Cechia: il concordato azzoppato

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La Corte costituzionale della Repubblica Ceca ha dichiarato incostituzionali alcuni degli articoli del Concordato con la Santa Sede (1° aprile). La decisione dei quindici giudici togati (quattro si sono pronunciati contro) è stata presentata da Zdenek Kühn.

La corte non ha messo in questione il trattato in quanto tale, come alcuni suggerivano, ma due aspetti particolari dei 16 articoli di cui è composto. Essi riguardano il segreto della confessione e l’accesso agli archivi ecclesiastici.

La garanzia sul sigillo confessionale è parso eccessivo in relazione al segreto professionale di altre figure come gli avvocati e per una temuta estensione oltre il clero e il sacramento. Così per gli archivi: la loro blindatura violerebbe il diritto di accesso al patrimonio culturale e la libertà di ricerca accademica.

Nessun rilievo critico per molti altri aspetti: dalla libertà di coscienza e di culto all’autonomia di governo interno della Chiesa, dall’obiezione di coscienza al militare e nel contesto sanitario alla possibilità di istituire enti educativi e scolastici in proprio.

Va ricordato che la Cechia è l’ultimo paese, dopo il crollo dell’URSS, ad arrivare ad un accordo con la Chiesa cattolica. Faticosamente costruito in decenni di discussioni, è stato firmato il 24 ottobre 2024 dal primo ministro Petr Fiala e dal segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin. Approvato da ambedue le camere del parlamento, aspettava la firma del presidente della Repubblica ceca, Petr Pavel, per entrare in vigore.

Un gruppo di 17 parlamentari ha impugnato il testo davanti alla Corte e tutto si è fermato fino all’attuale sentenza. Essa obbligherà a un nuovo percorso di cui non si può prevedere né l’esito né il tempo.

Il segreto sacramentale è intoccabile

La Conferenza episcopale ha reagito per bocca del suo presidente, mons. Josef Nuzik, con compostezza: essa «prende atto di questa decisione e rispetta il ruolo della Corte costituzionale quale istituzione che fornisce l’interpretazione definitiva della Costituzione e delle leggi costituzionali. Pur non condividendo il parere giuridico espresso dalla Corte in merito, ne accetta la sentenza come vincolante. La Conferenza Episcopale Ceca (CBK) considera positivo il fatto che la Corte non abbia respinto l’idea di un trattato con la Santa Sede, limitandosi a esaminare solo alcuni passaggi.

Ringraziamo, inoltre, tutti i legislatori di entrambe le Camere del parlamento della Repubblica ceca che, in passato, hanno sostenuto questa proposta. Tuttavia ci rammarichiamo che la Corte costituzionale si sia limitata principalmente al segreto confessionale che è e rimane parte integrante della vita della Chiesa e un diritto fondamentale dei credenti».

La discussione è riesplosa nei media e nella politica locale. Il presidente Petr Pavel, che aveva espresso qualche perplessità in passato, spinge per ulteriori negoziati. L’attuale primo ministro con una maggioranza di centro-destra, Andrej Babiš, è favorevole al negoziato, ma, nella sua maggioranza tripartita, il partito populista di destra di Tomio Okamura si è sempre opposto al trattato.

Il leader del partito democratico civico (ODS), Marek Benda, già presidente della Commissione costituzionale della Camera, ha parlato di un’interpretazione positivista della Costituzione e dell’anacronismo dei timori espressi.

Diverse voci del centro politico si rammaricano per la mancata occasione per dare certezza giuridica ai rapporti con la Santa Sede e la Chiesa locale. I partiti liberali e “progressisti” rafforzano la loro convinzione di una totale separazione fra Chiesa e stato.

Attesa positiva per il nuovo arcivescovo di Praga

Il paese è fra i più secolarizzati dell’area centro-europea. Dei circa dieci milioni di abitanti solo il 19% si sono dichiarati credenti e i cattolici sono 750.000.

La Chiesa, uscita dalla cappa del regime comunista con una rilevante credibilità, ha consumato molto del suo credito in battaglie civili non sempre opportune: dalla rivendicazione puntigliosa della proprietà al finanziamento pubblico, dalla scarsa trasparenza sul tema degli abusi all’esercizio di una leadership non efficace, fino a un fiancheggiamento alle forze anti-europee, intransigenti e critiche del magistero di papa Francesco del card. Dominik Duka.

Le profonde tensioni interne alla facoltà teologica dell’Università Carlo della capitale ne sono un esempio.

Un elemento considerato con favore è la recente nomina alla sede di Praga di mons. Stanislav Přbyl dove entrerà il prossimo 25 aprile. Ha perorato la causa di una Chiesa mite, autentica e disponibile al dialogo con i non credenti. Ha aperto un confronto diretto con le vittime degli abusi ecclesiastici.

In un’intervista al quotidiano Denik N ha detto: «Credo che non dovremmo essere una Chiesa trionfante: in primo luogo, non ce lo possiamo permettere e, in secondo luogo, sarebbe ridicolo».

Si è dichiarato lontano dall’agone politico, ma non ha esitato a criticare le posizioni anti-immigrati e contrarie ai rifugiati ucraini di T. Okamura.

Mons. Přbyl è attualmente vicepresidente della Conferenza episcopale, dopo aver ricoperto la carica di segretario generale. Nominato vescovo per la diocesi di Litomĕřice nel 2023, è stato designato a Praga da papa Leone.

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