha trasformato la messa in uno dei tanti modi di restare in contatto con Dio; molti hanno seguito le celebrazioni online e poi non sono più tornati.
Tra i temi che lo studio registra, uno compariva, benché ai margini, già nel 2007 e oggi si presenta come autonomo: la convinzione che partecipare ogni settimana non sia necessario per mantenere la fede.
Due metà della stessa frattura
Letti insieme, i dati mostrano due movimenti che vanno in direzioni opposte e nascono dalla stessa frattura. Il primo porta verso una comunità senza Cristo. Gli intervistati cercano appartenenza e la trovano altrove: la comunità scolastica cattolica è apprezzata dal 74% di loro, la parrocchia dal 51%, e il 62% mantiene legami con la Chiesa attraverso scuole, ospedali, servizi di assistenza, gruppi di preghiera e di impegno sociale. È un’appartenenza reale, spesso generosa, che però si regge sull’opera comune più che sulla mensa comune.
Il secondo movimento porta verso un Cristo senza comunità: la preghiera personale, la natura, la messa in streaming, il servizio vissuto come forma di spiritualità. Molti, riferisce il rapporto, trovano queste forme più significative della liturgia domenicale. Anche qui c’è qualcosa di autentico e insieme al rischio di una fede su misura, che sceglie i luoghi, i tempi e le persone con cui credere.
Il dato sull’Eucaristia conferma la frattura. Il 55% degli intervistati afferma la presenza reale di Cristo, il 24% vede nel pane e nel vino dei simboli, il 21% non sa. Per molti, scrivono gli autori, l’Eucaristia conserva un significato legato alla tradizione e alla comunità più che alla dottrina. Se la mensa vale per chi vi si siede attorno, quando la compagnia delude non resta un motivo per tornare.
Il luogo in cui l’altro non si sceglie
Nella frattura si riconosce una logica che non riguarda soltanto la Chiesa.
Si va a messa se la gente è accogliente e il prete è bravo; altrimenti si cerca altrove o non si cerca più. È la stessa logica che governa gran parte della vita sociale contemporanea e, in modo specifico, quella digitale: si frequenta ciò che somiglia, si abbandona ciò che non gratifica e si scorre oltre. Applicata alla comunità cristiana, questa logica trasforma l’assemblea in un servizio da valutare.
La costituzione conciliare sulla liturgia elenca l’assemblea che prega e canta tra i modi della presenza di Cristo. Andare a messa per Cristo e andarci per gli altri sono quindi, a rigore, la stessa cosa. L’assemblea è anche il luogo in cui l’altro non si sceglie: il vicino di banco antipatico, il prete che annoia, il prete straniero di cui si fatica a capire l’accento.
Il rapporto cita proprio le difficoltà con i sacerdoti nati in altri Paesi tra le ragioni di disagio e il dettaglio dice molto. Anche dentro la Chiesa lo straniero è la figura su cui la scelta per affinità inciampa. In una società che si fida poco degli sconosciuti, una comunità in cui lo sconosciuto siede accanto a me per una ragione che non dipende dalla simpatia è una delle poche palestre rimaste per imparare a riconoscerlo come fratello.
La parte che riguarda la Chiesa
Il rapporto non assolve la Chiesa. Gli abusi, il clericalismo, la mancanza di trasparenza e di responsabilità compaiono tra le cause e le proposte raccolte dagli intervistati vanno in una direzione precisa: omelie e musica migliori, orari più accessibili, una partecipazione più ampia dei laici, il coinvolgimento di donne e persone sposate nei ministeri, l’accoglienza delle persone escluse dalle regole attuali, strutture più trasparenti. La richiesta di fondo è chiara: una comunità in cui si possa partecipare, oltre che assistere.
Qui la questione si sposta dalla qualità della liturgia alla forma della comunità. Una comunità in cui il riconoscimento discende dal titolo e dal grado riproduce al proprio interno le gerarchie che la società già impone e trasforma i battezzati in pubblico.
Una comunità che riconosce i carismi effettivi a partire dalla comune dignità battesimale fa dell’assemblea un corpo, in cui ciascuno ha un posto che non dipende dalla posizione sociale né dalla simpatia degli altri. La prima può migliorare le omelie e la musica senza toccare il problema; la seconda lo affronta alla radice.
