
Tommaso Greco – professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Pisa – è autore del volume Critica della ragione bellica (Sagittari, Laterza 2026); è tra i promotori dell’appello Per un 2 giugno civile e senza armi.
– Professore, il suo è un libro “pacifista”?
È un libro pacifista perché sta dalla parte della pace, non solo come fine, ma come principio e come via. Quando si usa il termine pacifista si è portati a fare mille precisazioni e persino chi si prepara alla guerra lo fa in nome della pace. Il mio libro difende l’idea della “pace come principio”, proprio nel senso che la pace fa da guida per tutte le scelte che dobbiamo compiere, senza che si possano impiegare mezzi che non siano con essa coerenti.
– Da professore di Filosofia del diritto, lei usa l’espressione “pacifismo giuridico”: cos’è?
Come dice l’espressione, letteralmente, il pacifismo giuridico è la pace conseguita attraverso il diritto, che ha il diritto come strumento e come garanzia. Ciò ovviamente non esclude il concorso alla pace di tutte le istanze che vengono dal “cuore”, quelle cioè di tipo etico-religioso.
Però il pacifismo giuridico si accontenta di cose meno impegnative: è razionale, perché fondato sulla ragione del “patto”: la scelta che le comunità e i popoli possono fare per la pace, rinunciando alla guerra e ai suoi strumenti. Senza naturalmente nascondersi che c’è un circolo tra le diverse forme di pacifismo: anche il pacifismo giuridico ha bisogno di fondarsi sulla convinzione, e quindi, in qualche modo, su un sentimento per la pace che sia autentico e sia condiviso.
– Ci sono esempi storici in tal senso?
Direi che abbiamo un grande esempio storico sotto gli occhi. Non è difficile verificare come l’Europa del Novecento abbia realizzato un patto di pace. Non è quindi utopia, ma realtà: la pace con gli strumenti del diritto è cosa concreta. Paesi che si erano fatti la guerra per secoli hanno deciso di non farla più. La pace in Europa nel secondo dopoguerra è stata garantita dal diritto – e da istituti giuridici costruiti allo scopo – molto più che dalle armi o dal principio di deterrenza, che, se mai, hanno avuto effetto verso l’esterno, mentre spesso si tende ad esagerare questi effetti.
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– Quale genere di diritto, secondo lei, è in grado di garantire la pace?
Nel mio libro scrivo che si deve smettere di pensare al diritto come ad una forza organizzata che interviene a fronte della commissione di un illecito, ad esempio quando uno stato invade un altro stato. Il diritto – ben prima di esprimere una forza che ripara, in qualche modo, un danno – è un sistema di relazioni, di diritti e di doveri reciproci tra popoli e stati, e quindi è una struttura relazionale che crea le condizioni affinché la pace persista.
Anche se istintivamente vediamo invasioni e guerre come fatti che accadono all’improvviso, le cose non stanno in questo modo. Le guerre non accadono mai all’improvviso, come fossero un terremoto; sono sempre l’esito di scelte che si susseguono e che, infine, portano alla guerra. Sta appunto al diritto organizzare i rapporti affinché alla guerra non si debba arrivare.
Ma, per operare al meglio, bisogna ricordare che il diritto – anche a livello internazionale – è un sistema di relazioni prima che di sanzioni. Su questo insisto molto. Il tema della guerra e della pace è (anche) un tema di cultura giuridica.
– A quale filone della filosofia del diritto lei fa riferimento?
In questo mio libro – senza pretese di carattere sistematico – io dialogo con diversi autori, prendendone il meglio, ma anche manifestando alcune mie critiche. Il “pacifismo giuridico” ha una sua storia e una tradizione che ha certamente Immanuel Kant alla sua origine col suo trattato Per la pace perpetua del 1795. Tra gli altri autori che ho preso in considerazione per l’argomento ci sono Hans Kelsen e Norberto Bobbio, oltre a Jürgen Habermas.
