Perù: le ferite ancora aperte dal “Sodalizio”

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L’immagine ha avuto un forte impatto, anche fuori dal Perù. Un gruppo di cardinali, vescovi, sacerdoti, in ginocchio, di fronte alla comunità di Catacaos, composta da molti indigeni e contadini, che ha subito abusi, vessazioni ed espropri, nel corso degli anni, da parte di dirigenti e membri del Sodalizio di vita cristiana, definitivamente sciolto lo scorso anno, o comunque di gruppi a esso riconducibili.

Il gesto, un’esplicita richiesta di perdono per i gravi errori commessi da un «gruppo che ha disonorato la Chiesa» (queste le parole del card. Castillo) è stato compiuto nella parrocchia di San Juan Bautista, a Catacaos, non lontano dalla città di Piura, nel nord del Perù, sabato 23 maggio, vigilia di Pentecoste.

Nella foto, sono presenti: il card. Carlos Castillo, arcivescovo di Lima; il card. Pedro Barreto, arcivescovo emerito di Huancayo; Gilberto Alfredo Vizcarra, arcivescovo di Trujillo; Luciano Maza Huamán, arcivescovo di Piura; Cristóbal Bernardo Mejía, vescovo di Chulucanas; Jordi Bertomeu, commissario apostolico per le attività legate alla soppressione del Sodalizio.

Idealmente, assieme a loro, come ha implicitamente affermato l’arcivescovo di Lima e primate del Perù, anche papa Leone XIV che, da vescovo di Chiclayo, ha contribuito a far luce rispetto alle denunce che avevano riguardato il Sodalizio.

Catacaos, un luogo emblematico

Tra queste denunce, quanto accaduto a Catacaos ha assunto un significato del tutto particolare, in quanto metteva in evidenza, nel caso del Sodalizio, l’intreccio Chiesa, politica, finanza, poteri forti, e il tutto a danno degli umili “campesinos”. Come scriveva Lorenzo Prezzi, nel gennaio 2025, «alcune comunità contadine si sono viste togliere le terre (quasi 2.000 ettari) per questioni burocratiche (non erano state registrate nel catasto) da imprese legate al Sodalizio in combutta con la malavita locale». Per chi aveva cercato di denunciare questo intreccio, erano arrivate denunce.

Una querela aveva toccato, tra gli altri, il coraggioso giornalista Pedro Salinas, vittima egli stesso degli abusi del Sodalizio, che era stato denunciato dall’allora arcivescovo di Piura, José Antonio Eguren Anselmi, membro del Sodalizio. Una denuncia trasversale – si ricordava sempre nell’articolo del 22 gennaio 2025 – «ha colpito anche i visitatori vaticani, in particolare mons. Jordi Bartolomeu, accusato di aver violato i diritti alla privacy di due testimoni».

Nel frattempo, il 2 aprile 2024, papa Francesco aveva accettato le dimissioni di mons. Eguren (che, in tutta evidenza, è stato “dimissionato”), e ha avviato il percorso verso lo scioglimento del Sodalizio, arrivato come uno degli ultimi atti del suo pontificato.

Riguardo al gesto riportato in apertura di questo articolo, Tania Pariona, leader sociale e indigena, da sempre impegnata peri i diritti dei minori e dei più fragili, oggi coordinatrice del Consiglio per i diritti umani del Perù, ha raccontato: «Si è trattato di un gesto inedito e profondamente simbolico. Rappresentanti della Chiesa cattolica si sono inginocchiati davanti alla comunità contadina San Juan Bautista di Catacaos per chiedere perdono per anni di dolore, abusi e abbandono legati allo spossessamento delle loro terre ancestrali da parte di imprese collegate al Sodalizio di vita cristiana. Durante la celebrazione, sono stati ricordati specialmente i membri della Comunità Guadalupe, Zapata Sosa e Cristino Melchor Flores, assassinati nel mezzo del conflitto che ha riguardato la comunità contadina. È stata riconosciuta anche la sofferenza delle famiglie che, per anni, hanno attraversato processi di criminalizzazione e di persecuzione, mentre difendevano i propri diritti e il proprio territorio».