Una lezione anche per noi
Il caso australiano è meno lontano di quanto sembri. In Italia la serie dell’indagine Istat «Aspetti della vita quotidiana», studiata da Luca Diotallevi, mostra che la quota di popolazione che dichiara di partecipare ogni settimana ai riti religiosi è passata da oltre un terzo nel 1993 a circa un quinto nel 2019. Si tratta di frequenze dichiarate, che tendono a sovrastimare la pratica reale, e di un declino che precede la pandemia e prosegue senza interruzioni.
Dove il rapporto australiano vede nel Covid un acceleratore, il caso italiano mostra una tendenza strutturale che l’emergenza sanitaria non ha interrotto. Le dinamiche descritte dalla ricerca australiana si riconoscono anche qui: la fuga verso gruppi scelti per affinità, la tentazione di misurare la messa sulla bravura del celebrante. Ciò che manca, o almeno non circola, è l’altra metà del lavoro australiano: una ricerca promossa dai vescovi che interroghi direttamente chi non viene più e ne prenda sul serio le ragioni, comprese quelle che chiamano in causa la Chiesa.
Davanti a questi segnali le risposte più facili sono due. La prima è rendere la messa più attraente, con celebrazioni curate, omelie brevi, buona musica. È necessaria, ma da sola rafforza la logica che si vorrebbe correggere, perché tratta la liturgia come un servizio da migliorare per un pubblico da riconquistare, l’assemblea. La seconda è rimproverare chi non viene, richiamando l’obbligo, ma ignora che molti degli assenti credono e pregano, e che le loro ragioni chiamano in causa anche chi resta.
C’è una terza strada, più faticosa: ricostruire l’assemblea come luogo in cui l’altro non si sceglie e in cui ognuno ha un ruolo. Gli intervistati australiani la indicano senza nominarla, quando chiedono di partecipare e di appartenere. È la stessa domanda che il percorso sinodale ha posto a tutta la Chiesa e la risposta passa per la valorizzazione dei carismi di tutti i battezzati più che per la qualità dello «spettacolo da rappresentare». La mensa resta apparecchiata. Il problema è che molti non riconoscono più chi vi siede accanto come parte di ciò che vi si celebra.
[1] Dantis, Reid e Dudfield (2026). La sintesi esecutiva e il rapporto completo sono disponibili sul sito del National Centre for Pastoral Research.






Che bella puntata di commenti!
Ho imparato molte cose e apprezzato moltissimo le citazioni di Paolo (20 ottobre) sulle prediche.
Ecco, vorrei confessarvi che anch’io provo un grande disagio ad ascoltare pastoni indigesti intrisi di luoghi comuni e frasi fatte. Li trovo indegni della Parola di Dio e offensivi per l’intelligenza degli astanti.
Quanto sarebbe edificante se il celebrante ammettesse con umiltà di non avere avuto il tempo di pregare, meditare quindi di preparare la predica e ci invitasse a stare cinque minuti in silenzio (sembreranno un’eternità, ma cinque minuti per riflettere sulle letture appena proclamate non sono nulla in confronto al tempo che dedichiamo a tutto il resto), lasciando che lo spirito spiri dive vuole.
Infine, a proposito del ruolo dei laici nella Chiesa, ecco una descrizione sapida del vescovo barnabita Andrea Erba, tratta da un suo intervento su “Quaderni di vita barnabitica”, n.8, Roma 1989, pag. 40:
“Ancora ai primi del Novecento, qualcuno paragonava i laici cristiani alle pecore della Candelora, buone solo da tosare e descriveva le tre posizioni dei laici nella chiesa:
1. In ginocchio a pregare
2. Seduti ad ascoltare le prediche
3. Mano al portafoglio per dare l’offerta”.
Trovare che siano stati fatti progressi?
Si può veramente dire di “credere” senza sentire l’esigenza, il desiderio, la necessità, di partecipare alla Mensa Eucaristica, senza partecipare al Corpo e al Sangue di Cristo nostro Signore?
Temo sia come il dire di amare una persona, senza dovergli vivere accanto, non solo non amandola con gesti e segni concreti, ma soprattutto senza vivere dell’amore che ha per noi, senza una vere reale concreta comunione, da cui tutte le altre forma di comunione prendono forza e vita.
