
Lo spettacolo che ci offre la politica sembra dirci che siamo entrati nell’epoca del post-confronto. Non c’è più la capacità, o forse la stessa intenzione di confrontarsi, a differenza di quella di attaccarsi, molto spesso offendersi. Questo probabilmente è il portato della prevalenza della comunicazione, magari via social, sull’informazione.
Le fake news sono un duplice prodotto: della «libertà di comunicare» quel che si ritiene, e di doverlo fare, per essere notati, alzando i toni. La sconfitta anche di un certo modo integralista, fanatizzante, nella sconfitta di Trump alle elezioni di mid-term può far sperare in un’inversione di rotta, ma questa va costruita con i fatti.
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Ecco allora che quanto afferma don Alberto Gastaldi, direttore del Servizio nazionale della CEI per l’Insegnamento della religione cattolica (IRC), non può che essere salutato con favore. Per lui, infatti, l’autorità ecclesiastica concepisce quell’insegnamento quale funzionale a una scuola che sia «il primo vero laboratorio di dialogo nel nostro Paese» e «il dialogo interreligioso non è una concessione estemporanea, ma costituisce la cifra stessa dell’impegno educativo cattolico».
Se c’è un modo per rimettere in piedi il nostro Paese credo che sia, o che sarebbe questo.
Altrettanto interessante e incoraggiante è apprendere, come ha scritto il prof. Marco Ventura su «La Lettura», inserto domenicale del Corriere della Sera, che nel volume a cura di Sergio Ciccatelli e Guglielmo Malizia, nella più recente indagine nazionale in materia (Una disciplina in dialogo. Quinta indagine nazionale sull’insegnamento della religione cattolica a quarant’anni dalla revisione del Concordato, Elledici, Torino 2026) il 73% dei docenti sostiene che i nuovi indirizzi in un Paese secolarizzato e multireligioso, ignorante della religione propria e di quella altrui, spinge l’insegnamento «a favorire il dialogo e l’apertura alla diversità» (nel contesto politico e culturale odierno si tratta di una controtendenza preziosa), e che la seconda risposta «tra le motivazioni che spingono gli studenti a scegliere l’ora di religione − dopo l’adesione al cattolicesimo − c’è la possibilità in quell’ora di dialogare e confrontarsi».
Dunque dialogo e confronto sono una richiesta dei ragazzi italiani.
Ecco allora che ritengo opportuno ritornare su una discussione nota e a mio avviso da aggiornare: quella riguardante nella scuola pubblica la scelta tra insegnamento confessionale cattolico e insegnamento di storia delle religioni (o, più ampiamente, di scienze religiose).
Scrisse nel 2008 Stefano Rodotà sulla Repubblica: «Negli anni Ottanta Leopoldo Elia e Pietro Scoppola, cattolici, ritennero i tempi maturi per questo passaggio culturale, ma l’occasione non fu colta perché, una volta di più, la politica italiana si mostrò più ansiosa di una legittimazione vaticana, attraverso un nuovo Concordato, che sensibile alle attese presenti nella società». La lungimiranza e la nobiltà degli intenti profondi di due personalità del calibro di Elia e Scoppola è evidente, ma le nuove emergenze sociali, penso alla crescita dei «cristianisti» (felice espressione di Lucio Brunelli che lessicalmente collega questo fenomeno a quelli che chiamiamo «islamisti» per definire l’islam politico, che esiste) ci dice che il nuovo assillo sono le cosiddette «sante ignoranze», le quali si manifestano in modi diversi. Sebbene sconfitte nelle elezioni in Brasile e negli Stati Uniti, non sono sparite.
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L’impostazione prescelta dalla CEI per l’insegnamento di un cattolicesimo che sa relazionarsi con le altre fedi è senza dubbio felice e vitale dentro società complesse come ormai sono le nostre. Al contempo, però, direi che tutti abbiamo bisogno di sapere, di conoscere, di conoscerci. Parto dunque da tre domande.
La prima: per quale motivo un genitore non credente dovrebbe essere contento che suo figlio non sappia nulla delle fedi religiose, un elemento così diffuso e importante per il nostro presente, a maggior ragione davanti a estremismi religiosi che aggrediscono la nostra capacità di vivere insieme? Per evitarli, o per affrontarli, la prima e la migliore delle armi disponibili è conoscere ciò di cui ci parlano. Questo genitore non credente potrebbe però legittimamente non volere che a suo figlio venga insegnata, confessionalmente, la dottrina cattolica.
La seconda domanda: per quale ragione un genitore cattolico dovrebbe desiderare che suo figlio conosca quella che per lui è la vera fede e al contempo non apprezzare in positivo il fatto che a suo figlio non si dipinga chi segue altre fedi come una specie di mostro a più teste? Perché mai dovrebbe desiderare che suo figlio non studi i fondamenti e la storia di tutte le comunità religiose, cristiane e non cristiane?
Ed eccoci alla terza domanda: proviamo a immaginare un giovane musulmano italiano che va a scuola e, come è facile immaginare, non frequenta l’ora di religione cattolica. Non sarebbe bene che imparasse comunque che cos’è il cristianesimo, visto il Paese in cui vive, ma anche che cosa sono l’ebraismo, l’induismo…? E non sarebbe conveniente che conosca l’islam dei suoi genitori non solo per via confessionale, ma anche grazie a quello che potrebbe apprendere nella sua scuola pubblica, in forma non confessionale?
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Queste esigenze ormai, a mio avviso, sono un’esigenza sola: avere la possibilità di un insegnamento opzionale della dottrina cattolica, non prevenuto verso il resto del mondo credente e orante. E, al contempo, offrire un percorso di storia delle religioni da inserire come insegnamento curricolare, magari da collegare a quelli di storia e filosofia. Un insegnamento, ovviamente, che non sarebbe riservato a docenti selezionati dai mondi delle organizzazioni religiose, ma sarebbe assegnato a docenti con adeguate conoscenze in materia di scienze religiose.
La religione è diventata parte così importante della nostra realtà che l’atteggiamento prevenuto e antireligioso laicista è suicida e la chiusura confessionale pure. Un conto è conoscere ciò che i nostri genitori o noi stessi vogliamo che diventi o sia la nostra religione, altra cosa è conoscere la valenza universale delle fedi, il contributo che hanno dato alla storia dell’uomo e del mondo, contributi positivi e problematici, di liberazione e di crisi.
Immagino almeno due eccezioni: la prima riguarda la formazione degli insegnanti di scienze religiose, sviluppo già possibile grazie a tanti soggetti scientifici esistenti e qualificati. Promuovere ed estendere questa area scientifica è una necessità di tutti: portare il sapere religioso, la teologia, anche oltre i confini confessionali è fondamentale per liberarsi dalle «sante ignoranze» (che nulla condividono con la «dotta ignoranza» di Nicola Cusano), un’esigenza per credenti e non credenti. Le rigidità, laicista o esclusivista, si aiutano e si smussano anche con le scelte.
La seconda eccezione è ovvia: qualcuno obietterà che in questo modo si confermerebbe una situazione di favore statale nei confronti del cattolicesimo. È un dato di fatto, come quello della nostra storia, che non va negata, ma aggiornata. Per camminare sulla strada del pluralismo, quello possibile e consapevole, e soprattutto urgente.






L’ ora di religione è un percorso,direi l’ avvio di un processo che non resta nel privato visto che compiamo azioni etiche anche in virtù di ciò in cui crediamo,dal punto di vista religioso,politico,sociale. L’ esperienza cristiana,in Europa e non solo, è presente nella Costituzione ( vedi i padri ” professorini” che hanno portato il personalissimo cristiano all’ Assemblea Costituente); è presente nella visione del Beruf calvinista svizzero; è presente nella modalità di vivere il cristianesimo nei Paesi slavi e russi; ritma la vita politica britannica. Ora di religione è anche indagare come le banche,nella sua matrice italiana, è stata favorita da un francescano Bernardino da Feltre per frenare l’ usura imperante ai tempi; ora di religione significa rendere presente un linguaggio che abita politica, economia,etica, filosofia, ora anche IA e non già un linguaggio relegato in una sfera che di privato non ha nulla perché siamo uomini e donne che abitano un’ ordinarietà. La Green economy non è altro che una traduzione del dettato genesiaco della custodia reciproca del creato, quale dono da custodire e non già risorse da asservire. Questi alcuni esempi di una molteplicità di esempi più ampia
“La Green economy non è altro che una traduzione del dettato genesiaco della custodia reciproca del creato, quale dono da custodire e non già risorse da asservire.” Nel mondo cattolico gira anche la versione opposta, cioè l’idea che sia stato il cristianesimo con il suo mandato a dominare sul creato ad aggravare lo sfruttamento del pianeta. Quindi prima di insegnare bisognerebbe mettersi d’accordo sul cosa.
Tutte le discussioni sul come insegnare sono infinitamente inferiori al cosa, e vale anche per le altre religioni. Quale Islam insegniamo? Quale ebraismo? Quello ortodosso, quello riformato…
Forse meglio sostituire l’ore di religione con un’ora di storia dell’etica civile e religiosa, o qualche cosa di simile che faccia una rapida carrellata delle tematiche nella storia e nel suo pluralismo attuale.
A questo punto però ha ragione Cacciari, via tutti gli insegnanti messi lì dai vescovi e dentro laureati in scienze religiose e civili. Concorso, programma e valutazione comune come fosse un’ora di filosofia . Non sarebbe male dato che chi oggi frequenta scuole tecniche purtroppo esce senza avere sufficiente preparazione sui fondamenti della società civile e del diritto.
Tante parole per non dire l’essenziale, e cioè che l’Insegnamento della Religione Cattolica deve essere quello che è: Insegnamento della Religione Cattolica. Altro non deve essere, perché non sarebbe Insegnamento della Religione Cattolica, come deve essere. Fa riflettere comunque che siamo noi cattolici a non volere (più) che l’Insegnamento delle Religione Cattolica sia Insegnamento della Religione Cattolica
L’inserimento della religione cattolica, oggi purtroppo essendo confessionale, affronta le altre religioni, sempre con rispetto, sin dalla classe prima della scuola primaria, esaminandone tradizioni, feste, luoghi di preghiera e tanto altro, cercando sempre di promuovere un dialogo interreligioso assolutamente necessario. Basta esaminare un libro di testo per verificare tutto ciò, non è vero che c’è una chiusura confessionale. Purtroppo però, in particolare le persone di fede musulmana non gradiscono che i loro figli studino e conoscano le altre religioni
Secondo me in un paese che si definisce laico, non è proprio il caso di insegnare religione, o meglio ha senso una storia antropologica delle religioni, ma svolta da chiunque sia in grado di insegnare tale materia, che sia mussulmano, cristiano ecc. Altrimenti bisogna permettere anche agli altri di insegnare la loro religione esattamente come facciamo con il cristianesimo cattolico.
Il mio insegnante delle superiori di religioni, faceva esattamente cosi, prendeva in mano il corano e lo leggeva, prendeva in mano il vangelo e ce lo spiegava, almeno per le tre religioni monoteiste ci faceva vedere le tante cose comuni, e ci insegnava che l’ integralismo non è proprio la base di nessuna religione, ma che si può convivere e crede in quel che si vuole. Si è cristiano, ed è stato un ottimo insegnante. ma pur sempre un insegnante di religione, trattato come un prof di serie B al pari dei insegnanti di sostegno. Ecco dove secondo me ha senso che ci si muova. Fosse per me io impedirei pure le scuole private, di tutti i tipi. poi se vogliono andare in parrocchia che vadano, ma è lo stato che deve formare il cittadino e la religione non deve centrare nulla, se no ci troviamo a nazionalizzare tutto e pure la fede diventa un fattore culturale e non un incontro con Dio.
Sembra superfluo quello che è stato detto perché è già previsto nei programmi che si studiano contemporaneamente le altre religioni. Certo questo non può essere spiegato ai bambini della scuola primaria bisogna solo attraverso racconti che parlano di amicizia di tolleranza di attenzione verso l’altro trasmettere dei valori che poi man mano i bambini, con l’andare del tempo e scerneranno abituarli all’affettività Ma questo ad esprimere le loro emozioni ma questo già viene fatto non avete detto nulla di nuovo ed è già fatto durante l’ora di religione infatti nella mia scuola anche i bambini non appartenenti alla religione cattolica fanno religione perché perché è un’ora in cui c’è conversazione se il dialogo e c’è il confronto che crescita c’è espressione delle emozioni non è un indottrinamento.
I vescovi mi pare che abbiano voce in capitolo nella scelta degli insegnanti di religione.
Quando questi ultimi diventeranno dei prof. di religioni o storia delle religioni forse i vescovi dovranno smettere di ingerirsi nella nomina.
Mi chiedo però se non sarebbe meglio, molto meglio, sopprimere questo insegnamento ed aumentare le ore di matematica.
Almeno i soldi pubblici sarebbero spesi per l’interesse di tutti e non soltanto dei vescovi.
C’è un detto:” più conosci più ami” che si può applicare sia alla Costituzione italiana che allo studio delle Religioni. Purtroppo, e parlo da cattolico praticante, la maggior parte delle persone battezzate che conosco, hanno una conoscenza della propria religione che si è fermata alla formazione in età scolare. Potremmo portare tante spiegazioni, ma io mi domando: perché non valorizzare le conoscenze della propria e di altre religioni e lasciare un vuoto nella conoscenza? “Più conosci, più ami” e se conosci puoi comprendere la posizione e la situazione, il pensiero dell’altra persona che sempre più ci vivrà accanto
L’ importanza del dialogo interreligioso è marginale nella vita di uno stato moderno. Conta il rispetto della costituzione, delle leggi e degli usi e costumi del paese. Ciò deve valere per ogni cittadino. La religione è un fatto di fede e ognuno farà la sua scelta. Il dialogo interreligioso riguarda i vertici delle religioni. L’ ora di religione cattolica è facoltativa, chi opta per il si vuole conoscere e approfondire ancora più il cristianesimo, con soltanto un cenno sulle altre religioni. Altrimenti sarebbe meglio chiamarla ora di educazione civica, peraltro molto necessaria nella nostra società e lasciare le religioni che riguardano la fede. Negli stat si rispetta la legge, ciò che è voluto dai cittadini. La commistione di insegnamenti sulle religioni e sulle leggi civiche non porta alcunché di buono. La religione è un atto di fede, il rispetto delle leggi guida il funzionamento degli stati e dei popoli. Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio
“Doppio canale”: proposta già vecchia 50 anni fa (allora “provocatoria”), ora obsoleta nell’attuale società post-cristiana.
(1) Basta il rasoio di Ockham: non multiplicanda sunt entia praeter necessitatem. Quante discipline religiose negli ordinamenti scolastici e quante ore nei quadri orari settimanali?… Quanti insegnanti pagati dallo Stato? (scienze religiose, IRC, attività alternative all’IRC… senza contare l’indotto ecclesiale che già si regge in buona parte su fondi dell’8 per mille);
(2) Gli obiettivi di apprendimento dell’IRC risulterebbero già raggiunti con il nuovo insegnamento, anche per il cristianesimo e il cattolicesimo;
(3) La via indicata in ambito europeo (specialmente Council of Europe 2008, sulla base dei principi e valori della Convenzione Europea dei Diritti Umani) è un’altra, ed è quella cui gradualmente tutti i paesi europei vanno via via ispirandosi, con modalità e sfumature diverse. No doppioni.
Per me l’ora di religione deve essere un’ora di dialogo, di confronto tra studenti e tra gli studenti e il docente, specialmente alle superiori. Ci sono anche a riguardo belle iniziative che un docente fa con i “suoi” studenti (cfr. https://youtube.com/shorts/KtrrHN8_TEo?si=z4TfHSxp0LsG61nw). Tuttavia occorre iniziare a fare i conti con la realtà studentesca, fatta anche – non solo! – di studenti ormai dipendenti dal cellulare e/o da videogiochi, di studenti che non sono abituati al dialogo anche perché in casa, in famiglia non lo praticano, di studenti la cui affettività si va via via spegnendo. Di fronte a una situazione del genere, un’ora non può fare molto: può essere solo un seme che cade in un terreno (quale terreno non è dato di sapere) e chissà se crescerà.