Dal 2019, la leader sociale accompagna legalmente e moralmente la comunità contadina, dopo aver assunto la difesa del caso in un contesto di molestie giudiziarie e di stigmatizzazione contro i dirigenti della comunità.

Prima Francesco, poi Leone XIV

Vale la pena ripercorrere l’omelia del card. Castillo che, peraltro, aveva ricevuto in cattedrale, a Lima, i contadini di Catacoas, già il 28 aprile 2024, poco dopo le dimissioni di mons. Eguren. Nell’occasione, aveva affermato: «In unità con il Santo Padre, preghiamo per i nostri fratelli e sorelle contadini affinché, nelle loro lotte e nei loro sforzi, si possa ottenere giustizia per la loro causa». Durante quella messa, aveva ricordato anche alcune parole di papa Francesco rivolte ai contadini: «Difendete la terra, non lasciate che vi venga rubata. Grazie per quello che fate. Da qui prego per voi e vi sono vicino».

Queste, invece, le parole del primate del Perù in occasione della messa celebrata lo scorso 23 maggio: «Veniamo da Lima per unirci alla comunità cristiana di Piura e, specialmente, a tutti i fratelli di Catacaos; specialmente al popolo Tallán, a tutti i contadini, contadine e a tutte le persone perbene che sono state colpite terribilmente dalla tragedia iniziata da un gruppo di Chiesa che, sfortunatamente, disonora la Chiesa. E noi, oggi, vorremmo superare questo atto deplorevole attraverso una conversione che è già iniziata fin dall’elezione di papa Francesco e, poi, di papa Leone XIV. Per questo, veniamo concretamente da voi, disponendoci non solo a chiedervi perdono a nome della Chiesa, perché un gruppo di Chiesa è stato quello che ha creato il problema che voi vivete fino a oggi, ma anche a impegnarci a rinnovare la Chiesa e a proseguire nel cammino di rinnovamento che gli ultimi due santi padri, uniti ai precedenti, stanno operando nella Chiesa, affinché abbiamo un segno autentico di speranza per l’umanità».

L’omelia del card. Castillo

Il card. Castillo ha poi proseguito: «Sono passati più di 15 anni dalla terribile esperienza che avete vissuto e non si può dimenticare… e non dobbiamo dimenticare, ma dobbiamo fare memoria per correggere gli errori compiuti. E non solo per correggere dentro di noi, perché tutti siamo peccatori, ma per aiutare a correggere persone che si credono incorreggibili, si credono dèi. E non siamo dèi, siamo esseri umani peccatori che possiamo e dobbiamo cambiare e migliorare». Poco dopo, alla luce della Parola proclamata, ha proseguito: «Dio ha la capacità di penetrare nel più profondo delle persone. Il problema sorge quando alcune persone non vogliono accettarlo, si chiudono e si credono dèi. Ma non sono dèi. Sono – come dice Violeta Parra – dei “tristi funzionari”. E, per questo, quando siamo attraversati da una tempesta terribile come quella che avete vissuto, con il tempo andiamo comprendendo la nostra missione, il nostro compito».

Il card. Castillo ha detto anche: «Gesù, quando appare ai suoi apostoli, soffia su di loro in modo leggero, delicatamente, semplicemente, li ricrea, e suscita in loro una missione: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Questa messa intende ricordare i nostri fratelli che ci hanno lasciato a causa di una viltà, ma anche scoprire insieme che, attraverso quel dolore, come lo provarono gli apostoli, il Signore ci trasmette il suo Spirito e lo spirito dei nostri stessi fratelli defunti, per riempirci di forza e di coraggio, per poter continuare ad annunciare questa salvezza che il Signore ci porta, che è quella di ritornare realmente umani».

«Papa Leone XIV – ha dichiarato ancora l’arcivescovo – ha detto chiaramente che dobbiamo cercare la pace disarmata e disarmante, ma non con le armi che hanno ucciso i nostri fratelli. La pace viene in conseguenza dell’annuncio della Parola, del gesto, e là dove un popolo semplice è chiamato a essere soggetto di questa storia e a essere generativo, insieme a tutti i movimenti popolari del mondo, che sono sì nascosti, ma che si stanno risvegliando e ci stanno convincendo tutti che abbiamo bisogno di rigenerare l’umanità. Gesù genera una nuova missione».