Credo, prego, faccio cose, come lo fa un pagano (un buon pagano) convinto di una nobile idea, o prego temo come faceva il pubblicano, perché il non accostarsi all’Eucarestia – non dimentichiamo che esisterebbe un precetto a nostro favore per noi che siamo deboli e pigri – comporta o presuppone più di una conseguenza. Ad esempio quello di non cercare costantemente la Misericordi di Dio nel rito della Riconciliazione…
Giovanni 6,57
«Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.»
E chi non ne mangia per chi vivrà? Per se stesso, per le proprie idee, per gli “altri”? Forse, o forse non vivendo per Cristo, non vivrà affatto. Perlo per chi si dice cristiano o per lo meno credente, non per tanti uomini e donne di buona volontà che Cristo non conoscono.
Una via, due vie, tre vie… ma una sola è la Via e la Verità.
Finché continueremo ad illuderci che cambiando il mondo attorno a noi (celebrazione più “belle”, comunità più “simpatiche”, bravi sacerdoti, belle omelie – per carità operiamo perché lo siano), continueremo a credere che la vita ci viene dalle cose attorno, ingannati dal fatto che sono “cose sante”, dimenticando così la necessità di una continua formazione, di una continua evangelizzazione, della necessità ogni tanto di fermarsi e ritornare al cuore, a Cristo Eucarestia, cosa che nessuna “negativa condizione esterna” dovrebbe impedirci e se fosse ne dovremmo soffrire più di ogni altra cosa, non passare al “vabbè fa lo stesso… ci sono alternative”.
Che dire allora dei Fratelli e delle Sorelle che anche oggi vanno a Messa sapendo di rischiare la propria vita? O più semplicemente si fanno decine (ma so di centinaia) di chilometri per partecipare alla Liturgia, quando noi ci stracciamo le vesti perché ci hanno spostato di mezz’ora l’orario e causa questioni pastorali, la nostra parrocchia non è più quella di prima?
Continuiamo pure a pulire la coppa dall’esterno… quando sarà bella lucida, basterà una piccola stonatura, una parolina di troppo e torneremo ad allontanarcene perché non brilla, senza guardare né all’interno nostro della coppa (Luca 11,39), né a cosa veramente contiene la “coppa di salvezza” (Salmo 116,13).
Per chi ha perplessità ci viene in aiuto come sempre la Chiesa:
https://www.dce.va/it/interventi/2024/l-eucaristia-fonte-centro-e-culmine-della-vita-cristiana.html
C’è anche chi, e andrebbe forse indagato e considerato, a messa la domenica ci va ma non crede, o non crede del tutto, o non crede tutto quello che il corpus dottrinale cattolico propone.
Non so quanto sia esteso il fenomeno, ma non lo sottovaluterei.
Le ricerche più serie avvertono dell’espandersi del fenomeno dei fedeli dubbiosi o con legami fragili con la Chiesa.
Ritengo, personalmente, che sia l’effetto della difficoltà della teologia e del magistero a dare risposte di senso e significato alle domande che l’oggi suscita o, per dirlo con Lei, «non crede, o non crede del tutto, o non crede tutto quello che il corpus dottrinale cattolico propone»
Secondo i dati riportati nell’articolo “Il 55% degli intervistati afferma la presenza reale di Cristo, il 24% vede nel pane e nel vino dei simboli, il 21% non sa.”.
Più crisi di fede di così è difficile da ipotizzare.
Poi ci sono le cose evidenti a tutti: nessuno si confessa, tutti si comunicano, chi si inginocchia durante la consacrazione è considerato strano…
Un disastro voluto e programmato.
Secondo lei le grandi folle che frequentavano le chiese e le parrocchie nei magnifici anni ‘50 erano formate solo da ferventi credenti in tutto ciò che la Chiesa proponeva?
Francamente ho molti dubbi: appena si è respirata un po’ di sana libertà (che giustamente richiede l’adesione personale alla fede) la folla si è squagliata. Ora è finalmente possibile l’autenticità e, nonostante tutto, credo sia meglio così.
Ora la Chiesa i fedeli se li deve anche meritare e certi suoi aspetti arcaici, che peraltro poco o nulla hanno a che fare con il Vangelo, non aiutano.