Come accennato, ciò che io critico del pacifismo giuridico del Novecento – negli stessi ultimi grandi autori che ho citato, in particolare Kelsen e Bobbio – è la marcata sottolineatura della dimensione verticale del diritto, anziché di quella orizzontale, nella insistenza sul legame tra diritto e sanzione, in un contesto che prevede quindi sempre la forza; mentre, ciò che io ho cercato di fare nel libro – rileggendo soprattutto Kant – è scoprire o riscoprire quella dimensione orizzontale in cui a prevalere non è l’elemento verticale del potere – e quindi dell’organizzazione della forza –bensì la relazionalità, sia all’interno degli stati, sia nelle loro relazioni reciproche.
In Kant – oggi troppo spesso, tacciato di utopismo – l’aspetto orizzontale delle relazioni è molto sviluppato, tanto da essere arrivato a parlare di “volontà popolare” in fatto di pace e di guerra.
– Kant ha davvero escluso il ricorso ad una forza superiore – sia pure al di sopra delle parti – per garantire la pace?
Non c’è una risposta univoca per questa domanda. C’è discussione al riguardo. Molti si appuntano sulla frase in cui Kant afferma che l’istituzione di uno “stato mondiale” costituirebbe il più grande pericolo di dispotismo e di esercizio della forza che si possa immaginare; quindi, Kant avrebbe rigettato l’idea di uno stato superiore a tutti gli altri stati. Altri autorevoli studiosi – leggendo l’intera opera kantiana – propendono invece per un Kant favorevole della “repubblica mondiale”, ossia ad una sorta di stato costituzionale globale.
Sul tema della forza, si può dire che Kant, senza dare, come dicevo, una risposta puntuale, pensasse a legami tra gli stati regolati dal diritto costituzionale, comprendente elementi di coattività: quindi, in qualche modo, assicurati da una certa forza. Bisogna ricordare a questo proposito la distinzione che Kant opera tra morale e diritto, ove non può darsi comportamento morale con la costrizione, e non può darsi diritto senza qualche forma di costrizione, assicurata da una forza tuttavia diversamente intesa.
– Lei di che avviso è?
Io credo – in linea con Kant – che sia possibile pensare a relazioni tra popoli e stati regolate da una comune giurisdizione, in cui il ricorso alla forza sia ridotto al minimo.
Una forza organizzata, poi, non è necessariamente da intendersi nella forma armata ovvero nelle forme della cosiddetta deterrenza. È chiaro a tutti che le armi sono parte del tema: perciò si può pensare e si deve pensare a un diritto che non solo scongiuri l’impiego delle armi, ma che anche ne scoraggi la produzione e la circolazione incontrollata, come purtroppo sta avvenendo oggi.
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– Cosa pensa, dunque, dell’attuale “riarmo” in Europa?
Nel mio libro ho fortemente criticato le scelte dell’Unione Europea. Trovo, tra l’altro, del tutto sbagliato il riarmo dei singoli stati, mentre troverei razionale una politica europea comune di organizzazione della forza che razionalizzi gli strumenti e le risorse già a disposizione, che non sono poche.
L’Europa dovrebbe ricordarsi della sua vera natura, cioè del suo “principio” genetico, che non affonda le sue radici nella guerra bensì nel suo radicale ripudio. E dovrebbe ricordarsi anche che il progetto che essa realizza è stato un progetto di successo, dal quale quindi ripartire anche per aprire il dialogo con chi è fuori dell’Europa stessa.
– Le sue tesi come vengono accolte?
La mia critica alla ragione bellica si basa innanzitutto su una proposta di carattere antropologico, tesa a rivalutare quanto di positivo c’è nella natura umana, e, di conseguenza, anche nella storia umana. Perciò talora mi attribuiscono una visione eccessivamente ottimistica, quasi che io sia convinto che gli esseri umani possano cambiare natura e divenire simili agli angeli. Ma non è quel che io penso.
