Australia-profughi: la perversità della deterrenza

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profughi

Chiunque sia stato toccato dalla foto di Tharnicaa e Kopika Murugappan a Christmas Island prima che fosse portata in ospedale, sarà felice di sapere che Tharnicaa è uscita dall’ospedale e che la famiglia è ora riunita insieme a Perth; e che ai genitori, Nadesalingam Murugappan e Kokilapathmapriya Nadesalingam, e a Kopika sono stati rilasciati visti ponte di tre mesi.

Molti sono stati invece meno contenti del tono minatorio usato dai ministri del governo – i rapporti sulla malattia di Tharnicaa potrebbero essere stati esagerati; lei rimarrà in detenzione comunitaria; che la famiglia non ha garanzie di tornare dai loro amici a Biloela… e deve continuare a vivere nell’incertezza e nell’ansia.

La violenza governativa dell’impersonale

Il contrasto tra la tenerezza dei bambini e il potere impersonale del governo era marcato. A me ha ricordato la storia della morte di Perpetua nel terzo secolo per mano delle autorità romane. Lei e altre giovani donne cristiane furono trascinate davanti alla folla, flagellate dai gladiatori e poi attaccate da animali selvatici.

Perpetua fu incornata da una vacca selvatica e poi uccisa da un gladiatore. Il contrasto tra il coraggio e l’impotenza di Perpetua e la brizzolata implacabilità del sistema giudiziario romano riecheggia nel caso della famiglia Murugappan.

In entrambe le storie un osservatore esterno non può che chiedere come si è arrivati a questo. Cosa ha fatto sì che le autorità romane, e i ministri australiani oggi, vedessero le loro azioni come una parte normale del loro lavoro quotidiano? Cosa ha spinto Perpetua e la famiglia Murugappan a sopportare l’umiliazione, l’isolamento e la minaccia di morte piuttosto che ritrattare le loro affermazioni di coscienza e di stato di necessità?

In gioco, nella differenza tra le parti, c’erano diverse concezioni dell’umanità. Alla base delle rivendicazioni di Perpetua e della famiglia c’è la comprensione che ogni essere umano è unico, prezioso, con una dignità inalienabile. Valori che richiedono un rispetto che ci proibisce di usare le persone come mezzi per altri fini. Questa comprensione potrebbe far sì che qualcuno sia disposto ad accettare l’esecuzione piuttosto che violare la propria coscienza. È anche sancito dalla Convenzione sui Rifugiati del 1951 e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani di cui l’Australia è stata firmataria.

Una politica contro l’umano

Dietro la storia della famiglia Murugappan c’è il progressivo abbandono del rispetto della dignità umana da parte dei governi australiani, di entrambi li schieramenti partitici, nella sua politica dei rifugiati, e l’inevitabile corruzione etica che ha accompagnato questa scelta. Per corruzione intendo la mancanza di empatia e la debolezza della volontà che fanno sembrare ineccepibili le azioni cattive.

Il peccato originale in questo processo è stata la decisione presa dal governo laburista dopo l’arrivo via mare di cambogiani in cerca di protezione. Ha legiferato la detenzione obbligatoria delle persone arrivate via mare senza un visto. Anche se l’Alta Corte ne ha limitato l’uso alla detenzione amministrativa, i politici l’hanno difesa con la motivazione che era necessaria per dissuadere altri dall’arrivare via mare. La deterrenza implicava la punizione di un gruppo innocente di persone per raggiungere fini politici più ampi.

La deterrenza ha una logica interna che possiamo vedere nel trattamento australiano delle persone che cercano protezione. In primo luogo tende a diventare sempre più brutale. Ogni violazione della politica deve essere affrontata con un deterrente più efficace. Per dissuadere i non cittadini dal comportamento sovversivo, i romani impiegavano forme sempre più disumanizzanti di tortura e uccisione.

Le persone che cercano protezione, tuttavia, lo fanno perché nella loro nazione affrontano minacce di tortura, morte e violazione della loro coscienza. È improbabile che vengano dissuase da minacce minori. Di conseguenza, quando situazioni di crisi hanno spinto un numero crescente di persone a cercare protezione in Australia, esse hanno dovuto affrontare qui punizioni sempre più severe per scoraggiare altri.