C’é da dire che negli anni ’60 c’é stata anche una notevole e intenzionale diminuzione della ritualitá, con la morte di cose come le rogazioni, le benedizioni ricorrenti, molte processioni etc.
Queste hanno dissolto molti legami personali con la Chiesa, in quanto tutto queste manifestazioni erano sentite importanti
E’ stato un esperimento interessante, ma molto masochista
Quando Bergoglio intendeva todos todos todos però intendeva proprio una Chiesa non selezionata di eletti, di qualsiasi tipo fossero gli eletti. Un posto dove ci vanno i superconvinti ma anche quelli che non lo sono. In ogni caso il discorso dell’adesione personale contro il conformismo poteva essere valida 50 0 60 anni fa quando c’era davvero una certa pressione sociale, ci sono dati oggettivi che nelle piccole Chiese di oggi esista davvero più convinzione e maggiore autenticità? A me pare che al contrario ci sia un tutti contro tutti, perchè convinzione implica anche bolle, settarismo, intransigenza.
Tra l’altro il cattolicesimo è sempre stato abbastanza razionale e “aristotelico”, basta confrontarlo con i movimenti pentecostali americani. La convinzione che meno Chiesa implichi maggior progresso non è particolarmente suffragata dai fatti. A me pare che rinunciare al cattolicesimo implichi rinunciare ad una forte capacità di mediazione. Avrà duemila difetta, ma basta vedere le uscite di questi giorni sulla questione giovanile da parte del Papa o della Cei.
Il 55% degli intervistati non va a Messa manco una volta al mese…
Poi ricordiamo che ‘il campione è autoselezionato’
Io cristo lo incontro nell’altro. Il pane si spezza non solo nell’Eucarestia ma ogni volta che spezzi il tuo egoismo e ti metti a disposizione dei bisogni dei fratelli.
Il fare memoria di cristo che spezza la sua vita per noi avviene anche nell’incontro con il povero e il bisognoso. Non per nulla Cristo dice che chi fa qualcosa per gli ultimi lo fa a lui. Ci si salva spezzando la propria vita per gli altri. Andare a messa tutte le domeniche non salva di per sé.
La differenza sta nel fatto che lo “spezzare del pane” non è “fare memoria”.
Il cibarsi di Cristo non è l’incontrare Cristo nell’Altro, ma è divenire Cristo per l’altro anche quando l’Altro è il mio nemico e questo spirito non ce lo possiamo dare da noi stessi.
Diversamente (oltre a sentirci “bravi” cristiani”) non siamo diversi da qualunque partecipante a qualunque ONLUS di questo mondo (che certamente dio ricompenserà per la buona volontà).
Giovanni 6,50
«questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.»
Giovanni 6,54
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.»
Giovanni 6,56
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.»
Giovanni 6,57
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.
Giovanni 6,50
«Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia.»
Queste affermazioni di Cristo, non sono opzioni (o questo o quello), sono un’unica verità: Non cibarsi di Quel cibo per il cristiano è spiritualmente morire di digiuno, così come muore il corpo senza alimentari.
Sicuramente “andare a Messa” non salva di per sé, se non si ha chiaro il perché si partecipa alla Liturgia, forse non salva, forse salva per misericordia di Dio, “fare qualcosa per gli ultimi”, ma dove troveremo la forza di affrontare la croce quando si presenterà alla nostra porta, quando dovessimo trovarci noi nella condizione di “ultimi” senza che nessuno venga in nostro soccorso?
Vale la pena leggere:
https://www.dce.va/it/interventi/2024/l-eucaristia-fonte-centro-e-culmine-della-vita-cristiana.html
Forse ci dimentichiamo che papi, teologi e vari intellettuali cristiani faticavano loro stessi ad “andare a messa” e sentire omelie di scarsa qualità, contenenti incoerenze o costruite concatenando frasi fatte. J. Ratzinger: “il miracolo della Chiesa è di sopravvivere ogni domenica a milioni di pessime prediche”. L. Bouyer parlava di “pericolo della nausea della parola nella liturgia”. C. Bo definiva le omelie della domenica “il tormento ‘de fedeli”. Anche J. Moltmann e D. Bonhoeffer avevano lo stesso tipo di problema. Immaginatevi le reazioni di persone di questo calibro a sentire le opinioni di molti laici… A mio modesto parere, il problema è che manca totalmente una “verifica sul campo” per vedere se come sta andando (cioè “come abbiamo sempre fatto”?) va bene o se va modificato o, come diceva Paolo “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono.” (1Ts 5,21). Senza questo criterio, anche la sinodalità rischia di ridursi solo a “nuovi incarichi per laici preparati e controllati dalla diocesi… perché purtroppo di preti ce ne sono sempre meno”.
