Per una sinodalità realmente codecisionale

di:

chiesa sinodale

Ho appena ascoltato una canzone orecchiabile sulla sinodalità che ha iniziato a circolare dapprima su WhatsApp e che, grazie ai suggerimenti di alcune persone interessate, è stata completata e pubblicata su YouTube.

Vale la pena osservare che sia il titolo sia il testo della canzone invitano a mettere in pratica una sinodalità nella quale, oltre a parlare e ad ascoltare, si decida. È proprio quest’ultimo verbo – «decidere» – a rendere originale il testo del brano, destinato certamente a essere ascoltato e cantato nelle nostre comunità, ma, ci si augura, anche a costituire il preludio a una sua concreta attuazione, possibilmente quanto prima.

Sediamoci a parlare, ad ascoltare e a decidere

Ecco anzitutto il testo della canzone.

Che ritorni la parola

Sediamoci a parlare,
sediamoci ad ascoltare.
Una Chiesa senza parola
non può camminare.

Non vogliamo una Chiesa
fondata sulla paura.
Non vogliamo decisioni
senza ascolto e senza calore.

Non vogliamo comunità
che si sentano senza casa.
Non vogliamo che la storia
sia riscritta senza dialogo.

Se il Vangelo ci raduna,
se Gesù spezza il pane,
non possiamo essere fratelli
senza decidere insieme come comunità.

Che ritorni la parola,
che ritorni la verità.
Se diciamo «sinodalità»,
che sia davvero tale.

Ascoltando questa canzone mi è tornato alla mente che, quando si accoglie in modo creativo l’infallibilità dell’intero popolo di Dio, si aprono le porte a un modello di governo, di magistero e di organizzazione ecclesiale che può essere insieme nuovo e profondamente radicato nella tradizione, benché finora sia stato in larga misura emarginato. Si tratta di un modello corresponsabile, cioè insieme battesimale e ministeriale e, proprio per questo, deliberativo, codecisionale o «co-governativo», nel quale al successore di Pietro spetta custodire e garantire l’unità della fede e la comunione ecclesiale.

In coerenza con questo modello ecclesiologico, antico e insieme nuovo, ritengo che sia giunto il momento di aprire la strada anche a una nuova forma di sinodalità, anch’essa battesimale e ministeriale e, proprio per questo, codecisionale, superando una sinodalità puramente consultiva che, a differenza dei suoi predecessori, papa Francesco ha promosso.

Corresponsabilità e sinodalità: battesimali e ministeriali

Si tratta anzitutto di una forma di governo, di magistero e di sinodalità definita e riconosciuta come corresponsabile, semplicemente perché tutti i cristiani, grazie al battesimo, sono in Cristo – come insegna il Concilio Vaticano II – profeti, sacerdoti e re.

Ma si tratta anche di un modello ministeriale, poiché all’interno della comunità cristiana esistono diversi ministeri – istituiti o riconosciuti – ciascuno con i propri ambiti di competenza e di responsabilità, al servizio della crescita della comunità e della missione evangelizzatrice.

Mi riferisco dunque a un modello di governo ecclesiale, di magistero e di sinodalità fondato su una responsabilità condivisa tra tutti i battezzati e i diversi ministeri ordinati. Una tale corresponsabilità, tuttavia, non può essere attuata – almeno nell’Europa occidentale – privilegiando modelli di governo e di magistero ispirati a forme monarchiche, unipersonali e assolutistiche dell’esercizio del ministero ordinato.

Non è più possibile ignorare o svalutare a lungo una conquista storica come la democrazia, per quanto essa possa presentare limiti formali o borghesi e per quanto, nel suo nome, siano stati commessi e continuino a essere commessi gravi abusi.

La democrazia, con tutti i suoi indiscutibili limiti, costituisce una mediazione umana e storica non meno di quanto lo siano le forme monarchiche, unipersonali e assolutistiche attraverso cui vengono interpretate e presentate la Nota explicativa praevia alla Lumen gentium (1964), la dichiarazione Mysterium Ecclesiae (1973) e l’istruzione De synodis dioecesanis agendis (1997). E, rispetto al modello promosso dall’attuale magistero ecclesiale, essa appare molto più coerente con il principio della corresponsabilità e, proprio per questo, meno carente.