Nel libro cerco di mostrare e di dimostrare che esiste una antropologia positiva, che non si sostituisce a quella negativa, ma che ha la stessa realtà di quest’ultima. Non siamo angeli, ma nemmeno bestie feroci. Siamo entrambe le cose, e si tratta di creare le condizioni affinché la nostra natura socievole prevalga su quella insocievole.
– Cosa vuol dire che la pace sta “in principio”?
Vuol dire appunto rifiutare una narrazione secondo cui la realtà è fatta solo di male, di violenza e di guerra, a cui si possa contrapporre solo un ideale – ma irraggiungibile – desiderio di pace. La pace è una scelta umana, ed è una pace possibile – riprendo qui il titolo del bel libro appena pubblicato da Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli –, perché sta, appunto, al principio. C’è una realtà di pace nelle vite umane e nella storia dell’umanità che è pari se non superiore alla realtà della guerra.
Da sempre, c’è una realtà umana di nonviolenza superiore alla violenza, anche se può sembrare il contrario. La dimensione razionale-relazionale è costitutiva degli esseri umani e delle società in cui essi vivono. Non è vero che la storia è solo una storia di guerre, così come non è vero che tra gli esseri umani funzioni solo la competizione e l’aggressività.
Quando, dunque, parlo del principio, ossia dell’origine della pace, parlo di qualcosa a cui è sempre possibile “tornare” e da cui è sempre possibile trarre motivazioni e ragioni di azione, a tutti i livelli del nostro essere in società.
In senso propriamente giuridico, poi, la pace sta al principio perché è un principio giuridico fondamentale, come scritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione repubblicana, per me molto chiaro: non possiamo fare la guerra per perseguire la pace; la pace può essere perseguita soltanto con mezzi di pace.
– Perché lei vede un rapporto stretto tra pace e democrazia?
Torno nuovamente a Kant. Tra le cose che ha scritto nel suo trattato c’è proprio questa: la prima condizione di una pace duratura è l’esistenza di una costituzione interna agli stati – lui la chiama repubblicana –, perché siano davvero i popoli a decidere sulle guerre e sulla pace.
Per Kant è piuttosto scontato che i popoli sono, di per sé, per la pace, e non per la guerra. E lo spiega con una ragione molto semplice: quando i governanti decidono le guerre sanno che non ne subiranno, personalmente, le conseguenze, mentre il popolo sa di dover pagare – ogni cittadino e cittadina in prima persona – le nefaste conseguenze della guerra.
Aggiungo che, come ha spiegato Norberto Bobbio, tra i valori fondanti della democrazia c’è la nonviolenza. In democrazia, per decidere, ci si conta, non ci si ammazza. C’è un legame sostanziale, quindi, tra democrazia, pace e nonviolenza.
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– Perché, allora, le guerre dell’Occidente, nonostante la sua supposta democraticità?
Al di là delle singole vicende, non è un caso, a mio parere, che proprio nel momento in cui le democrazie occidentali arretrano significativamente sul piano della democraticità interna, manifestano maggiore aggressività, per non dire atteggiamenti manifestamente predatori.
Esistono dati – forniti dai teorici delle relazioni internazionali – che mostrano come le democrazie non si fanno le guerre tra di loro. Questa costatazione è molto importante per poter lavorare nel mondo per la diffusione della democrazia nella pace. Ricordando sempre che la democrazia non si esporta coi missili, cioè con la guerra.
– Nel suo libro, lei cita anche gli ultimi papi, Francesco e Leone: per quale motivo?
Come dico nel libro, il mio non è un lavoro sistematico e neppure un lavoro chiuso in un solo ambito filosofico e culturale. Sono tante altre le figure e gli autori che avrei voluto e potuto citare e naturalmente ho fatto delle scelte.
Ho citato papa Francesco anche perché, mentre stavo finendo il mio lavoro, lui era alla fine della sua vita e poi è morto. Ci sono stati, per me, momenti toccanti; ma ho vissuto anche momenti di sconcerto, specie durante il suo funerale, vedendo l’ipocrita partecipazione di governanti che, con la sua idea di pace, non avevano proprio nulla a che fare.