Chi crede va a Messa; se non vai a Messa non credi.
Naturalmente se tra i “credenti” includi quelli che credono ad un Gesù di melassa alla Zeffirelli …bè semplicemente la loro fede non è il cattolicesimo ma la religione del mondo.
La trovo un’interessante indagine che dovrebbe essere fatta anche in Italia. Sarebbe occasione di autocritica (sì spera) per chi presiede l’eucaristia.
Il punto è che la fede nasce da un incontro, non basta il sentito dire o il racconto, ci vuole l’ incontro, non l’ incontro con il prete, o l’ incontro con l’ antipatico o il simpatico, ma l’ incontro con Cristo, e nella Messa questo incontro si rinnova nel desiderio di muoverci noi poi verso di lui. Si viene cercati per primi poi si cerca. Su questa ricerca dell’ amato si fonda la fede, se manca questo, tutto diventa un obbligo, una recita, un cosa che si fa perchè così hanno fatto prima di noi mio nonna, mio nonno, ma che il covid ha fatto vedere che non serve a nulla. La fatica è vera, ma è ancor più vero che Gesù è li vivo e vegeto nella Messa e che si offre a noi. Forse abbiamo dimenticato chi è venuto a cercarci.
Vedo ana landa desolata con vecchi alberi e poca vegetazione nuova.
Ricordo una conferenza in cui si cercava di definire Eucarestia : mille definizioni.
Ma non basta cenare insieme? Come faceva don Pietro Burrascano?
Lo stesso format x Liturgia.
Sicuri che con lo Strade finire si raggiungono i cuori??
Se non si RI-definisconp le basi della Fede non se ne esce.
Scusa ma i commenti social non solo il proseguo delle mille definizioni? Ogni utente è una conferenza a sè..
Provate a intervistare sul sagrato chi esce dalla messa nel giorno festivo. Avrete un plebiscito di Ok! È la Messa! Se poi calerete nei dettagli, portando il sondaggio su singoli aspetti, lì l’ok è solitamente preceduto da una più o meno breve pausa, ma… è la Messa! Quindi ok. Fino all’estremo dei negazionisti che la frequenza non sia proprio ottimale.
Sono queste le colonne su cui regge la Chiesa particolare delle nostre parrocchie. Ogni comunità ha poi il parroco che si merita (e viceversa) – perdonatemi questa devianza verso il concetto secolare di “merito”.
Non aspettiamocela “in uscita”, almeno dal mio ristrettissimo angolo di visuale. Eppure, riguardo il perimetro in gioco, i fedeli non praticanti, sarebbe o non sarebbe propriamente un terreno di uscita? È una specifica che andrebbe sottolineata in ogni affrontamento della questione.
Ma già sul concetto di ‘uscita’ prevale perplessità, tentennamento, diffidenza, o anche rifiuto. Oppure, detto in breve, nessun entusiasmo. E allora… che cosa ci aspettiamo? Nulla.
Quando lo spirito vorrà, riempirà di nuovo le chiese.
Ieri ho sentito una signora ricordare ad un prete sessantenne che lui e i confratelli coetanei non sanno parlare alle giovani generazioni. Penso che il problema sia proprio questo, ormai anche in Italia c’è troppa distanza tra il clero, sempre più anziano e il resto dei battezzati, non si capiscono più, non comprendono non solo il linguaggio ma neppure le attese, i bisogni, i desideri… C’è proprio un divario insuperabile, una distanza abissale tra due sponde. Mi ha rincuorato sapere che quel prete non è mai andato a genio a nessuno, ha rovinato tutte le parrocchie ove è stato mandato e ora dà solo una mano per dire messa la domenica in aiuto ad un parroco con più parrocchie: in questo modo almeno i danni sono stati in qualche modo limitati visto che in chiesa ci vanno ormai in pochi.