Potevano ricevere solo visti di protezione temporanei, potevano essere privati del sostegno per vivere nella comunità, negati dei diritti al lavoro, sopportare che le decisioni sulle loro richieste venissero ritardate, tornare in detenzione per violazioni minori delle regole, le loro barche essere respinte, essere mandati a Manus Island o Nauru per essere processati, ed vedersi negata per sempre la possibilità di residenza in Australia.

Nella logica della deterrenza la malattia mentale, il suicidio e la disperazione delle persone detenute venivano accolte positivamente: visti come fatti che fornivano sia la testimonianza dell’efficacia della deterrenza, sia l’eco pubblica che avrebbe aumentato la sua efficacia.

Per ottenere il sostegno pubblico alla deterrenza e per anestetizzare la coscienza di coloro che la amministrano, la logica della deterrenza richiede anche che la punizione in questione debba essere vista come meritata. Gli innocenti devono essere riconosciuti colpevoli di una colpa personale o collettiva.

La perversione della deterrenza

Nel caso delle persone che cercavano protezione dalla persecuzione, esse sono state ridescritte come immigrati economici che indossavano costosi orologi da polso, persone di aspetto mediorientale (cioè musulmani), terroristi, portatori di malattie fisiche e morali, o minacce alla frontiera e alla sicurezza nazionale. Di conseguenza non erano più visti come persone che avevano diritto al rispetto della loro umanità, ma come rappresentanti di una classe ostile.

Meritavano quindi il trattamento che ricevevano. Il regime di detenzione descritto da Behrouz Boochani a Manus Island ha disumanizzato le persone e ha fornito una giustificazione per trattarle come esseri meno che umani.

La logica della deterrenza crea inevitabilmente una tensione tra la sua crescente brutalità, la mancanza di prove della sua efficacia e la sua accettazione da parte di persone non responsabili. Come il gas ad alta pressione, un regime di deterrenza deve essere tenuto in un contenitore sigillato e senza perdite. Altrimenti il riconoscimento della sua disumanità e mancanza di logica si infiltrerà nelle maglie della società.

Il contenitore è l’insistenza sulla sua assoluta necessità. La minaccia contro la quale la deterrenza viene impiegata deve essere ritenuta sufficientemente pressante e implacabile, se deve essere giudicata assolutamente necessaria di fronte a tutte le prove contrarie.

Nel caso delle persone che cercavano protezione arrivando in Australia, l’interdizione delle barche e le restrizioni alla residenza hanno evidentemente eliminato il rischio di un afflusso su larga scala. Eppure la logica della deterrenza, e la serena accettazione della sua attuazione, richiedevano il mito di una minaccia così grave che anche un solo caso di compassione o un solo arrivo in canoa avrebbe fatalmente minato l’efficacia della politica. La vera minaccia era per l’amor proprio dei responsabili della politica di dissuasione.

Corruzione della società

Il problema di qualsiasi politica non etica è che corrompe la sensibilità etica e brutalizza la società. Questo era vero per il trattamento romano dei non cittadini, ed è vero per la politica australiana verso coloro che cercano protezione dalla persecuzione.

La mancanza di rispetto per la dignità umana, il vilipendio delle persone che sono diverse, l’accettazione della brutalità come necessaria, e l’imbarazzato chiudere gli occhi di fronte a comportamenti corrotti, corrodono inevitabilmente la sensibilità morale delle persone coinvolte. Poi si diffondono naturalmente ad altre aree della vita pubblica: alla riscossione dei debiti, a rendere l’azione esecutiva non trasparente e non rivedibile, e alla demonizzazione di altri gruppi.

Le politiche di deterrenza formano un mondo torbido in cui il silenzio avvolge le cose brutali che si fanno al buio. I vestiti bianchi di Kopika e Tharnicaa, mentre la sorella maggiore baciava e confortava la minore, erano un simbolo di rispetto che rivelava e svergognava le giustificazioni offerte per la deterrenza come gli stracci sporchi che sono.

  • Pubblicato su Eureka Street, rivista dei gesuiti australiani (nostra traduzione dall’inglese).
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