Per questo, «oggi è una messa in cui facciamo memoria, chiediamo perdono e, nello stesso tempo, esortiamo il nostro popolo a risuscitare, affinché queste cose non accadano, come continuano ad accadere, ora che, per esempio, hanno appena ucciso un sindaco a Piura. Questo succede perché si continua a pensare che, senza gli altri, stiamo meglio. E non è vero. Senza gli altri, stiamo affondando sempre di più».

La «restituzione infinita» e il ruolo dei movimenti popolari

Il card. Castillo ha citato padre Bartolomé de las Casas, il quale «dichiarò: “Chi distrugge, chi uccide, chi espropria ciò che non è suo, ha un dovere di restituzione infinita”. “Restituzione infinita” significa che può darsi che – dal punto di vista legale – coloro che hanno agito senza scrupoli, abbiano ora il loro status e si siano impadroniti di tutto, ma moralmente, eticamente, cristianamente, rimane un debito che devono pagare. E si paga solo restituendo, ricomponendo, recuperando. In questo modo, è possibile che quanto è stato commesso venga almeno sanato attraverso il riconoscimento e il risarcimento delle vittime. Abbiamo compiuto un gesto che è un segno, un simbolo di ciò che tutti dovremmo fare, ma ci resta il compito di capire come ricostruire. E questo rimane un dovere permanente finché non si giunge al risarcimento».

In chiusura dell’omelia, ancora un ricordo di papa Francesco: «Vi voleva molto bene. Ho potuto consegnargli la vostra bottiglia di miele, ma dopo due giorni è entrato in clinica». E poi l’ulteriore sottolineatura sull’importanza dei movimenti popolari: «Nell’ultima conversazione gli dico: “Santità, lei parla dei movimenti popolari, ma sono movimenti piccoli, insignificanti”. “Sì, Carlos, ma sono germinali, sono come il seme, e sono dappertutto. Adesso sono come nascosti, ma si risveglieranno”».

Mons. Bertomeu: «Siamo arrivati tardi»

Da parte sua, mons. Jordi Bertomeu, che nei giorni scorsi, a Lima, ha tenuto una serie di audizioni di vittime del Sodalizio, si è rivolto ai membri della comunità di Catacaos per chiedere perdono a nome della Chiesa: «Il Signore ha voluto che fossimo qui, alla vigilia di Pentecoste, per ricordarci che siamo fatti per vivere con Gesù risorto, che rafforza le relazioni e si presenta davanti a una comunità di apostoli divisa e impaurita per portarci la sua pace. Siamo arrivati in ritardo. Avremmo potuto arrivare 20 anni fa, ne siamo consapevoli davvero, ci scusiamo. Chiediamo perdono, perché non abbiamo saputo stare sempre dalla parte giusta. E aiutateci anche a ricostruire la nostra Chiesa».

Un cammino che deve continuare

Resta, dunque, la forte impressione di quella giornata, con il proposito, che è insieme auspicio, che si tratti di un primo passo, al quale altri dovranno necessariamente seguire, per quella «restituzione» di cui ha parlato il card. Castillo e di quella «ricostruzione» cui ha fatto cenno mons. Bertomeu.

Le recenti audizioni delle vittime, confermano che si sta procedendo in questo senso. Ma occorreranno ulteriori passi di conversione, anche all’interno della complessa Chiesa peruviana.

In questo momento, non è facile distinguere se le ulteriori denunce e gli scandali che, a volte, tornano a galla, siano reali, oppure «schizzi di fango» lanciati da coloro che sono stati smascherati. Certamente, è stato così in alcuni casi, (pensiamo agli articoli usciti sul vescovo Prevost, poco prima del conclave, rivelatisi palesemente falsi).

È difficile, poi, un vero rinnovamento, senza mettere fine a legami tra poteri, tra Chiesa, politica, economia, che continuano a persistere, come si è visto anche nella recente campagna elettorale per le elezioni presidenziali, durante le quali settori vicini al Sodalizio e altri gruppi hanno apertamente sostenuto il candidato ultraconservatore Rafael López Aliaga, molto vicino a Donald Trump.

L’intreccio, che è venuto alla luce a Catacaos, è ancora molto radicato nel Paese.

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