Scusa ma perchè scaricare le colpe sul clero? Come se tra i laici invece fossero rose e fiori mentre è tutto un litigare e spettegolare.
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” credo sia vero anche per la liturgia .
La liturgia è l’ordinamento tradizionalmente fissato per le manifestazioni di culto – la radice greca della parola oggi in greco moderno significa “istruzioni per l’uso “- ma se questo ordinamento non è più percepito come “vitale” , nel senso di vivo e portatore di senso, forse occorre interrogarsi sulla catena di trasmissione che si è rotta. Che cosa non percepiamo più come vitale ? Cosa percepiamo come “morto” ?
La “mensa” non è liturgia, è partecipazione ! Forse il mondo è cambiato e non ce ne siamo accorti.
Eccoci anche noi. Dopo il Covid, complici figlio via di casa, qualche problema di salute, parrocchia che si è svuotata. Anche venire qua e leggere lamenti su lamenti o apologia del post-teismo un giorno si e l’altro pure aiuta a non frequentare. Se tutto è inutile, riformabile e irrilevante a che serve? Si parla di Amoris laetitia come una rivoluzione, ma nelle parrocchie siamo molto più avanti dato che ormai non si sposa più nessuno. Scoraggerei pure mio figlio dal farlo, dato che alla fine nulla dura.
Che allegria!
In realtà fino a qualche anno fa sono stata molto fortunata, ho avuto tre parrocchie in cui si siamo sempre trovati benissimo. Poi un mix di fattori, nuovo parroco, pandemia, figli all’università. Si fa un po’ tristezza vedere che tanti se ne sono andati, e non è che non andiamo proprio, diciamo sicuramente molto meno di prima. Quando era ragazzino il figlio si partiva alle 10.30 per trovare posto, i bambini erano tutti intorno all’altare, poi uscivano a giocare nel campetto di calcio. Insomma, una bellissima stagione. Diciamo che tra le varie disgrazie andare a messa e pensare a Gamberini, Grillo, Anita Prati oppure Valli, Magister, Tosatti che sono sempre in modalità lamentosa non aiuta, ti volti verso il tuo vicino e pensi: ma sarà così pure lui? Anche se mi ha appena dato la mano allo scambio della pace? Poi torna a casa e giù a scrivere contro X e Y.. Quindi lo vedo come un atteggiamento di lucida coerenza, se essere cristiani non rende più empatici e dialoganti (salvo dialogare con quelle 3 persone che la pensano come te) a che serve essere cristiani? Quello in cui credo è pura contingenta? un mix tra amici, genitori, figure ecclesiali eccezionali (da Martini siamo passati a Scherzi da Prete) che non ci sono più? Vado avanti da sola, ecco.
E riguardo al matrimonio, si le discussioni sono molto invecchiate. Nella mia parrocchia fino 15 anni fa il divorzio paradossalmente era un’occasione per riavvicinarsi, perchè capitava che ti trovavi solo/a con i figli piccoli o adolescenti, allora avevi bisogno di conforto e la parrocchia era un posto in grado di dartelo. Adesso davvero non ci si sposa più, per lo meno anche tra i figli di amici parenti conoscenti nessuno lo fa più, nessuno frequenta se non saltuariamente, anche se magari (come nostro figlio) un legame lo ha conservato. Però è lontano, ha amici o compagni che non frequentano, insomma che senso ha? Fino a qualche anno fa pensavo che si potesse rallentare il trend ma adesso onestamente non mi importa più. Siano liberi i ragazzi di non sposarsi e di non dover rendere conto a nessuno se non alla propria coscienza. Noi siamo cresciuti diversi e ritengo giusto rimanere fedeli alle nostre promesse, anche se quando le abbiamo pronunciate il mondo era diverso ed è stato un caso esserci trovati a pronunciarle in quei termini che non esistono più. Ci credevo allora e ci credo anche adesso. Fortunatamente.
Grazie Angela del tuo personale racconto. Anch’io faccio fatica ad aver occhi per vedere il futuro, ma è una bella sfida cercarlo. Coltiviamo parole e gesti di perdono, misericordia, fraternità e chi crede alimenti questo nel trovarsi con altri a ricordare l’ultima cena di Gesù. Sapendo che non per tutti è questo il centro del cercare di essere un po’ fedeli al messaggio di Gesù.