La «istituzione divina» della codecisione

È certamente vero che Gesù ha scelto un gruppo di apostoli e che lo Spirito distribuisce i suoi carismi e i suoi doni a chi vuole. Ma non è altrettanto vero che il modo di organizzare la Chiesa, di esercitare il magistero e di governarla debba essere, per «istituzione divina», necessariamente monarchico e assolutistico.

Alla luce degli apporti del Concilio Vaticano II e del tempo storico che stiamo vivendo, tale modello dovrebbe invece assumere una forma corresponsabile, come è avvenuto, ad esempio, nel Cammino sinodale tedesco, le cui deliberazioni hanno carattere vincolante, e come intendono fare anche le corrispondenti istituzioni sorte nel periodo post-sinodale.

Credo sia opportuno ricordare che, almeno nella Chiesa in Germania, la corresponsabilità, nella sua verità teologica e dogmatica, si realizza attraverso un dialogo tra i fedeli battezzati e i vescovi, che si conclude con una votazione. Perché una proposta sia approvata, è richiesta una maggioranza qualificata dei due terzi dei membri presenti, comprendente anche i due terzi dei membri presenti della Conferenza episcopale tedesca (Statuti 11 §2).

A mio giudizio, questo modo di esercitare l’autorità rispetta sia la dignità propria di tutti i battezzati – partecipi della funzione profetica, sacerdotale e regale di Cristo – sia la responsabilità specifica dei ministri ordinati. Per questo motivo esso trova anch’esso un fondamento «divino», proprio perché custodisce in modo peculiare l’infallibilità dell’intero popolo di Dio.

Anzi, ritengo che, nel contesto odierno e almeno nell’Europa occidentale, questa forma di esercizio dell’autorità sia particolarmente adeguata, sia perché si fonda su tale principio di infallibilità ecclesiale, sia perché risponde con maggiore fedeltà alla missione evangelizzatrice della Chiesa.

Esiste anche un’altra possibilità, sperimentata in alcune Chiese locali negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II: che i vescovi – e più in generale i ministri ordinati – elaborino, insieme ai fedeli democraticamente eletti, le decisioni o gli orientamenti magisteriali da proporre.

La prassi ordinaria dovrebbe essere quella di procedere alla votazione solo dopo un confronto aperto e fondato, nel quale tutti – vescovi, ministri ordinati e fedeli – abbiano avuto la possibilità di offrire i dati e gli argomenti ritenuti opportuni, sia per fedeltà al Vangelo e alla Tradizione vivente della Chiesa, sia facendo ricorso, più in generale, ai cosiddetti «luoghi teologici».

Non ritengo più accettabile che il vescovo o il ministro ordinato si limitino ad «ascoltare il popolo di Dio» e poi, separatamente e al di fuori delle sedi istituzionali previste per l’esercizio della corresponsabilità, assumano autonomamente la decisione che giudicano migliore. Tanto meno se essa contraddice quanto è stato approvato con una maggioranza qualificata.

Almeno nelle Chiese dell’Europa occidentale, il tempo di un simile modo di procedere è ormai tramontato: non è più sostenibile continuare ad agire al di fuori o al di sopra degli organismi di partecipazione e dei diversi consigli ecclesiali.

In una Chiesa che, nel suo insieme, è infallibile quando crede, ciò che viene approvato con una maggioranza qualificata, dopo un adeguato processo di confronto e discernimento, dovrebbe essere accolto dal vescovo o dal ministro ordinato, a meno che quanto deliberato non comprometta gravemente l’unità della fede o la comunione ecclesiale. Ma una simile riserva, che deriva dalla responsabilità propria del ministero ordinato, dovrebbe essere esplicitata con chiarezza, senza ambiguità e con argomentazioni solide, all’interno dello stesso dialogo e del medesimo processo di discernimento.

Quando una comunità cristiana procede in questo modo, o con modalità analoghe, realizza una forma di governo, di magistero e di sinodalità corresponsabile che, proprio perché insieme battesimale e ministeriale, diventa vincolante per tutti, cioè autenticamente codecisionale.

Se diciamo «sinodalità», che lo sia davvero

Per queste ragioni, tra le altre, ho ascoltato questa canzone – e spero presto di poterla canticchiare – soffermandomi soprattutto sul passaggio che dice:

Se il Vangelo ci raduna,
se Gesù spezza il pane,

non possiamo essere fratelli
senza decidere insieme come comunità.

Che ritorni la parola,
che ritorni la verità.
Se diciamo «sinodalità»,
che sia davvero tale.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento