Gran Bretagna: un nuovo premier cattolico, 500 anni dopo

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Andy Burnham (Credit: OSV News)

La Gran Bretagna avrà il suo primo primo ministro cattolico dopo oltre cinque secoli. Nessun cattolico romano ha ricoperto la carica di capo del Governo della Corona inglese dagli anni Cinquanta del XVI secolo, quando la regina Maria I cercò di invertire il corso della Riforma inglese avviata durante il regno di suo padre, Enrico VIII. Questa lunga parentesi si chiuderà con l’insediamento di Andy Burnham il prossimo 20 luglio.

Nei secoli successivi alla morte di Maria Tudor, i cattolici inglesi videro fortemente limitate sia la libertà di culto sia i diritti civili. Ancora oggi c’è nello statuto del Regno una disposizione che stabilisce che coloro che «professano la religione papista» non possano «ereditare, possedere o godere della Corona e del governo di questo Regno». L’Inghilterra continua infatti a definirsi ufficialmente una nazione protestante, anche se ai titolari di cariche pubbliche non è più richiesto di prestare un giuramento che respinga la dottrina cattolica della transustanziazione.

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Non sorprende, dunque, che i precedenti primi ministri abbiano mantenuto un atteggiamento prudente nei confronti del cattolicesimo. Tony Blair partecipava regolarmente alla Messa insieme alla moglie cattolica e ai figli, ma attese di aver lasciato Downing Street prima di essere accolto ufficialmente nella Chiesa cattolica. Più recentemente Boris Johnson, battezzato cattolico da bambino, fu poi cresimato nella Chiesa anglicana durante gli anni di Eton e condusse una vita notoriamente poco religiosa, prima di avvalersi di una particolarità del diritto canonico per sposare la sua terza moglie nella cattedrale cattolica di Westminster.

Andy Burnham, invece, che succede a Keir Starmer – dichiaratamente non credente – è nato e cresciuto in una famiglia cattolica e ha scelto di mandare tutti e tre i suoi figli in una scuola cattolica. Da membro della Camera dei Comuni non ha sempre votato in sintonia con l’insegnamento della Chiesa su temi come il matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’aborto. Anzi, ha più volte criticato quella che definisce l’impostazione «rigida e giudicante» della Chiesa nei confronti dei diritti delle persone omosessuali e, nel 2015, invitò papa Francesco a «portare la Chiesa nel XXI secolo» sul tema del matrimonio omosessuale.

Le sue posizioni politiche sono più articolate di quanto possa apparire. Pur avendo votato contro un irrigidimento della legislazione sull’aborto, nel 2008 suscitò il malumore degli ambienti progressisti sostenendo – senza successo – il mantenimento dell’obbligo, per le cliniche che praticano la fecondazione in vitro, di tener conto del «bisogno di un padre», requisito che rendeva più difficile l’accesso alle tecniche di procreazione assistita per le coppie lesbiche. Analogamente, in occasione del dibattito parlamentare dello scorso anno sulla legge sul suicidio assistito, espresse forti riserve, non tanto appellandosi esplicitamente a principi pro-life, quanto osservando che non avrebbe potuto sostenere una simile riforma finché gli hospice britannici continuavano a essere gravemente sottofinanziati.

Burnham non è dunque un cattolico «di nascita» che abbia ormai lasciato la propria fede alle spalle, come qualcuno ha sostenuto.

Il mese scorso, tornando a occupare il suo seggio in Parlamento, ha scelto di prestare giuramento sulla Bibbia di Gerusalemme, la traduzione ampiamente utilizzata dai parlamentari cattolici della Camera dei Comuni.

Si dice che partecipi alla Messa con una certa regolarità, anche se ama definirsi «non particolarmente religioso». La sua famiglia è cattolica, ma – riprendendo un’espressione tipica di Liverpool usata dalla madre – precisa sorridendo: «Non lecchiamo i gradini dell’altare». L’espressione riflette la cultura popolare della città che accolse milioni di immigrati cattolici irlandesi tra XIX e XX secolo e dove ancora oggi circa tre quarti della popolazione ha origini irlandesi. Liverpool conserva infatti un’identità profondamente intrecciata con la tradizione cattolica.

L’aspetto più significativo è forse un altro. Nel 2015 Burnham dichiarò con chiarezza: «La dottrina sociale della Chiesa cattolica è il fondamento della mia visione politica».

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Burnham ha assimilato questi principi fin da ragazzo. Da chierichetto gareggiava con i fratelli per ottenere l’incarico più ambito: reggere la patena sotto il mento dei fedeli durante la distribuzione della Comunione. Ma fu un altro dei suoi servizi in parrocchia a lasciare un’impronta ben più profonda sulla sua formazione. Tra i suoi compiti vi era infatti quello di azionare la registrazione delle omelie dell’arcivescovo di Liverpool, Derek Worlock, incise su nastro magnetico e distribuite alle parrocchie della diocesi per essere ascoltate in alcune domeniche dell’anno.

Erano gli anni della rivoluzione economica di Margaret Thatcher, che stava producendo effetti devastanti sulle comunità operaie del Nord dell’Inghilterra. La chiusura delle grandi industrie e il durissimo scontro con il Sindacato Nazionale dei Minatori diedero vita al più aspro conflitto sociale della storia industriale britannica.

L’arcivescovo Worlock, che aveva partecipato a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II, era uno dei più convinti interpreti del Vangelo sociale. «Posso pregare per l’anima del mio prossimo», affermò una volta, «ma non posso voltare le spalle al modo in cui vive: al suo benessere, alla sua libertà, alla sua prosperità o alla sua povertà, alla sua casa, al suo lavoro e a tutto ciò che riguarda la sua esistenza».

Negli ambienti conservatori del Governo di Westminster egli era considerato un pericoloso radicale, giudizio condiviso da molti anche in Vaticano, soprattutto dopo le sue richieste a Paolo VI di rivedere il divieto della contraccezione per le coppie sposate. Insieme al vescovo anglicano di Liverpool, David Sheppard, svolse però un ruolo decisivo nel ricomporre le profonde fratture della città, rafforzando la fiducia reciproca e promuovendo la rinascita delle comunità locali.

I due vescovi scrissero insieme il volume Better Together: Christian Partnership in a Hurt City («Meglio insieme. Collaborazione cristiana in una città ferita») e il loro rapporto ecumenico divenne così intenso che qualcuno arrivò a dire, con una battuta, che avevano «annullato la Riforma protestante almeno in una città».

Su Andy Burnham, ancora adolescente, Worlock esercitò un’influenza decisiva. La grande maggioranza degli insegnanti della sua scuola cattolica vedeva infatti nel Partito Laburista l’espressione politica più coerente di quel Vangelo sociale. «C’era, e c’è ancora», ricorderà Burnham, «un collegamento diretto tra ciò che imparavo a scuola e in chiesa e i valori del Labour».

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Grande appassionato di calcio, Burnham è tifoso dell’Everton, la squadra storicamente vissuta all’ombra dei più titolati rivali cittadini del Liverpool. Amava ripetere che tre istituzioni avevano plasmato la sua identità: l’Everton Football Club, il Partito Laburista e la Chiesa cattolica. «In quest’ordine», scherzava. Ma subito aggiungeva, con maggiore serietà: «Ho sempre pensato che tra tutte e tre esista un filo comune: l’attenzione per gli ultimi, il senso della solidarietà e un patrimonio condiviso di valori».

Secondo Patrick Maguire, editorialista del Times e tra gli osservatori più vicini all’entourage di Burnham, l’enciclica che meglio interpreta il rapporto del futuro primo ministro con la propria fede è la Rerum Novarum di Leone XIII. Pubblicata nel 1891, essa pose le basi della Dottrina sociale della Chiesa, proponendo un equilibrio tra i diritti dei lavoratori e quelli – insieme ai doveri – della classe imprenditoriale in una società capitalistica in piena trasformazione. Maguire osserva tuttavia che la visione politica di Burnham nasce più dall’esperienza concreta che da un’elaborazione teologica astratta.

Il suo primo grande discorso programmatico come premier designato, pronunciato il mese scorso, era ricco di richiami, espliciti e impliciti, ai principi della dottrina sociale cattolica: il rispetto della dignità della persona, l’equilibrio tra solidarietà e sussidiarietà e la ricerca del bene comune.

Burnham ha delineato un vasto programma di rigenerazione economica e di reindustrializzazione del Paese, fondato su un profondo «riequilibrio del potere». Una parte significativa del centro decisionale del Governo dovrebbe infatti essere trasferita da Londra a Manchester, città di cui è stato sindaco fino a tempi recenti e che, sotto la sua guida, ha registrato una crescita economica doppia rispetto alla media nazionale. L’obiettivo è farne il nuovo polo politico e amministrativo capace di promuovere la rinascita economica delle regioni settentrionali a lungo trascurate.

La proposta di trasferire importanti competenze da Westminster ai territori non rappresenta soltanto una riforma amministrativa. Essa restituisce protagonismo a comunità e cittadini rimasti ai margini della vita politica, in piena sintonia con il principio cattolico secondo cui ogni persona, creata a immagine di Dio, possiede una dignità intrinseca e inalienabile.

Questa impostazione richiama la costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, secondo cui le istituzioni politiche esistono al servizio della persona e non viceversa. Richiama anche la Centesimus annus di san Giovanni Paolo II, che collega strettamente la dignità umana alla partecipazione responsabile alla vita sociale e politica, e riecheggia l’insistenza di papa Francesco nella Fratelli tutti, dove si afferma che nessun popolo e nessun territorio devono essere considerati «scarti» o lasciati indietro dai sistemi economici e politici.

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L’impegno di Burnham a costruire più abitazioni per le famiglie meno abbienti di quante ne siano state realizzate in qualsiasi momento degli ultimi cinquant’anni risponde a un’altra esigenza fondamentale della dignità umana. Lo stesso vale per il suo progetto di ridurre la spesa per il welfare «in modo equo e duraturo», prendendo le distanze dai tentativi maldestri compiuti dal governo Starmer. Anche la sua determinazione a riconoscere all’istruzione tecnico-professionale la stessa dignità di quella accademica richiama con forza la Laborem exercens, nella quale san Giovanni Paolo II afferma che la dignità del lavoro deriva dalla dignità della persona che lavora, e non dalla posizione sociale che occupa o dalla sua produttività economica.

Il trasferimento di importanti centri decisionali del Governo fuori da Londra rappresenta un’applicazione esemplare del principio di sussidiarietà, antidoto alla tentazione dello Stato di assumere funzioni che possono essere svolte altrettanto efficacemente dai livelli inferiori della società. Una tentazione che Pio XI, nella Quadragesimo anno, definisce «un grave male». Quando Burnham afferma che «la crescita non può essere imposta dall’alto, ma può soltanto essere coltivata dal basso», esprime in linguaggio laico proprio questo principio.

Accanto alla sussidiarietà, l’altro grande pilastro della dottrina sociale della Chiesa è la solidarietà. Nella Sollicitudo rei socialis, san Giovanni Paolo II precisa che essa non è «un sentimento di vaga compassione o di superficiale commozione» di fronte alle sofferenze altrui, ma, al contrario, «la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune». È questo principio a ispirare l’aspirazione di Burnham a promuovere «crescita in ogni quartiere e speranza in ogni cuore», insieme alla ricerca di una politica meno conflittuale e meno segnata dalla contrapposizione permanente.

Anche la sua promessa di assicurare «un maggiore controllo pubblico dei servizi essenziali» – dall’acqua all’energia, dall’edilizia abitativa ai trasporti – richiama uno dei temi più costanti del magistero sociale dei papi. Leone XIII, Pio XI, Giovanni XXIII, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno tutti riconosciuto, pur con accenti diversi, il valore dell’economia di mercato; ma hanno anche ribadito che «il retto ordinamento della vita economica» non può essere «abbandonato al libero gioco delle forze della concorrenza» e che l’autorità pubblica deve intervenire quando lo esigono la giustizia e il bene comune. L’attuale pontefice, Leone XIV, ha riaffermato questo orientamento affermando che «l’economia e l’impresa possono e devono essere strumenti di inclusione e di giustizia».

Andy Burnham è un politico assai più carismatico del primo ministro uscente. Parla il linguaggio della vita quotidiana, quello delle case e delle famiglie. Rifugge il linguaggio teologico così come evita quello ideologico. Il suo vocabolario è anzitutto morale: parla di equità, di dignità, di appartenenza e di responsabilità condivisa. Ma le radici di questo linguaggio appaiono inequivocabili.

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