Ho fatto in tempo poi, chiudendo il libro, a fare un cenno a papa Leone, per l’impressione che, da subito, mi ha fatto con le sue parole sulla “pace disarmata e disarmante”, una frase che resterà nella storia e che sarà sempre più importante nel dibattito pubblico, confermata com’è dai suoi testi successivi, compresa l’enciclica Magnifica humanitas.
Io penso, insieme ad altri autori, anche molto “laici”, che la Chiesa cattolica sia oggi l’unica grande realtà mondiale ad intervenire in maniera così netta, nel dire no alla guerra e sì alla pace. E mi dispiace costatare come molti cattolici – non solo cattolici “preconciliari”, ma anche molti che si considerano progressisti dal punto di vista ecclesiale e politico – continuino ad insistere sulle categorie della “guerra giusta” e della pace difesa con gli strumenti della guerra. Credo che facciano un grande errore: quello di non credere nella capacità del bene di operare nella storia.
– Da docente, lei denuncia un certo “allineamento delle politiche educative”, su cui lei non è evidentemente d’accordo. Ci spiega?
Io sono docente universitario e cerco di fare il mio lavoro senza assumere atteggiamenti, diciamo così, “predicatori”: come diceva Max Weber, «la profezia non si addice alla cattedra». Ma vero è che sono molto impegnato in scuole ed ambiti educativi per dire la mia e per contrastare l’incredibile e irresistibile narrativa bellicista, di cui i media – televisioni e giornali – portano una grande responsabilità: ad ascoltarli sembra proprio che non ci sia alcuna alternativa alla guerra, se non nella deterrenza, nel riarmo, nel reclutamento.
In questa narrazione si inserisce la risoluzione approvata dal Parlamento europeo nel marzo 2025 – quella su cui si è basato il finanziamento del “Rearm Europe” – che invita gli stati ad attuare politiche educative volte a riscoprire l’importanza della sicurezza, dei pericoli internazionali, delle forze armate. Se domani dovessero arrivare indicazioni dal ministero che spingono in tale direzione, mi augurerei che molti dirigenti e docenti, prendano, una posizione di rifiuto.
– Ci può dire, infine, due parole sull’appello “Per un 2 giugno civile e senza armi”, di cui lei è tra i promotori?
Insieme ad altri studiosi e studiose attente alle vicende del dibattito pubblico e sensibili al tema della pace – Luigino Bruni, Livia Cadei, Carlo Cefaloni, Elena Granata – abbiamo sollecitato la Presidenza della Repubblica a ripensare la forma della Festa della Repubblica, che non è, a nostro giudizio, la festa delle forze armate, e non dovrebbe risolversi, quindi, in una manifestazione di sfoggio di forza con la sfilata di persone in divisa e in armi.
Anche in questo caso, io credo che si debba tornare al principio: cosa sta all’origine della Repubblica italiana? A mio parere, il 2 giugno è quel giorno in cui il popolo ha deciso di mettere da parte la monarchia e di abbracciare la repubblica e, soprattutto, di mettere da parte le armi, la violenza e l’uso della forza per la risoluzione dei problemi. Non c’è bisogno di sfilare in armi, ma semmai di camminare tutti insieme come cittadini, qualsiasi cosa si faccia per la cura della cosa pubblica e della pace.
Si tratta di una proposta culturale che ha appena iniziato il suo cammino e che speriamo, con l’aiuto di tanti e tante, si possa rafforzare e rendere concreta negli anni a venire, magari già nell’anno prossimo. Una iniziativa tanto più necessaria in un mondo che vede nelle armi l’unica modalità di relazionarsi con gli altri.
Invito perciò caldamente ad aderire all’appello, seguendo il link del quotidiano Avvenire, a cui siamo grati per aver dato spazio alla nostra iniziativa.





